MSNA e giovani italiani insieme per dare voce alle comunità

Si è concluso il 15° laboratorio di giornalismo sociale di Piuculture, ancora una volta lo scopo è la promozione dell'incontro con l'altro.

Sono 15 i laboratori di giornalismo sociale che negli anni la redazione di Piuculture ha portato avanti con gli studenti per raccontare le comunità straniere che crescevano nella Capitale.
Tanti ragazzi si sono avvicinati al giornalismo, alcuni hanno continuato il percorso e ne hanno fatto una professione, altri l’hanno vissuta come un’esperienza, altri ancora hanno capito che il racconto scritto non faceva per loro, tutti però hanno fatto qualcosa di nuovo e di creativo.
Tanti volti negli anni si sono succeduti, tanti sguardi, caratteri, storie, background. Ci sono state le classi intere, i gruppi piccoli, i singoli che diventavano gruppo, gli italiani, le seconde generazioni e i minori stranieri non accompagnati (MSNA).
Quest’anno studenti italiani e MSNA hanno lavorato insieme per raccontare, ancora una volta, la società che cambia, quel volto della Capitale legato alle comunità straniere.
“I MSNA con gli studenti danno voce alle comunità” è coinciso con due date importanti, raccontate negli articoli scritti collettivamente: la Festa delle Lanterne, per festeggiare l’ingresso nel nuovo anno cinese del cavallo di fuoco e il Ramadan, con l’interruzione del digiuno e l‘Iftar alla Grande Moschea di Roma.
Il laboratorio è stato però anche l’occasione per raccontarsi e per raccontare, come hanno fatto i ragazzi stranieri, i Paesi lontani dove sono nati. Sul terreno dove si impara a scrivere e a fare domande, anche l’occasione per imparare ad ascoltare e a conoscere il compagno seduto di fronte, coetaneo con un bagaglio troppo grande sulle spalle, spesso nascosto dietro la timidezza o un grande sorriso.

La visita più sentita, quella alla Grande Moschea durante il Ramadan

A Roma c’è la seconda Moschea, fino a pochi anni fa la più grande d’Europa eppure, a parte Ben, ancora non c’era andato nessuno.
Yussufa, anche lui musulmano, per l’occasione ha indossato una tunica ricamata, solenne come la preghiera prima del tramonto. È emozionato. Lui e Ben, uno accanto all’altro durante tutte le preghiere, si sentono a casa.
Maryam, pur essendo musulmana, non aveva mai pregato in Moschea durante il Ramadan, perché in Afganistan alle donne non è permesso, e quella è la sua prima volta.
Greta è italiana e per entrare in Moschea anche lei ha dovuto indossare un foulard sui capelli. Sedute sui tappeti nell’area riservata alle donne, osservano tranquille l’ambiente e le persone e ascoltano i racconti della giovane ragazza che stanno intervistando, venuta in Italia per lavorare nel settore alberghiero e che in Moschea si sente meno sola.
Anche Andrea è italiano e frequenta il liceo. Quando ha dovuto descrivere le impressioni della giornata, ha raccontato del silenzio, dello spazio ampio, del tempo sospeso che strideva col fragore della città.
Zak, invece, cammina, parla, si alza, si siede, si aggira. Anche lui musulmano, non sembra a suo agio: è sofferente, provocante. Chissà a cosa pensa, cosa ricorda.

Il gruppo, un mix di background

C’è Abdullaye, della Guinea, che parlava appena quando è arrivato ma che alla fine del percorso riesce a capire gli scherzi e le battute e la falsa scontrosità dell’inizio, che altro non era che insicurezza mascherata, è scomparsa dietro al sorriso.
Ci sono Ben e Zak, uno ivoriano, l’altro palestinese, entrambi alla seconda esperienza di laboratorio, che sono stati presenze fondamentali per la coesione del gruppo, all’inizio scollegato e poco comunicativo, determinanti anche nel coinvolgere Greta e Andrea, gli unici italiani, che all’inizio si guardavano intorno senza saper bene cosa fare. Durante i primi incontri Yaya e Yussufa, entrambi del Gambia, erano sempre seduti vicini e non comunicavano che tra di loro. Con il passare del tempo hanno progressivamente conquistato spazio e parola. Maryam, che viene dall’Afganistan ed è la più grande di tutti, alla fine ha abbassato le difese.
Nei mesi le distanze si sono accorciate, le risate e l’umorismo hanno livellato le differenze e alla fine si è creato il gruppo: eterogeneo, irripetibile, chimicamente unico. Ogni anno diverso.

