Politiche urbane nei piccoli centri ad alta densità di immigrati

Immagine della locandina della conferenza

Nei piccoli comuni e borghi di tutta Italia si assiste ad un diffuso fenomeno di degrado edilizio dei centri storici. Nella maggioranza dei casi, i proprietari di edifici ai limiti dell’abitabilità, preferiscono affittare gli immobili al crescente numero di stranieri a prezzi di locazione molto bassi, con la garanzia di un’entrata sicura, piuttosto che intraprendere lavori di recupero del bene. Questo è quanto è emerso da un’indagine dell’università La Sapienza di Roma in collaborazione con il centro di studi Fo.Cu.S., presentata nella mattina di venerdì 2 dicembre al Dipartimento di Design, Tecnologia dell’Architettura, Territorio e Ambiente in via Flaminia 72. “Senza politiche efficaci in merito, si viene a creare una catena del degrado”, spiega Manuela Ricci, responsabile della ricerca e docente della facoltà di architettura, “con la popolazione locale che tende a spostarsi verso le periferie”.

Riace, città dell’accoglienza Un esempio controtendenza è quello del centro calabrese sullo Ionio. Per rinvigorire un paese sempre più anziano per le partenze dei giovani, il sindaco Domenico Lucano, primo cittadino dal 2004, ha deciso di assegnare le case sfitte, dopo averle restaurate, ai numerosi rifugiati palestinesi, somali, eritrei, curdi ed afghani, dando vita ad un progetto di integrazione senza precedenti. Con il risultato di un incremento del turismo, spesso attratto proprio da questa singolare situazione, e uno sviluppo generale che “ha interrotto una catena che porta al crimine organizzato”, stando a quanto affermato in un breve documentario dallo stesso Lucano.

Social housing a Verona e provincia Dal 1991 è attiva a Verona la cooperativa La Casa per gli Immigrati, nata grazie a delle sottoscrizioni, un miliardo di lire solo nei primi otto mesi, destinate all’acquisto di alloggi da assegnare alle fasce deboli della popolazione, privilegiando le famiglie e i casi più urgenti, con un affitto che non supera un terzo del reddito. Attualmente gli appartamenti gestiti sono 54, di cui 4 per rifugiati politici o a prima accoglienza. “A volte qualcuno ha rifiutato le nostre proposte, magari perché lontano dal posto di lavoro. Evidentemente non era in emergenza”, dichiara Renzo Fiorentini, attuale presidente della cooperativa. In più vengono forniti aiuti a livello scolastico e sanitario, “il difficile è far capire che si tratta di volontariato, che non servono corrispettivi in denaro”. A San Martino Buon Albergo, provincia di Verona, è stato svolto un progetto pilota, “Come a cà tua”, dopo la donazione nel 2007 da parte della Nestlè al Comune di un edificio fatiscente, da destinare a fini sociali previa ristrutturazione. La cooperativa, in collaborazione con Cariverona, la Fondazione San Zeno, la Banca Etica, associazioni industriali e l’Ente Comunale, è intervenuta con massicci lavori di recupero ottenendo sei unità abitative di circa 100 mq, adibiti a nuclei familiari di quattro o cinque persone, nel rispetto delle normative vigenti in materia di immigrazione. Dall’ottobre del 2010 i primi ospiti, ad un affitto inferiore ai 400 euro.

Inaugurazione del complesso “Come a cà tua”, da www.lacasapergliimmigrati.it

I casi Bergamo e Brescia Circa il 17% dell’imprenditoria bergamasca è in mano a stranieri, a fronte di un 10% di immigrati regolari nel centro storico, e “come nuova tendenza sono gli italiani assunti a lavorare per loro”, afferma Angelo Carrara, Presidente della Confartigianato di Bergamo. Le politiche di riqualificazione urbana sono state effettuate coinvolgendo il maggior numero di attori possibile, onlus, comunità religiose e soprattutto associazioni economiche di settore. L’innovazione è stata nel favorire la creazione di distretti territoriali commerciali, “per uno sviluppo degli spazi pubblici vivibili affiancati ad un’erogazione di servizi, da quelli anagrafici all’internet wi-fi, con la realizzazione di negozi di vicinato, dove la vendita di beni di prima necessità, per i meno abbienti, è a prezzi di filiera”. Inoltre si è deciso di destinare i finanziamenti delle istituzioni non ai singoli, ma a consorzi di categoria sia per l’avvio di nuove attività che per quelle già esistenti, “ad esempio per la messa in regola di numerosi esercizi etnici”. A Brescia, nel quartiere Carmine, si era raggiunta una percentuale di stranieri del 41%, con episodi di sovraffollamento in alloggi fatiscenti e degrado igienico-sanitario. Il piano comunale ha previsto il coinvolgimento dei proprietari, con agevolazioni e finanziamenti per il recupero delle proprietà, che hanno portato alla fine di diverse situazioni irregolari. Ripercussioni positive ci sono state anche sulle attività economiche. “Al posto di money transfer e phone center, molti dei quali chiusi perché coprivano attività illegali”, spiega Daria Rossi, responsabile area gestione del territorio del Comune di Brescia, “hanno preso piede numerosi negozi cinesi, dal maggiore potenziale economico e migliore aspetto estetico”.

Gabriele Santoro
(5 dicembre 2011)