Viaggiare e pellegrinare nella ricerca: Juan Valenzuela Vergara

Valenzuela
Ande, Regione Ancash, Perù

Vengo dalle Ande peruviane: sono nato nella regione Ancash. La mia vita è sempre stata un continuo viaggiare e pellegrinare nella ricerca della cultura latino-americana. Tutto è iniziato nel 1963: vinsi a 19 anni una borsa di studio per l’Italia per seguire i miei studi di filosofia a Roma. Mi imbarcai a Lima insieme ad altri tredici borsisti sulla famosa nave italiana “Amerigo Vespucci”.  La nave era come un piccolo villaggio: eravamo circa seicento persone. Lì ho iniziato a imparare l’italiano, mangiare la pastasciutta che non era difficile da arrotolare sulla forchetta, perché scappava sempre, e bere il vino italiano. Dopo 25 giorni siamo sbarcati a Napoli, Italia”.

Così inizia il lungo viaggio, diventato una vita, del professor Juan Valenzuela Vergara, oggi settantatreenne con due lauree conseguite in Italia, la prima in filosofia, l’altra in sociologia.

Ho avuto la fortuna a laurearmi nel 1984 sotto la guida del professor Franco Ferrarotti, fondatore della facoltà di Sociologia in Italia. Ho continuato poi come ricercatore presso l’istituto di sociologia e viaggiando per tutte l’Europa, da Edimburgo a Francoforte, per completare i miei studi sulla storia e antropologia culturale dell’America latina”.

Cinquantacinque anni a Roma, dove per venticinque anni è stato responsabile della biblioteca dell’IILA, la terza in Europa per materiale sull’America Latina. Una vita dedicata alla passione per la ricerca, ma allo stesso tempo completamente integrata nella realtà romana, senza perdere la sua identità peruviana. “Ogni mattina inizio la giornata con la meditazione andina: alle 6 in punto. Mezz’ora di riflessione che, fin da bambino, mi aiuta a mantenere la mia serenità interiore”.

Dal 1993 Valenzuela collabora con l’Università Gregoriana nella ricerca in lingua quechua e come professore della facoltà di Storia e beni culturali della Chiesa e Antropologia culturale.

ValenzuelaDa studioso delle dinamiche di gruppo, si è interessato molto anche ai problemi legati all’immigrazione: la solitudine fra i primi e quel bisogno di riconoscersi in un insieme che a volte spinge e scivolare verso forme di aggregazione negative come il traffico della droga e la prostituzione. Deluso degli ultimi risultati elettorali, dichiara la sua preoccupazione per il binomio immigrazione-paura che ha portato alla vittoria una classe dirigente che non sa nulla di politica. “Da cattolico, e non solo, seguo molto l’esempio e la dottrina di Papa Francesco, che parlando sociologicamente è il vero politico. Lui per primo ha sottolineato quanto sia pericolosa questa politica della paura verso il diverso”. Come vincere questa paura?  Valenzuela trova la risposta nella conoscenza e nelle origini della sua cultura, fondata su un forte senso comunitario dove pronome più usato è il “noi”. “Questo dilagante senso di paura è un problema molto complesso, la nostra vita è un processo, per vedere degli sviluppi bisognerà aspettare la prossima generazione, ma lavorare da adesso. Soprattutto sul piano psicologico nelle scuole e sul piano politico con una formazione migliore dei dirigenti politici. È fondamentale il dialogo sul piano culturale e sociale. Nei miei anni di insegnamento ho avuto 150 alunni provenienti da 5 continenti: il confronto e la conoscenza vincono la paura del diverso”.

La lingua quechua, di cui il prof. Valenzuela è esperto e traduttore, è in realtà una famiglia di lingue che abbraccia l’Equador, il Perù, la Bolivia, la Colombia, parte del Cile e l’Argentina ed è parlata da undici milioni di persone. “ Sto collaborando con il Pontificio Consiglio della cultura che sta preparando un dizionario culturale-religioso per l’America Latina. Coordino la parte che riguarda il Perù. E curo una pubblicazione in italiano sui primi missionari che sono andati in Perù e hanno pregato in lingua quechua”. Inoltre Valenzuela ha scoperto nell’Archivio Segreto del Vaticano una bolla papale scritta in quechua e l’ha tradotta.

Le sue giornate si dividono fra insegnamento e ricerca, passando molte ore nelle biblioteche di cui rivendica fortemente l’importanza, “nel tempo le biblioteche si stanno svuotando. Gli studenti pensano di trovare tutto su internet. Si rinchiudono in casa davanti a uno schermo, non socializzano né si confrontano fra loro. Mancano di creatività. Vedono nella tecnologia la soluzione a tutto anche nei rapporti affettivi. Io preferisco incontrare le persone, prendermi il tempo per ascoltarle guardandole negli occhi.  Noi andini abbiamo una grande sensibilità nel capire se un’amicizia è sincera o fittizia. Ho molti amici italiani, ormai mi sento romano”.

Il professor Valenzuela non ha dubbi su cosa farà del suo futuro: “continuerò a viaggiare nella ricerca”.

Silvia Costantini
(17 marzo 2018)

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