Se questo è un uomo: il racconto di rifugiati pakistani a Roma

download (2)Considerate se questo è un uomo,
Che è costretto a fuggire dal proprio paese
Che non conosce pace
Che lotta per sopravvivere
Che muore per le sue idee politiche e religiose

Parafrasando le parole di Primo Levi, è questo il pensiero che potrebbe sfiorare una persona la prima volta che sente parlare un gruppo di rifugiati politici. A prescindere dal fatto che la poesia dell’autore torinese fosse dedicata agli uomini e alle donne morti nei campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale, infatti quei versi raccontano meglio di tanti discorsi la condizione che queste persone sono costrette a vivere. Dopo aver letto della lettera scritta al presidente della camera Laura Boldrini, da parte di un gruppo di pakistani, Piuculture ha voluto conoscere i protagonisti di questa vicenda, gli uomini che l’hanno scritta, uomini che chiedono solo una cosa, che venga riconosciuta loro la dignità, il rispetto e la parità di diritti che chiunque dovrebbe avere.

L’incontro, avvenuto lunedì 23 settembre, è stato possibile grazie all’aiuto di Laboratorio53, la onlus che si è occupata di aiutarli a scrivere il testo e che quotidianamente supporta richiedenti asilo politico provenienti da ogni paese. Si è svolto come una riunione di mutuo aiuto: “Una modalità di lavoro che utilizziamo spesso- spiega Monica- perchè crediamo che attraverso il confronto si possano risolvere molti problemi”. Hanno partecipato sei uomini tra i trenta e i quarantacinque anni che si trovano nel nostro paese da circa uno o due anni e che hanno progettato l’idea della lettera proprio per aiutare chi arriverà dopo di loro, come ci spiega C.(i nomi inventato per questioni di sicurezza), un giovane uomo dai lineamenti indo-pakistani e un accento inglese tipico della sua terra.pakistan

” Abbiamo deciso di scrivere alla presidente Boldrini proprio perchè è stata portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (UNHCR). La nostra richiesta è che venga riconosciuto il Pakistan come paese in stato di guerra, così da avere maggiori chances di diventare rifugiati politici. Quello che spesso accade, è che ti chiedano solo nome e dati anagrafici prima di dirti se rientri nei loro parametri, e questo è inaccettabile. Noi siamo persone e abbiamo storie che, se ascoltate, potrebbero valere molto di più in sede di giudizio. La situazione nel nostro paese- prosegue C- è molto più complicata di quello che il mondo occidentale possa pensare. Terrorismo, discriminazione religiosa e corruzione sono solo alcuni dei problemi che siamo costretti a vivere ogni giorno. E questa situazione cambia di regione in regione. Io ad esempio che vengo dal Punjab, sono stato catturato da un gruppo di terroristi che mi hanno torturato solo perchè mi sono rifiutato di pensare come loro, di lavorare per loro. Fanno sempre così, minacciano te e la tua famiglia, ti dicono che li uccideranno se non ti metti una bomba addosso. Mi hanno bruciato il petto e inferto profondi tagli sui polsi. Per questo motivo ho deciso di scappare. Ma non  stato semplice. Qui in Italia alcuni pensano che sia facile arrivare nel vostro paese, pensano sia un bella avventura. Non è un avventura, è sofferenza. Sono passato attraverso l’Iran la  Turchia e la Grecia prima di imbarcarmi per l’Italia e come me tanti altri”. Mentre racconta il suo percorso la voce si spezza ma gli occhi di C rimangono fissi e imperturbabili perchè sa bene che non c’erano alternative e che la sua sopravvivenza passava per quelle esperienze.

 Un altro dei rifugiati presenti M. decide di intervenire, indossa una semplice camicia jeans, un paio di scarpe da ginnastica e sembra il più smaliziato del gruppo:” Anche per me è stata dura. Sono scappato dal Pakistan, la mia terra, ed era l’ultima cosa che avrei voluto fare. La mia colpa? Passare dall’essere un sunnita ad uno sciita, nient’altro. Io amo il mio paese, ma non posso rischiare la morte solo per le mie convinzioni religiose. Per capire la situazione delle persone come noi basta pensare a Benazir Bhutto. Nonostante il ruolo che ricopriva e la notorietà che aveva, è stata uccisa. Pensate quanto possiamo essere in pericolo noi. Se usciamo di casa e andiamo alla polizia, se denunciamo chi ci minaccia, rischiamo ancora di più. In Pakistan la corruzione è ovunque, sopratutto negli organi che dovrebbero essere preposti a proteggerci e a tutelarci”.

asilo_politico Altra persona, altra storia. F è un uomo sui 40 anni con il volto segnato da notti passate insonni, pensando al futuro incerto che gli si para davanti:” Sono molte le sere in cui rimaniamo svegli. Io vengo dal Kashmere e lì avevo un’attività commerciale, una famiglia, degli amici. Sono dovuto scappare dai mujaheddin che mi minacciavano di morte. Ora i miei figli sono ancora lì. Vengono discriminati e non possono neanche andare a scuola.” R. si accoda al connazionale e ci tiene particolarmente a sottolineare un altro aspetto del Pakistan che lo ferisce:”  Purtroppo questa condizione è alimentata anche dall’immobilismo dei media. Qui in occidente alcuni giornalisti cercano in rete notizie sul nostro paese e, se non si approfondisce la ricerca, sembra che tutto vada bene, così rischia di scrivere un articolo che verrà letto da centinaia di persone, e tutti crederanno che in Pakistan ci siano pochi problemi.Non è così. Da noi la corruzione ha raggiunto anche i maggiori organi di comunicazione che per primi alimentano l’immagine di un paese felice e senza grandi difficoltà. Anche per questo abbiamo cercato di attirare l’attenzione dei media italiani con la lettera. La realtà è che ad esempio il terrorismo sta dilagando da sette anni in Pakistan e che le vittime causate da ordigni sono oltre 7000 solo nel 2013. Neanche la morte di Bin Laden ha cambiato le cose.”

A conclusione dell’intervista decide di parlare anche S. che fino a quel momento non aveva profferito parola:” Io avrei solo una domanda per le persone della commissione, per i giudici che si occupano dei nostri casi e per tutti coloro che possono fare qualcosa e non lo fanno. Loro hanno una famiglia, dei figli da cui possono tornare la sera, con cui possono condividere momenti importanti. Li vedono crescere e li aiutano a farlo. Perchè noi non possiamo, perchè veniamo respinti con tanta sufficienza? Per quale motivo se poi ci presentiamo con la stessa documentazione ma con un avvocato la risposta cambia? Noi chiediamo di essere semplicemente ascoltati. Noi chiediamo giustizia, nient’altro che giustizia” La storia di questi uomini è quella di tanti altri, persone in perenne attesa di una risposta che potrebbe salvare la loro vita, persone che vivono nella paura. Forse, anzi, sicuramente, la loro condizione non è paragonabile agli orrori vissuti da Primo Levi e da tanti altri. Ma in un mondo moderno come il nostro, dove le persone esibiscono quotidianamente la loro ricchezza e si preoccupano dei problemi più insignificanti la domanda che sorge spontanea è: possiamo davvero considerarli uomini?

 

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Adriano Di Blasi

(30 settembre 2013)