La visita alla Grande Moschea per il Ramadan è stata nell’ultima settimana di Ramadan, nel pomeriggio, prima della preghiera di Maghrib che si svolge subito dopo il tramonto del sole.
Entrare nella Grande Moschea di Roma è un’esperienza che sorprende più di quanto ci si aspetti: da fuori appare discreta, immersa nel verde, ma appena si oltrepassa l’ingresso il rumore della città svanisce e tutto sembra rallentare.
La Grande Moschea di Roma
E’ un edificio abbastanza imponente, situato nel quartiere Parioli, immerso tra gli alberi. Prima di entrare si accede a un ampio spazio in cui c’è una fontana mentre a sinistra si trova l’area dei bagni per le abluzioni che i fedeli frequentano prima di entrare a pregare.
Alla fine di una scalinata si trova l’ingresso della ampia sala destinata alla preghiera. Per entrare, bisogna togliersi le scarpe. A piedi nudi si sente subito la morbidezza dei tappeti, un gesto semplice che segna il passaggio ad un ambiente più raccolto.
L’interno della Moschea è un grande spazio abbellito con varie opere di architettura e decorata con diversi colori, prevalentemente il bianco, l’azzurro e il blu.
Lo spazio è suddiviso in quello dedicato alla preghiera maschile, che occupa gran parte della sala, e in una piccola ala sulla destra, sovrastante, dedicato alla preghiera delle donne. La moschea è illuminata da grandi lampadari appesi al soffitto, per rimarcare la vastità e l’imponenza trasmesse da questo edificio.
Quando si alza lo sguardo, si percepisce lo spazio ampio, luminoso, attraversato da colonne bianche che si aprono verso l’alto come palme, senza statue o quadri, ma con geometrie e decorazioni che trasmettono ordine ed equilibrio. La luce è diffusa, mai aggressiva. Se qualcuno prega, i movimenti sono lenti e silenziosi; se invece è vuota, la sala offre una calma profonda, quasi tangibile.
Fedeli di ogni paese
All’inizio, per la prima preghiera di inizio pomeriggio, non c’erano molte persone, ma man mano che il tempo dell’Iftar si avvicinava, la Moschea si è riempita di fedeli, uomini e donne di diversi paesi. Alcuni pregavano e leggevano il Corano, altri riposavano.
Prima della preghiera, è stato possibile parlare con i fedeli che aspettavano l’Iftar, l’interruzione del digiuno, per capire cosa rappresentasse per loro il Ramadan.
“Per noi il Ramadan non è un semplice digiuno, ma è il mese della benedizione, quel momento magico e speciale dell’anno in cui tutte le famiglie si riuniscono”, racconta Mohamed, di origine egiziana. “Durante questo mese la preghiera e la spiritualità cambiano moltissimo, sentiamo una forte carica spirituale, specialmente con la preghiera del Tarawih che nutre la nostra anima”. Spiega che il vero digiuno non è solo l’astensione da cibo e bevande, ma anche da comportamenti sbagliati.
Yaya viene dal Gambia e racconta che la notte più importante durante il Ramadan si chiama Laylat al-Qadr, La Notte del Destino, perché il Sacro Corano è stato rivelato in quella notte: “qualsiasi buona azione compiate in questa notte, sarà come se l’aveste compiuta per 1000 mesi”, racconta. È considerata un momento di immensa misericordia divina, quando i peccati vengono perdonati e le preghiere accettate e dove il destino di ognuno viene definito per l’anno a venire.
L’Iftar, l’interruzione del digiuno
Poco prima del tramonto, sono stati allineati per terra datteri ed acqua per rompere il digiuno e offerti ai fedeli venuti a pregare. Terminata la preghiera, fuori dalla Moschea, alcuni hanno condiviso il pasto, altre famiglie hanno portato cibo da casa e lo hanno consumato nel giardino, altri ancora hanno mangiato alla mensa che era stata allestita.
“Oggi per la prima volta ho pregato in una moschea a Roma”, racconta Maryam, una giovane donna afgana. “Mi sento molto bene, ma sono anche un po’ sorpresa, perché nel mio paese, che è un paese islamico, non potevo andare in moschea. In Afghanistan, non ci sono molte moschee per le donne e, se ci sono, per motivi di sicurezza molte non possono andarci”. Accanto a lei è seduta Aya Barakat, che ha 28 anni e viene dall’Egitto. Vive in Italia da 4 anni, ha studiato business. Ora lavora in un albergo e durante il Ramadan prega in Moschea tutti i giorni: “Ho una moschea vicino casa ma preferisco venire qui dopo il lavoro. Nei paesi arabi, durante il Ramadan, l’orario di lavoro cambia in base all’Iftar, qui a Roma festeggerò l’Eid, la fine del Ramadan, al lavoro e non prenderò un permesso”.
Ramadan: un periodo speciale
Aya racconta anche di sentirsi più triste quando finisce il mese del Ramadan perché ha la sensazione che finisca un periodo speciale in cui le sembra ci sia meno violenza.
La Moschea trasmette quella sensazione di essere in contatto con Dio e di essere nel posto giusto per pregare. C’è un’atmosfera di tranquillità e di silenzio, di sicurezza e di serenità capaci di rinforzare la fede e questa è una cosa inspiegabile per i non credenti.
Anche senza conoscere l’Islam, si percepisce che la Grande Moschea di Roma è un luogo pensato per la concentrazione, dove è possibile semplicemente fermarsi, osservare e adattarsi al suo ritmo. E quando si esce da quello spazio, il contrasto con il fragore della città si avverte subito.
Testo e foto di
Maryam Barack, Andrea Bracoloni,
Abdoulaye Camara, Yusupha Ceesay,
Yaya Minteh, Greta Pardo, Oumar BEN keita, Zakaria Soboh
Foto di William Mbiena
Leggi anche:
- Ben e Yousupha: il Ramadan alla Grande Moschea
- Ramadan: l’Iftar, il pasto che interrompe il digiuno
- Ramadan e Quaresima. Punti di incontro nel rispetto della diversità





























