Il libro di Stefano Allievi utile a vincere la paura dell’immigrazione

Giovane migrante manifesta contro il terrorismo e la paura dell'immigrazione
Giovane migrante manifesta contro il terrorismo e la paura dell’immigrazione

L’immigrazione c’è, ci sarà ed è inevitabile che ci sia nello scenario globale, caratterizzato da crescente mobilità. Questo il punto di partenza del ragionamento del sociologo Allievi nel suo ultimo libro Immigrazione. Cambiare tutto, Laterza, che, in controtendenza rispetto al clima di semplificazioni e messaggi urlati, fornisce analisi e soluzioni, prendendo anche sul serio le paure delle persone.

L’analisi del libro di Allievi, visto l’interesse del testo, è suddivisa in due parti: nella prima sono trattati i flussi migratori e il loro impatto in Europa; oggetto della seconda parte è l’analisi critica delle politiche migratorie in Italia e le indicazioni nella prospettiva dell’integrazione.

Flussi migratori, economia, demografia
Le rotte migratorie che portano il maggior numero di sbarchi nei Paesi UE sono quelle africane:

  • la rotta sud-ovest da Senegal, Gambia, Guinea, Mauritania, passa per Mali, Burkina Fasu, prosegue in Algeria e Niger, dove si aggregano coloro che partono dalla Nigeria, e confluisce in Libia;
  • e la rotta sud-est dal Corno d’Africa, Kenya e Sud Sudan, attraverso l’Egitto, dove arrivano anche dal Medio Oriente e Pakistan, Bangladesh ecc. e si aggregano al primo flusso da quando la rotta balcanica è stata fermata in Turchia.

Sono Paesi in cui noi Occidente abbiamo interessi economici minerari, agricoli, industriali, o ai quali vendiamo armi, e come dice un proverbio africano: “se uno percuote un alveare per portare via il miele, le api lo seguono”.
Il PIL pro capite di questi Paesi nel 2016 va dai 233 dollari l’anno del Sud Sudan agli 852 del Ciad, mentre quello medio della UE è di 39.317 dollari annui, in Italia 30.507. Se a questi dati si aggiungono quelli sulla crescita demografica – l’Africa ha la fertilità più alta del mondo e nel 2050 vedrà raddoppiata la sua popolazione – le calamità naturali, i disastri ambientali, le appropriazioni indebite di risorse e le guerre, si capisce perché la gente emigra.

Dei 65 milioni di persone che nel 2015 hanno lasciato la propria terra, l’86% è andato in un altro Paese in via di sviluppo, il 6% in Europa e il rimanente in altre zone del proprio Paese. Ma la mobilità non riguarda solo i Paesi poveri: nel 2015, 4,7 milioni di persone sono immigrate in Europa e 2,8 sono emigrate, così distribuite nei primi cinque Paesi per numero di ingressi:

PaesiImmigratiEmigrati
Germania1mln 544mila347mila
Regno Unito631mila299mila
Francia364mila298mila
Spagna342mila344mila
Italia280mila147mila

A spostarsi sono soprattutto i giovani: l’età mediana degli immigrati è 27,5 anni, quella della popolazione residente è 42,6 anni.

Gli immigrati: attori di sviluppo a casa loro e a casa nostra
Per quanto riguarda l’Italia, i dati Istat sull’andamento demografico dimostrano la convenienza dell’immigrazione: a dicembre 2016 gli stranieri sono l’8,3% dei residenti; rispetto al 2015 i cittadini italiani residenti sono 96.981 in meno, mentre gli stranieri aumentano di 20.875 unità; il saldo demografico complessivo è dunque negativo: meno 76.106.
A smentire l’idea che gli stranieri sottraggano risorse ai sistemi di welfare, ci sono anche i dati dell’INPS e della Fondazione Moressa: ogni anno gli immigrati versano 8 miliardi di euro – 1 punto di PIL − in contributi e ne ricevono 3 in pensioni e altre prestazioni sociali. Il PIL prodotto da loro nel 2016 è dell’8,4%, con un reddito medio annuo di 7.500 euro inferiore a quello degli autoctoni. Gli stranieri costituiscono il 10,5% dei lavoratori, con un’età media di 33 anni, contro quella degli italiani di 45 anni.

Dei soldi stanziati per la cooperazione allo sviluppo, circa 4 miliardi, una buona parte viene spesa alla voce “rifugiati nel Paese donatore” e una minima, tra lo 0,1% e lo 0,2% del PIL, nei Paesi destinatari. Mentre chi li aiuta veramente sono gli immigrati stessi attraverso le rimesse, che diventano sostegno ai consumi, acquisto di beni immobili, avvio di attività imprenditoriali; e il rientro di migranti come imprenditori fa da volano per la mobilitazione di altre risorse e per la circolazione di competenze. Come a dire: il modo più efficace di aiutarli a casa loro è farli venire a casa nostra.

C’è però un grande problema nella crisi migratoria degli ultimi anni: i minori non accompagnati. In Europa sono passati dai 10.610 nel 2010 agli oltre 100.000 nel 2016, perlopiù tra i 14 e i 17 anni. In Italia nell’ottobre del 2017 ne sono arrivati 14.579. Si tratta di ragazzi mandati dalle famiglie per lavorare e inviare soldi a casa, spesso scarsamente motivati alla formazione e all’integrazione.

[1. Continua]

Luciana Scarcia
(11 aprile 2018)