L’alfabeto delle parole che ci mancano: “p” di persona

Il silenzio che offende – L’alfabeto delle parole che ci mancano è un progetto della redazione di Piuculture nato dalla considerazione di quanto le parole siano importanti, esprimano e formino il pensiero, rivelino e modellino comportamenti. Dobbiamo essere preoccupati di quel linguaggio fatto di povertà di pensiero, carico di violenza e stereotipi, che domina il dibattito pubblico sull’immigrazione e non solo.

Da qui è partita l’idea di ricercare parole il cui uso possa costituire una barriera al dilagare di quel linguaggio. Ricerca che ha portato alla costruzione collettiva di un Alfabeto ragionato delle parole che circolano poco nella narrazione delle migrazioni. L’ambizione è di contribuire a una campagna culturale in cui coinvolgere scuole, associazioni, testate giornalistiche.

I primi a collaborare sono stati gli studenti della III E del liceo Pilo Albertelli che hanno realizzato delle interviste parallele, a un italiano e a uno straniero, sulle parole scelte per comporre l’alfabeto delle parole che ci mancano. Pubblichiamo settimana dopo settimana le interviste realizzate. Oggi la parola dell’alfabeto è Persona: ne parlano Ghiath Rammo, siriano, e Lucia Italia, italiana, intervistati dagli studenti Luca Panico e Lada Bressi.


 

Troppo spesso nel nostro lessico il plurale prende il posto del singolare, il generale copre il particolare e la categoria si sostituisce all’individuo: “immigrati”, “neri”, “bianchi”, “meridionali”, “zingari” ecc. sono generalizzazioni, nomi comuni che non tengono conto dei nomi propri. Ogni individuo è unico e irripetibile, con la sua storia, il suo corpo, la sua personalità e le sue idee, e non è riducibile a ciò che fa o ha fatto, al lavoro che svolge, alla condizione in cui si trova. È titolare dei diritti inalienabili di ogni essere umano: è una persona.

Persona: in tutto il mondo è “massa” di emozioni e pensieri

Ghiath è curdo e viene dalla Siria. È un archeologo, ma lavora nel campo della comunicazione web. A Roma insegna arabo e organizza visite guidate in lingua in diversi quartieri della città. Quando non veste i panni dell’insegnante, indossa volentieri quelli dello studente: tra le sue esperienze, c’è anche un percorso di formazione sul giornalismo sociale organizzato dalla redazione di Piuculture.

Che significato ha per lei la parola “persona”?

Per me una persona è un essere umano, che provenga dalle montagne o dalla pianura, dal mare o da una valle. Per me l’essere umano è una persona, e la persona è un essere umano.

Associa qualche ricordo particolare della sua vita a questa parola?

Ti racconto un fatto che mi rimanda all’essenza della parola. Nonostante la mia famiglia fosse siriana, a ventisette anni io, essendo curdo, non avevo la cittadinanza siriana. In quel caso, in un certo senso, non sei considerato come una persona, a livello burocratico. In vari luoghi, sia a scuola, sia negli uffici statali e non, ti rendi conto che non vieni trattato come gli altri, e quindi pensi al vero significato della parola. Vedi come si comportano con i vicini, gli amici, i conoscenti, e  capisci che con te sono diversi. Siamo tutti uguali, siamo tutti gli stessi? Persona è l’essere umano messo al centro, è una “massa” di emozioni e pensieri, e alla fine quello che domina è il pensiero e la testa. Per me il concetto resta legato a una situazione burocratica, ma io sono quello che sono, al di là di quel pezzo di carta. Gli incartamenti burocratici sono al di fuori del concetto emotivo.

Pensa che la sua visione del concetto di persona sia condivisa dalla società?

In generale penso di sì, alla fine siamo tutti esseri umani, siamo tutti persone. Abbiamo dei pensieri, abbiamo delle emozioni: chi vive in montagna pensa a come scalare le montagne, chi nasce vicino al mare pensa a come navigare. Ma in ogni caso, due persone sono in grado di comunicare.

C’è qualche paese nel mondo in cui le persone non vengono intese in questo modo?

In qualsiasi parte del mondo e in qualsiasi cultura, c’è sempre qualcuno non in linea, che pesa le persone con misure diverse. Può accadere in Italia, in Siria, in Germania. Questo è molto grave. Una persona è sempre una persona sin da quando nasce; noi non possiamo decidere chi è una persona e chi non lo è, abbiamo tutti le stesse radici di natalità. Chi pensa di differenziare una persona per il colore della pelle, per la provenienza geografica, oppure per il pensiero religioso, per il pensiero politico, ovviamente lo fa senza ragionare e rende evidente un pensiero limitato.

 

 

 

 


La scuola in funzione della persona 

Lucia Italia è un’insegnante di italiano in una scuola secondaria di Roma, appassionata e molto attenta alle differenti sfaccettature del suo lavoro. Ha insegnato in diverse scuole e si interessa alle metodologie utilizzate all’estero, che confronta con quelle italiane. Sostenitrice del metodo didattico nazionale che si basa sul concetto di scuola come “scuola di vita”.

Che significato attribuisce alla parola “persona”? 

È una parola che mi piace molto, perché è un sostantivo neutro, quindi un termine paritario. Inoltre indica l’essenza della persona, che non riguarda età, sesso o nazionalità, ma la dignità dell’essere umano. Siamo persone quando abbiamo accesso ai diritti, comuni a ogni essere umano, e possiamo sviluppare la nostra identità, che ci rende individui differenti. A questo proposito mi viene in mente Primo Levi. In “Se questo è un uomo” assistiamo a una vera distruzione dell’essere umano: non solo si veniva privati di tutti i diritti, ma anche dei propri effetti personali, del nome, di tutte le caratteristiche.

Nella società la persona è considerata nella sua vera essenza? 

Sì, e questa considerazione così integra dell’essere umano è possibile grazie al lavoro che si fa con un metodo della scuola italiana, la didattica personalizzata. Si lavora sul complesso della persona, che si colloca in un gruppo come studente, con determinati diritti e doveri, e che cresce come individuo col riconoscimento delle sue caratteristiche.

La scuola influisce sul ruolo della persona nella società? 

Non solo: è proprio la scuola a permettere che la società esista. In tutte le situazioni in cui ci troviamo, dal posto di lavoro alla nostra comunità sportiva, viviamo la società. La scuola crea animali sociali che, da individui, contribuiscono alla collettività del gruppo. Insomma, la classe è una scuola di vita, una microsocietà preliminare a quella vera.

Questa visione della persona è condivisa da altre culture?

Purtroppo non penso sia così. In Inghilterra o in Francia, le scuole di classe negano le stesse opportunità a molti ragazzi, creando individui “predefiniti”. La vera differenza, però, non sta nell’Europa, ma nel resto del mondo. Esempi eclatanti sono la condizione della donna in Medio Oriente, o le guerre che spingono i migranti alla fuga.

I pregiudizi influiscono sul rapporto persona-società?

Temo che sia così, anche se è una cosa che non ha ragion d’essere: alle medie si possono trovare bambini italiani e “stranieri”, definibili però, a tutti gli effetti, italiani: hanno studiato in una scuola italiana e alcuni di loro parlano persino romano. Sono già integrati, l’unica cosa che li blocca è il pregiudizio. Ma quando hai gli stessi sogni del tuo compagno di banco, non c’è motivo di pregiudizio.