L’alfabeto delle parole che ci mancano: “o” di ospitalità

Il silenzio che offende – L’alfabeto delle parole che ci mancano” è un progetto della redazione di Piuculture nato dalla considerazione di quanto le parole siano importanti, esprimano e formino il pensiero, rivelino e modellino comportamenti. Dobbiamo essere preoccupati di quel linguaggio fatto di povertà di pensiero, carico di violenza e stereotipi, che domina il dibattito pubblico sull’immigrazione e non solo.

Da qui è partita l’idea di ricercare parole il cui uso possa costituire una barriera al dilagare di quel linguaggio. Ricerca che ha portato alla costruzione collettiva di un Alfabeto ragionato delle parole che circolano poco nella narrazione delle migrazioni. L’ambizione è di contribuire a una campagna culturale in cui coinvolgere scuole, associazioni, testate giornalistiche.

I primi a collaborare sono stati gli studenti della III E del liceo Pilo Albertelli che hanno realizzato delle interviste parallele, a un italiano e a uno straniero, sulle parole scelte per comporre l’alfabeto delle parole che ci mancano. Pubblichiamo settimana dopo settimana le interviste realizzate, oggi la parola dell’alfabeto è Ospitalità, ne parlano Nadim Hoque, bangladese, e Roberta Baldassarri, italiana, intervistati dalle studentesse Beatrice Giulianelli e Benedetta De Mita.


 

È il diritto a essere accolto senza ostilità, a non essere trattato come nemico. È una parola vecchia quanto l’umanità perché da sempre l’uomo conosce la condizione di straniero, nel senso di non familiare al luogo in cui si trova e si imbatte nel tema dell’ospitalità accordata o negata. Dalla capacità di                                                           fare spazio all’altro dipende la qualità della vita.

Ospitalità: accettare le persone col sorriso

Nadim Hoque, giovane trentenne originario del Bangladesh, lavora da cinque anni come portiere in un grande palazzo nel quartiere Prati di Roma.

Che cosa significa per lei e nel suo lavoro la parola “ospitalità”?

Per me ospitalità è accettare e accogliere le persone che vengono da noi. Anche nel mio lavoro ogni volta che viene qualcuno, cerco di accoglierlo sempre con molta gentilezza.

E nella nostra società è presente?

Penso che le persone di qui siano molto educate e cordiali. Per esempio quando entro in un bar per chiedere un bicchiere di acqua, me lo danno senza problemi, oppure quando chiedo un’informazione per strada, mi rispondono e sono molto gentili, cercano sempre di aiutarmi.

Qual è la sua concezione di ospitalità?

Per me è soprattutto qualcosa che viene dal cuore, accettare le persone con un gran sorriso, a prescindere da chi esse siano.

Lei pensa che la politica italiana odierna possa migliorare il concetto di ospitalità?

Sì certo, penso che si possa sempre migliorare, anche se io di politica non capisco molto.

Nell’antica Grecia l’ospitalità rappresentava un legame di solidarietà ed era considerata un dovere, pensa che ancora oggi debba essere così?

L’ospitalità è una manifestazione di cordialità ma l’educazione è, o almeno dovrebbe essere, un dovere. Non siamo tutti bravi, a volte può capitare di incontrare persone che non abbiano buone intenzioni. Purtroppo abbiamo perso la fiducia a causa delle persone malintenzionate e, anche quando incontriamo quelle che non lo sono, non riusciamo a fidarci completamente.

 

 


L’ospitalità è un dovere

Roberta Baldassari ha 59 anni e da tre anni e mezzo lavora come portiera in un palazzo situato nel quartiere Nuovo Salario.

Che cosa significa per lei e nel suo lavoro la parola “ospitalità”? 

L’ospitalità è accoglienza, semplicemente aprire le porte e assumere un atteggiamento che possa far star bene chi ricevi. Nel mio lavoro è fondamentale far sentire le persone a proprio agio e rispondere con garbo a chi incontri e ti chiede informazioni.

E nella nostra società è presente? 

Oggi l’ospitalità non è molto diffusa, lo era di più in passato. Oggi la vita ci porta ad andare di corsa ed è tutto molto più freddo e razionale. Io associo l’ospitalità all’avere il tempo di spendere due parole che creino un po’ di empatia con le persone: essere aperti verso gli altri non avere tanti pregiudizi.

Lei pensa che la politica italiana odierna possa aiutare a diffondere il concetto di ospitalità? 

Tutto si può migliorare, basta volerlo. Noi siamo un popolo accogliente e socievole, forse in questi anni abbiamo dato troppo,  come sta accadendo con gli immigrati, e quindi bisogna aggiustare un po’ le cose ma non puntare i fucili, non è questo quello che dobbiamo fare.

Nell’antica Grecia l’ospitalità rappresentava un legame di solidarietà e un dovere, pensa che ancora oggi debba essere così?

L’ospitalità è un dovere perché essere ospitali dovrebbe rientrare nel costume di ogni popolo. Oggi siamo molto confusi, da noi sono passate molte culture quindi siamo il risultato di tutto ciò: siamo ospitali però ci basta poco per non esserlo più.

Aggiungerebbe qualcosa alla definizione di ospitalità che abbiamo dato nel nostro progetto?

La definizione tocca un po’ tutti i punti che abbiamo ripercorso insieme, essere ospitali è un dovere e qualcosa che ci dovrebbe inorgoglire.