Il lavoro delle donne immigrate tra precarietà e sfruttamento

“Senza permesso di soggiorno né contratto di lavoro, camminavo per la strada con gli occhi bassi. Avevo paura di essere espulsa”. Anna ha 60 anni, nel 1998 è arrivata in Italia dalla Romania su un pullman turistico ufficialmente diretto in Olanda. “In realtà non è mai arrivato a Amsterdam, siamo entrati in Italia dall’Austria”. Al quel punto è iniziata la vita da “clandestina”. Il primo impiego Anna, un diploma e il bisogno di lavorare, lo ha trovato come babysitter. “Badavo a tre bambini tutto il giorno, senza sosta, sette giorni su sette. Mi occupavo anche della casa e della cucina. Alla sera ero sfinita”.

Un lavoro usurante e sottopagato. “Ma non avevo scelta, se volevo far studiare i miei figli in Romania”. Per quattro anni ha accettato qualunque lavoro le capitasse tra le mani. A ogni condizione. Collaboratrice domestica, cuoca, donna delle pulizie. Fino al 2002. La sanatoria l’ha introdotta nel circuito della legalità, dal quale non è più uscita. Dopo il permesso di soggiorno è arrivato un contratto di lavoro regolare.

Una storia simile a quella di molte donne costrette a emigrare in cerca di occupazione. L’unico sbocco il più delle volte è il lavoro di cura (colf e badanti). Un settore dove prevale ancora la precarietà e lo sfruttamento. “La precarietà è all’origine del contratto di lavoro domestico. E questo vale sia dal punto di vista retributivo (il salario medio è di 800 euro, ndr) che della tutela dei diritti come maternità, malattia e licenziamento”, ci spiega Raffaella Maioni, responsabile nazionale di Acli Colf.

D’altra parte, “nel settore resistono grandi sacche di illegalità”, come emerge chiaramente dalla ricerca di cui è co-autrice, Viaggio nel lavoro di cura. Orari di lavoro che in due casi su tre superano il massimo previsto dalla legge (fino a 60 ore settimanali), evasione contributiva e lavoro sommerso. “Spie di una condizione che, nei casi più estremi – si legge – può arrivare a connotarsi in termini di sfruttamento”.

Il lavoro nero in particolare resta ampiamente diffuso. Secondo stime Istat il primato nazionale del sommerso va proprio al comparto domestico con quasi il 55% di colf e badanti senza un contratto.

Elaborazione Fondazione Moressa

Qualunque cosa succeda, occupatene tu. “Nella realtà molte lavoratrici svolgono mansioni, come quelle para-infermieristiche, di cui non dovrebbero occuparsi ”, osserva ancora Maioni. “Nella nostra ricerca c’è una frase emblematica: ‘Qualunque cosa succeda, occupatene tu’. Sta indicare la delega totale della cura, soprattutto nel caso di convivenza con la persona assistita”. Un dato tanto più preoccupante se si considera che oltre l’80% delle badanti assiste persone non autosufficienti dal punto di vista fisico e mentale.

Il senso di frustrazione pare un effetto collaterale inevitabile per chi nutre delle aspettative e poi si trova a dover fare i conti con la realtà e il bisogno di sbarcare il lunario. “Ho accettato qualunque lavoro per andare avanti”, ricorda Laura, 46 anni e una laurea in economia presa all’università di Casablanca. In Italia dal 2001, da otto anni assiste una coppia di anziani il cui stato di salute si è aggravato progressivamente fino a trasformarla in una specie di infermiera. “Non ho studiato per questo. Non avrei mai pensato di fare la badante. È un sacrificio che faccio per la mia famiglia. Così sto zitta e vado avanti“.

Il disagio mentale. “Oltre alla precarietà del lavoro domestico che le accomuna alle colleghe italiane, le donne straniere scontano anche una condizione di grande solitudine – spiega Maioni -. La causa è l’assenza di relazioni e reti di supporto. Più del malessere fisico, prevale quello psichico. Molte si ammalano, soffrono di depressione, alcolismo e sindrome del bornout (esaurimento, ndr). Nella percezione di chi lo svolge, inoltre, il lavoro di cura sconta un deficit di riconoscimento sociale”.

Welfare fatto in casa. Eppure il comparto ha assunto dimensioni importanti. E svolge una funzione crescente di supplenza rispetto alle carenze del welfare nostrano. Come spiega bene il rapporto della Fondazione Moressa sul Valore del lavoro domestico, l’arretramento della spesa pubblica ha spinto le persone a cercare soluzioni alternative, sviluppando di fatto “un welfare parallelo gestito dalle famiglie”. Il risparmio per le casse dello Stato è notevole. “Parliamo di un giro d’affari di 7 miliardi di euro sborsati ogni anno dalle famiglie, tra retribuzioni e contributi”, ci spiega Enrico Di Pasquale, ricercatore di FM.

Il profilo tipico. Il numero degli occupati ha sfiorato gli 890 mila nel 2015. Sono perlopiù donne (88%), over 40, di origine straniera (75%), con una prevalenza della nazionalità romena (20%) seguita da quella ucraina (9%). Complice la crisi, dal 2007 a oggi, è aumentato il numero delle italiane. Secondo i dati del Dossier statistico immigrazione Idos sono passate da 140 mila a quasi 214 mila.

Elaborazione Fondazione Moressa

 

Federica Giovannetti

(21 giugno 2017)

 

Leggi anche

No, gli immigrati non ci rubano il lavoro

Le lavoratrici invisibili