L’8 marzo non è solo una celebrazione internazionale, ma un impegno civile per dare spazio e voce alle invisibili della Storia. In questa Giornata Internazionale della Donna, mentre si celebra la pluralità delle conquiste femminili e la tutela dei diritti, emerge urgente la necessità di ascoltare anche le voci che nessuno, in questa parte del mondo, ascolta mai: quello delle madri dei migranti.
Donne che restano e aspettano notizie di figli partiti, a volte di nascosto, custodi di radici e di legami che rifiutano di spezzarsi, dove la vita continua ad accadere in un tempo sospeso e l’attesa e l’angoscia di non sapere diventano presenze con i quali convivere, troppo spesso per sempre.
Le testimonianze di alcune di loro, raccolte tra Gambia, Mali, Etiopia e Tunisia dal giornalista Luca Attanasio, vogliono restituire un altro volto alla migrazione, troppo spesso ancora ridotta a numeri e statistiche, per farsi voce, volti e luoghi, biografie, nomi. Caratteri, ricordi.
Nel documentario MUMS, le madri di coloro che sono partiti vogliono raccontare un legame che resiste oltre i confini e oltre alla morte.
MUMS, madri
Mums, mothers, mères, madri dei migranti, spesso private dell’ultimo saluto da un figlio partito di nascosto perché loro glielo avrebbero impedito. Madri che attendono mesi, a volte anni, prima di avere notizie, che se arrivano da altri hanno solo un significato. Madri che invecchiano senza sapere più nulla, e si portano un dolore quotidiano nel cuore. Madri che non possono seppellire un corpo.
Madri lontane, famiglie lontane, affetti lontani, radici che continuano ad esistere grazie al wi-fi di un cellulare, che rimane l’unico contatto con una voce, un volto, un cortile, cellulare dove spesso l’immagine salvata sullo schermo è quella della madre lontana, come fosse un talismano.
Madri, ma potrebbero essere padri, fratelli, sorelle, nonni, zii, madri considerate come archetipi della famiglia, come la più intima appartenenza.
Se un Africano potesse venire in Europa con le stesse modalità con le quali un Europeo può partire per l’Africa, il Mediterraneo non sarebbe un cimitero.
Il peso del passato: una Norimberga che manca
Questa condizione di vulnerabilità estrema affonda le radici in una storia mai chiusa.
Mentre il mondo ha saputo guardare in faccia l’orrore del Nazismo, processandolo a Norimberga e avviando un percorso di scuse ufficiali, lo stesso non è accaduto per i tre secoli di schiavitù e i centocinquant’anni di colonialismo.
Sono mancate sia una collettiva ammissione di colpa, sia la riparazione storica per il saccheggio di un continente, che di fatto non si è mai interrotto. L’Italia, soprattutto, non ha mai veramente intrapreso un’elaborazione critica delle responsabilità sui propri domini coloniali, sottovalutandone il peso e le conseguenze, responsabili degli assetti economici e geopolitici dai quali provengono anche le migrazioni che oggi tenta di contrastare.
È da questo vuoto etico che provengono politiche di gestione dei confini di tipo coloniale, dove gli esseri umani non hanno tutti lo stesso valore e dove il diritto al movimento è concesso solo a chi ha il passaporto “giusto” e non proviene dal Sud del mondo: “Bisogna lavorare sulla contro informazione per smascherare falsità, dati non corretti e statistiche non veritiere”, ricorda Luca Attanasio, giornalista e docente specializzato in geopolitica e migrazioni. “I dati ufficiali forniti di Frontex (la Polizia di Frontiera dell’Unione Europea) e del Viminale parlano di 230.000 migranti entrati illegalmente nel 2025 in un’ Europa dove vivono 430 milioni di cittadini. Possiamo davvero parlare di invasione?”
In un momento di forti conflitti come questo bisogna ricordare che esiste una guerra trasversale, quella contro i migranti, che si chiama war migrant: “In Europa, ancora di più negli Usa con ICE (Immigration and Customs Enforcement), ma anche in Asia, vengono varate misure per fermare i flussi migratori che sono addirittura controproducenti e i cui parametri sono tutti di tipo coloniale”.
Non siamo tutti uguali
In Europa non si può entrare legalmente senza un visto, impossibile da ottenere per chi proviene dal Sud del mondo. “Io, per esempio, sono andato in Etiopia con un visto turistico, richiesto on line, pagato 45 euro e ricevuto per mail dopo tre giorni. Avesse voluto fare lo stesso un mio collega etiope, sarebbe stato impossibile.”
