Mostra Più culture: Migranti nel Municipio II. I fotografi (seconda parte)

foto di Serena Vittorini

Proseguono gli incontri dei fotografi dell’ISFCI con gli stranieri del Municipio II. L’occasione è stata la realizzazione della mostra: Più Culture: Migranti nel Municipio II a Roma che si inaugura martedì 14 febbraio alle 18 nel Foyer del Goethe. La mostra è stata realizzata da Piuculture in collaborazione con CNR,  ISFCI – Istituto Superiore di Fotografia  e  Comunicazione Integrata,  Goethe-Institut Rom, Biblioteche Di Roma Biblioteca Europea Roma, FOTOGRAFIA – Festival Internazionale di Roma,  IDeA Fimit.

Francesca Landini con Sorelle mussulmane racconta il lato femminile della Grande Moschea. “Essendo una donna posso capire come si sentono quando sono lì”. L’interesse per il mondo mussulmano era vivo già da prima ed essendo originaria di Roma nord ha abbracciato il progetto con grande entusiasmo.
“I mussulmani sono più gentili si chiamano fratelli e sorelle: una fratellanza che noi non sappiamo più cos’è. Inoltre è molto forte l’aspetto interculturale, ci sono persone di tutto il mondo: americani, italiani, turchi, marocchini, macedoni, si ritrovano là. È un mondo pacifico con la sua etica, se sei aggressivo vieni allontanato. Ancora ci vado ogni tanto ormai ho un legame”.
Il progetto iniziato a maggio/giugno è durato fino a poco tempo fa. Per le donne la moschea è un luogo importante, non solo per pregare ma anche per confrontarsi e scambiarsi opinioni sul matrimonio, sui trucchi, sui figli. “E’ bello vederle nella loro diversità”.

Sarabba e Siridde sono i protagonisti del lavoro Foo dekk? Realizzato da Serena Vittorini presso Amahor, SPRAR di Marcellina. L’idea nasce grazie alla conoscenza di un ragazzo senegalese, mediatore culturale presso il centro, e si sviluppa in un intenso mese con i ragazzi dalla mattina alla sera. Dopo le iniziali difficoltà, dovute alla diffidenza, la fotografa è riuscita però ad entrare in confidenza con loro.  Si è vconcentrata su particolari, come la cicatrice di Sarabba. e ha conosciuto le loro passioni cercando di immortalarle, come con Siridde, amante della natura, ritratto in mezzo al verde.

David Pagliani ha raccontato in Storie di fiume le vite degli abitanti delle rive dell’Aniene, gli orti urbani nati nel 1938 per gli impiegati della ferrovia ora rifugio per immigrati dell’Europa dell’Est, affiancati dai rom del campo delle valli. Il progetto, iniziato a marzo dello scorso anno, è nato da un interesse dell’autore per un luogo che si trova a poca distanza da casa sua. Grazie a conoscenze del quartiere che l’hanno introdotto agli abitanti degli orti è riuscito a parlare con loro. Invece l’approccio con i rom, inizialmente complicato, è stato reso possibile grazie ad una sigaretta.
Molte sono le storie interessanti che ha sentito, come quella di Yurek, un uomo polacco conosciuto mentre beveva e dormiva su una panchina dopo aver ricevuto la notizia di un brutto male, o quella di una coppia di romeni cacciati da un prete dal terreno sul quale hanno lavorato senza compenso, minacciati di denuncia come abusivi.
C’è Paolo che fa il sosia di papa Wojtywa a via dei Fori Imperiali, che all’orto ha addirittura una tv satellitare e Irco che viene dalla Repubblica Ceca e costruisce baracche artistiche.

foto di David Pagliani

Luca Cascianelli con Dietro lo sguardo, grazie all’aiuto dello psichiatra Giancarlo Santone di SaMiFo, si propone di indagare i traumi dei migranti forzati: le violenze, le guerre, le deportazioni, l’isolamento e le molte reazioni che l’uomo ha di fronte a quello che lo snaturalizza. L’idea nasce dalla lettura del libro di Thar Ben Jelloun, Le pareti della solitudine. “La realizzazione ha richiesto circa tre mesi. Non è stato facile perché molti hanno paura di raccontare: temono di essere trovati dai loro persecutori. Per questi motivi alcuni hanno rifiutato, altri hanno inizialmente accettato ma poi mi hanno chiesto di cancellare le foto che li ritraevano e i pochi che hanno acconsentito che le foto fossero pubblicate mi hanno chiesto di rimanere anonimi”.
Luca sente che questo progetto non è ancora finito, vuole ancora raccontare “le violenze che hanno segnato i loro corpi e continuino a tormentare le loro anime”.

Alessandro Maroccia con Laboratorio di vita, si è concentrato su Karalò, la sartoria africana nata grazie alla sinergia di quattro rifugiati politici trentenni di varie nazionalità con la passione per il cucito. “I prodotti di Karalò, sono realizzati con materiale da riciclo: vestiti, magliette, borse e portafogli, creati mettendo insieme scampoli di stoffa per lo più donati da altre sartorie, o da tappezzieri della zona”. Altre donazioni sono ottenute tramite sovvenzioni mensili da parte della cooperativa sociale Eta beta e da privati cittadini, affinché sia possibile mantenere il laboratorio attivo all’interno del centro. L’obbiettivo è quello di offrire una formazione che dia la possibilità di un impiego successivo.

Infine Carolina Munzi ha condotto una ricerca sui ragazzi non accompagnati che trovano riparo per la notte nel centro A28 di via Aniene. Il risultato è I am alone. Le foto, scattate durante o dopo i pasti, sono sfocate per rispetto dei soggetti, minori, e accompagnate da un foglietto con nome, provenienza e direzione dell’interessato. Il progetto è durato solo cinque giorni ma la potenza della macchina fotografica ha azzerato le distanze e ammaliato gli ospiti “mi chiedevano di portare stampate le foto che facevo il giorno dopo e le rifotografavano col cellulare, alcune sono state appese sulla parete”.

Elena Fratini (2.parte)

(10/02/2017)

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