Il laboratorio

Come si descrive una situazione utilizzando i sensi? Quali sono le cose più importanti da dire? Come si fa a raccontare con le immagini? Quale titolo è più adatto a riassumere l’articolo? È già difficile scrivere nella propria lingua, ancora di più quando le parole vanno cercate in un’altra che ancora si sta imparando. Eppure giornata dopo giornata, le parole sono cresciute e hanno preso forma i racconti.
Per scrivere l’articolo individuale sono stati dati dei temi: come si passa il weekend nel tuo paese? Se un amico ti venisse a trovare cosa gli faresti fare? Qual è lo sport più praticato? Vorresti parlare di un personaggio famoso? Le tracce sono state l’occasione per aprire la scatola dei ricordi, il cellulare con le foto, la musica ascoltata.
Lo sport, argomento privilegiato da quattro ragazzi, è stato declinato in modo diverso. Calcio come opportunità per il futuro, sogno condiviso anche dalle donne in Guinea, nell’articolo di Abdullaye. In Gambia, calcio capace di aggregare le persone per Yusupha, dove basta un pallone per fare amicizia e conta solo non farsi male. E ancora il calcio speciale che si gioca in Costa d’Avorio, il marakana di cui parla Ben, dov’è stato l’idolo del quartiere e di uno stuolo di ragazze. Sport anche per Andrea che, dopo aver passato un anno di scuola negli Stati Uniti, dedica il suo articolo al basket, praticato in Italia in modo diverso.
Maryam decide invece di parlare del suo Afganistan, terra martoriata dai talebani e dall’Isis, che paradossalmente si è riaperto al turismo e offre zone, prima inaccessibili, di rara bellezza. Yaya descrive il suo fine settimana in Gambia come se ancora lo trascorresse così, tra thè bevuti sotto gli alberi con gli amici e piccoli animali di foresta arrostiti sul fuoco di legna. Greta sceglie di parlare di The Weeknd, un cantante di origine etiopiche che è stato capace di trasformare il disagio ed il degrado nella forza propulsiva del suo successo. Zak, infine, si abbandona ad un racconto struggente della sua Palestina vissuta nel quotidiano e ricorda la forza e la resilienza del suo popolo con orgoglio e malinconia.

Sono solo ragazzi

“Sono ragazzi minori o appena diciottenni, fare una comparazione con i nostri ragazzi è inevitabile. Come festeggeranno o hanno festeggiato il loro compleanno? Sono ragazzi che hanno affrontato un viaggio immagino pericoloso, eppure sono ancora piccoli. Poi, però, il pensiero va alle nostre generazioni passate e capisci che quello che stanno vivendo ora questi minori lo hanno vissuto tanti ragazzi italiani, che sono emigrati non troppo tempo fa verso Paesi più ricchi”. Sono i pensieri e le parole di una collega invitata all’evento finale quando, in una sala dell’Altra Economia, i ragazzi hanno letto gli articoli, raccontato la loro esperienza e ricevuto i diplomi.
Aveva percepito la nostalgia, forte, ma anche un certo disincanto. Aveva sentito che i ragazzi hanno bisogno di sponde e forse Piuculture lo è almeno per alcuni di loro, come Ben e Zak, e diventare un posto dove andare e ritornare, per altri essere solo una tappa in più lungo il percorso di integrazione.
Greta, nel video finale del progetto, dice una cosa importante, riferendosi ai suoi compagni: “è un’esperienza formativa che fa riflettere, stare a contatto con persone che sembrano normali ma hanno dovuto affrontare tanto nel loro passato e soprattutto vedere come la maggior parte siano miei coetanei”.
Lo scopo di questo laboratorio è stato anche questo: mettere in contatto giovani diversi, minori stranieri soli in Italia e studenti italiani, che senza un terreno comune forse non si sarebbero mai incontrati, e lasciare loro lo spazio per conoscersi.

Natascia Kelly Accatino
(14 maggio 2026)
Foto di William Mbiena e Alessandro Guarino

 

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