Quando i passaporti hanno pesi diversi, l’unico modo per raggiungere l’Europa è affidandosi ai trafficanti: “un mercato che oggi fattura più di quello delle armi, con guadagni dai 2.000 ai 13.000 dollari a passeggero”. Un’economia del dolore che continua a produrre vittime: si stima che dal 2014 almeno 32.000 persone siano morte nel Mediterraneo.”
Dietro ognuno di queste vittime c’è una madre che ancora aspetta.
MUMS: le voci delle madri per raccontare le migrazioni
MUMS sarà un documentario della durata di 75 minuti e composto da quattro episodi, girati in Gambia, Mali, Etiopia e Tunisia, per il momento completamente autofinanziato ed autoprodotto da Luca Attanasio, per mostrare quattro realtà che rivelano aspetti diversi di quello che si tende a definire molto genericamente “fenomeno migratorio”.
Parte dal Gambia il documentario, il piccolo paese anglofono incuneato all’interno del Senegal, che gode di una situazione abbastanza stabile e tranquilla. “Grazie ad caro amico gambiano, uno stilista che in Sicilia ha dato vita ad una sartoria sociale, ho conosciuto i quattro ragazzi che sono riusciti ad arrivare salvi in Italia e che mi hanno messo in contatto con le loro madri rimaste a casa. Lui è stato fondamentale per tradurre linguisticamente e culturalmente il nostro progetto ai ragazzi e alle loro famiglie”.
Piangono tutte i loro figli le cinque madri del Mali, incontrate grazie alla ONG italiana Abareka, che a Bamako e a Timbuctou lavora con progetti di empowerment femminile. Racconti dolorosi di donne che hanno atteso anni per avere notizie, fino a quella che speravano di non ascoltare mai. Si chiedono perché chi cerca condizioni di vita migliori debba trovare la morte: “Finite le riprese, ho voluto fare un esperimento, e ho chiesto loro di dire cosa pensassero dell’Europa”. È emersa tutta l’ingiustizia di un rapporto che non è mai cambiato, un colonialismo che continua a perpetuare rapporti asimmetrici, dove chi proviene dal Sud del mondo non ha diritti e libertà di movimento legale, quando per tutti gli altri serve solo un visto”.
Ancora diversa la situazione messa in luce in Etiopia, in particolare nella regione dell’Oromia, dove la maggior parte delle persone che decidono di partire non vogliono raggiungere l’Europa ma i Paesi del Golfo attraverso la Eastern Route. Etiopia, Gibuti, Somaliland, un piccolo tratto di Oceano Indiano per raggiungere lo Yemen, in guerra da 10 anni, e finalmente l’Arabia Saudita. A questa migrazione partecipano un numero maggiore di donne, probabilmente perché i pericoli e le violenze sono inferiori rispetto alle partenze dalla Libia e dalla Tunisia per il Mediterraneo e perché è possibile trovare lavoro come domestiche e bambinaie, sebbene in rapporti di semi schiavitù.
“In questo paese il mio contatto è stato Marco Simoncelli, video giornalista e fotografo che vive e lavora in Etiopia da anni, dove nel nord del paese, in Tigrai, dal 2020 è iniziata una guerra di cui non si parla mai ma che ha generato 200.000 morti e oltre 4 milioni e mezzo di sfollati.”
La Tunisia rimane l’unico paese dove ancora devono essere effettuate le riprese, Attanasio vuole mettere l’accento su un aspetto più politico, e dare voce ad un’associazione di donne e madri che si è costituita per chiedere giustizia sui dispersi. “In questo paese, come la Libia, con la quale il governo italiano ha stretto accordi economici per bloccare le partenze, si continuano a commettere inaudite violenze ed i migranti bloccati dal Governo di Saied vengono catturati e poi li ributtati nel deserto a morire”.
MUMS vuole essere un atto politico pacato, uno strumento per contrastare la narrazione imposta di un’invasione subita, “dove la voce delle madri possa contribuire ad umanizzare la migrazione, gestita come una fredda statistica fatta di numeri e di dati non corretti. Voglio che sia una contro-narrazione, un ascolto ricevuto senza mediazione e senza condizionamenti”.
Natascia Kelly Accatino
(7 marzo 2026)