Catania: rito multi religioso per le diciassette vittime del naufragio

ok-IMG_4713-okDiciassette bare – due piccole e bianche – con sopra l’etichetta: “cadavere non identificato”. Sono le vittime del naufragio avvenuto il 12 maggio “a quaranta miglia dalle coste libiche,” spiega il sindaco di Catania Enzo Bianco durante il rito funebre multi religioso celebrato mercoledì 28 maggio nel Palazzo della Cultura della città ‘du’ liotru’.

Eritrea, Siria e Nigeria questi i paesi di origine delle dodici donne, tre uomini e due bambini che hanno preso la vita nel naufragio. Duecento i sopravvissuti, resta l’incognita sui dispersi. “Mio fratello Filmon era in quella barca ma non è tra i vivi ne’ tra i morti. Avrebbe dovuto raggiungermi a Londra dove vivo e lavoro. Invece è ancora lì, nel mare,” racconta a voce rotta Ruth, ragazza di origine eritrea che – insieme a molte altre persone gambiane, eritree, ghanesi – ha partecipato alla funzione.

Un rito multi religioso che “dà dignità a persone che non l’hanno avuta da vive” dichiara l’imam Kheit Abdelhafid della Moschea della Misericordia di Catania, comunità di circa 20.000 persone. L’arcivescovo Salvatore Gristina ha ricordato le sei vittime del naufragio dell’agosto 2013 e il capo della comunità copta d’Eritrea Keshì Hailé ha pregato per il riposo di “anime che hanno tribolato in vita.”

Stanchi di veder arrivare cadaveri. Catania è costernata, non riesce a uscire dall’incubo dei morti in mare. Nei primi nove mesi del 2013 la Marina Militare ha salvato 3.293 immigrati, l’anno peggiore il 2011 con una media di cinque morti e dispersi al giorno (dati ONU http://esa.un.org/unmigration/wallchart2013.htm) “Non sono stati ritrovati altri corpi, ne’ si sa quanti siano, il tratto di mare dove è avvenuto l’incidente fa parte dell’anello di Mare Nostrum quindi è costantemente pattugliato” dichiara l’ammiraglio Domenico De Michele e il pensiero va subito a Ruth e suo fratello Filmon.Vescovo- Imam-Sindaco

L’appello-rimprovero all’Europa. Dure le parole del sindaco “l’Europa deve scegliere oggi se seppellire, con questi diciassette fratelli, anche la coscienza di uomini civilizzati.” “Stiamo facendo soldi attraverso l’immigrazione, quando smetteremo di sfruttare i migranti?” si chiede don Pietro Galvano, direttore della Caritas diocesana impegnata nel soccorso ai profughi, sostenuta dal lavoro di numerosi volontari.

“Sono cresciuto senza sapere cosa vuol dire pace” racconta un rifugiato ghanese, indossa una maglietta con su scritto “No a ogni Violenza”. “Entrato nella comunità di Sant’Egidio ho capito che ogni individuo ha la responsabilità di portare la pace nella famiglia, nella città e nel mondo.” Lamin, diciottenne gambiano è insieme ad altri suoi connazionali. Usufruiscono dello Sprar e vivono a Catania, in appartamenti da quattro, studiano italiano e attendono opportunità di lavoro. “Sono arrivato via mare, tre giorni di viaggio, eravamo in sessanta. In Libia ho fatto il giardiniere, un giorno un gruppo mi ha puntato la pistola alla testa, mi ha rubato i soldi e portato in caserma. Sono stato un mese in carcere. Libia non buona.”

ok-IMG_4657-okI dati Eurostat 2013 parlano chiarol’Italia si colloca solo al nono posto per numero di richieste d’asilo; dopo Germania, Grecia, Francia, Austria, Belgio, Regno Unito, Svizzera e Svezia.  Nel 2013 sono state 27.830 le domande inoltrate nel nostro Paese, numeri in forte contrasto con gli arrivi via mare, che sfiorano quota 43mila  . E se da un lato la Sicilia subisce le conseguenze dell’inefficiente Mare Nostrum e dello spreco (e corruzione) tutto italiano dei fondi dell’Unione Europea, dall’altro l’attualità conferma che la Convenzione di Dublino andrebbe rivista e meglio pensata.

M. Daniela Basile30 maggio 2014