L’alfabeto delle parole che ci mancano: “n” di normalità

Il silenzio che offende – L’alfabeto delle parole che ci mancano è un progetto della redazione di Piuculture nato dalla considerazione di quanto le parole siano importanti, esprimano e formino il pensiero, rivelino e modellino comportamenti. Dobbiamo essere preoccupati di quel linguaggio fatto di povertà di pensiero, carico di violenza e stereotipi, che domina il dibattito pubblico sull’immigrazione e non solo.

Da qui è partita l’idea di ricercare parole il cui uso possa costituire una barriera al dilagare di quel linguaggio. Ricerca che ha portato alla costruzione collettiva di un Alfabeto ragionato delle parole che circolano poco nella narrazione delle migrazioni. L’ambizione è di contribuire a una campagna culturale in cui coinvolgere scuole, associazioni, testate giornalistiche.

I primi a collaborare sono stati gli studenti della III E del liceo Pilo Albertelli che hanno realizzato delle interviste parallele, a un italiano e a uno straniero, sulle parole scelte per comporre l’alfabeto delle parole che ci mancano. Pubblichiamo settimana dopo settimana le interviste realizzate, oggi la parola dell’alfabeto è Normalità, ne parlano Oana Boșca-Mălin, rumena, e Luciano Zani, italiano, intervistati dalle studentesse Elena Meucci e Giada Sindotti.


La mobilità delle persone ha sempre accompagnato la storia dell’umanità, ma nel mondo della comunicazione viene spesso presentata come l’eccezione che sovverte l’ordine naturale delle cose. Sarebbe bello, invece, se considerassimo “normale” il diritto di tutti a ricercare condizioni di vita migliori, individuando i modi per governare e risolvere i problemi che si presentano.

Storia di una normalità combattuta

Oana Boșca-Mălin ha insegnato a Bucarest storia e cultura della civiltà italiana; oggi vive in Italia ed è Vicedirettore responsabile dell’Accademia di Romania di Valle Giulia per i programmi di promozione culturale, nati per far conoscere e diffondere la cultura romena in Italia. Inoltre, l’Accademia di Romania sostiene i titolari delle borse ‘Vasile Parvan’ dello Stato romeno, con lo scopo di garantire istruzione e formazione per i giovani, nonché promuovere scambi culturali nell’ambito dell’istruzione tra Italia e Romania.

Cos’è per lei la normalità?
La parola normalità è talmente usata che diventa abusata e spesso non si pensa più a cosa significhi realmente; io la definirei il grado zero da cui iniziare a misurare il vivere civile e il vivere individuale. Rappresenta il grado di libertà che ci possiamo prendere e abbiamo il diritto di prenderci senza invadere la libertà dell’altro; a livello culturale significa conoscere la propria cultura con le rispettive tradizioni e origini da cui derivano; vuol dire inoltre sapere che la propria cultura è solo una delle tante al mondo, che ha gli stessi diritti di manifestarsi come tutte le altre culture. Normalità vuol dire conoscersi ed avere la disponibilità di conoscere l’altro o perlomeno lasciare che ciascuno abbia i propri spazi.

Pensa che nel corso del tempo la visione di normalità si sia evoluta?
Sicuramente, basti pensare al ruolo della donna che per come lo intendiamo noi rappresenta una normalità molto recente; le persone hanno combattuto per ottenere ciò che noi oggi definiamo normale e continueranno a farlo perché non è così ovunque; in alcuni posti del mondo una qualsiasi azione che dalla nostra società occidentale è definita normale non lo è affatto.

Cos’è definito normale nella sua cultura quando si parla di tradizioni e abitudini?
Nelle mie tradizioni la normalità è rispettare le festività, le ricorrenze religiose e riunirsi in famiglia durante questi momenti. La Romania e l’Italia non hanno culture e tradizioni molto diverse, questo è sicuramente un vantaggio: ho facilmente ritrovato le stesse consuetudini che avevo a casa. Se fossi andata a vivere in un paese con una cultura molto diversa dalla mia, la normalità sarebbe stata in primis adeguarsi a quella cultura senza però perdere la propria identità.

Ha avuto problemi a mantenere vive le sue tradizioni in Italia?
A livello di culto religioso, la normalità di un romeno che vive all’estero è avere la chiesa ortodossa dove andare a pregare almeno nelle festività; normalità che qui può essere compiuta.

Insegnava anche in Romania? Quali sono le differenze che ha notato tra le scuole romene e italiane?
Insegnavo a Bucarest la storia e la cultura della civiltà italiana, qui invece sono vicedirettrice dell’Accademia di Romania. Conoscendo già da prima l’ambiente universitario italiano, non trovo ci siano differenze per quanto riguarda la struttura della scuola ma piuttosto per quanto riguarda l’approccio dei professori e degli studenti. Qui in Italia è incoraggiato un insegnamento non tanto informativo quanto formativo basato sulla riflessione, cosa che manca in Romania.

Come ha ritrovato la normalità in Italia?
A livello personale, avendo mia figlia che è venuta a vivere con me in Italia, stiamo cercando di ricreare la normalità qui e non abbiamo riscontrato alcun problema nel farlo. In Romania la normalità sarebbe stato vivere tutti insieme in famiglia ma purtroppo qui in Italia non è possibile.


 

La normalità è una trappola per la creatività

Luciano Zani è uno storico, insegna storia contemporanea e storia sociale e culturale alla facoltà di Scienze Politiche Sociologia, Comunicazione della Sapienza, Università di Roma.

Per lei normalità cos’è, cosa rappresenta il termine?
Normalità è una parola particolarmente complicata, è una parola multipla. Una delle caratteristiche più singolari del termine è che è riconducibile a due estremi assolutamente opposti, se per esempio dico ‘quel ragazzo non è normale’, do un’accezione negativa al termine, se invece dico che ‘Giada è una ragazza fuori dal normale’, indico che Giada è più brava rispetto alla media. Come ha detto Umberto Eco: ‘Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali.’ Ovviamente è quasi una battuta, però è un po’ anche quello che penso io.

Lei si ritiene una persona che rispetta gli odierni canoni della normalità
o le piace andare ‘fuori dagli schemi’?

Non vorrei sembrare contraddittorio, ma sono in genere ligio alle norme. Per certi versi normalità è un’illusione, perché quello che può essere normale per uno è diverso per un altro. La normalità può essere una trappola che distrugge ed elimina la creatività. Ovviamente ci vuole rispetto di certe regole, sapendo però che sono regole inventate, decise e perseguite da noi. Quindi da questo punto di vista posso dirvi che al di là di certe regole di comportamento civile e necessario, non mi piace l’eccesso di ricerca

Lei associa la normalità ad un suo personale stato d’animo??
Per me la normalità è il rapporto con gli altri: non è tanto l’affermazione della propria personalità e delle proprie convinzioni, che pure quando si discute vanno affermate, articolate e spiegate; quanto piuttosto prima di tutto la capacità di ascolto. Poi saper leggere sé stessi nel proprio vivere, agire e operare; spesso noi, invece, operiamo senza chiederci realmente perché stiamo compiendo certe azioni. Inoltre la normalità rispecchia la società, la sua cultura e la sua storia.

Lei pensa che la personalità di un individuo ne determini la normalità o pensa che ci siano delle basi della normalità che tutti, anche involontariamente, rispettiamo?
Io sarei dell’idea di chiedersi in ogni tempo e in ogni luogo qual è il concetto corrente di normalità, e che cosa implica, che cosa significa, e se per caso non debba essere sottoposta a critica. È chiaro che ci sono delle regole civili che tutti noi rispettiamo; il rispetto degli altri e l’ascolto li considererei norme che dovrebbero essere rispettate sempre. La normalità è un fatto storico – sociale, questo significa che il concetto di normalità cambia con il mutare delle condizioni storiche. Per me la normalità è spostarsi da un luogo all’altro ed è anche ciò che ibrida le culture, le unisce tra loro. Secondo me dal punto di vista della storia dell’uomo, ‘noi siamo più i nostri cammini che i nostri luoghi’.