Il difficile viaggio interculturale dei rifugiati nigeriani in Italia

La tesi di dottorato di Egbosiuba Chukwudumebi Augusta indaga dall'interno il processo migratorio del suo popolo.

Egbosiuba Chukwudumebi Augusta è una studentessa nigeriana dal nome lungo e complicato, che ha concluso il suo dottorato alla Sapienza di Roma, Facoltà di Scienze Politiche Sociologia Comunicazione.
Nella sua tesi ha investigato il viaggio interculturale dei rifugiati nigeriani in Italia, un lavoro di ricerca volto ad analizzare le caratteristiche di questa migrazione, iniziata in Italia negli anni ’80 e che è stata spesso percepita in maniera negativa, caratterizzata da una complessità ed una frammentarietà che gli stessi nigeriani non sembrano essere stati in grado di superare neppure lontani dal loro paese.

Augusta, di cosa parla la tua tesi?
Mi sono occupata del viaggio interculturale dei rifugiati nigeriani in Italia e della loro integrazione o mancata integrazione in quanto rifugiati. Ho voluto investigare i fattori che la favoriscono o la ostacolano, le difficoltà, le resistenze, le reti di supporto, tutti gli aspetti che contribuiscono a determinare il successo e l’insuccesso dell’esperienza migratoria nigeriana in Italia.

Nella tua tesi affermi che la migrazione nigeriana in Italia è diversa da altre migrazioni africane, per quale motivo?
Per molti fattori. Intanto bisogna considerare la specifica complessità politica, tribale, linguistica, religiosa e culturale della Nigeria, responsabile della sua grande frammentazione ed instabilità politica e che rappresenta sia il background dal quale provengono i rifugiati che la causa stessa delle loro migrazioni. Va poi considerato che la migrazione nigeriana in Italia, iniziata negli anni ’80, sia stata caratterizzata da una forte prostituzione femminile e questo in qualche modo ha influenzato e continua ad influenzare negativamente la percezione italiana nei confronti dei rifugiati nigeriani.

Pensi che in Italia siano stigmatizzati negativamente solo i nigeriani?
Assolutamente no, lo sono tutti, specialmente quelli di origine africana, i neri. Nei confronti dei nigeriani penso semplicemente che la stigmatizzazione sia più forte, soprattutto nei confronti delle donne, considerate generalmente tutte prostitute, ma anche degli uomini, che sono quasi sempre associati alla criminalità e allo spaccio. Sicuramente la narrazione nei riguardi dei nigeriani è sempre negativa.

Hai menzionato la complessità e la frammentazione della società nigeriana, ma in Italia non viene percepita.
In Nigeria abbiamo quasi 500 lingue, 250 etnie, religioni diverse. Ci sono tensioni costanti tra i diversi gruppi etnici, che vengono esportate anche all’estero dai migranti. In Italia la comunità dominante tra i migranti è quella Edo, quindi un nuovo arrivato che voglia, per esempio, cercare casa è costretto a relazionarsi con questo gruppo etnico, anche se appartiene ad un altro gruppo rivale. Queste differenze etniche continuano ad esistere, per questo noi nigeriani non possiamo sentirci e neppure essere identificati come un unico popolo.

Immagino che tu abbia iniziato a raccogliere dati e a lavorare alla tua tesi già con alcune idee ed opinioni. Mi chiedo se queste sono cambiate nel corso del tempo.
Sicuramente sono cambiate, e molto. Ancora prima di raccogliere i dati io, in quanto nigeriana, condividevo l’idea che coloro che decidono di attraversare la Libia per arrivare in Italia siano disposti a tutto, anche a morire, sappiano insomma cosa stanno rischiando. Solo quando ho potuto intervistare i rifugiati in maniera approfondita ho iniziato veramente a provare empatia e ho capito che molti di loro sono partiti senza avere alcuna idea di quello che li aspettava.

Ignoravi il dramma del viaggio?
Non ignoravo il dramma del viaggio, ma non pensavo che sarebbe stato così estremo, così violento. Alcuni mi hanno raccontato cose terribili, di come hanno visto morire i loro compagni lungo il percorso, come hanno affrontato il mare solo con una bussola. E allora, per la prima volta, mi sono chiesta quale situazione disperata potesse averli spinti ad affrontare un simile orrore e ho capito che non avevano niente da perdere. Non mi aspettavo questo senso di disperazione, di chi non ha più niente da perdere e si gioca tutto. Ignoravo che in Nigeria avessero lasciato situazioni altrettanto pericolose per decidere di giocarsi tutto, anche la vita.

Chi sono i soggetti che hai intervistato?
Il mio campione è composto da 17 uomini e 13 donne nigeriane, con un’età compresa tra i 25 e i 45 anni, conosciuti attraverso varie ONG o la Chiesa della Pentacoste.

Quali difficoltà hai trovato nel corso della tua ricerca?
Trovare e avere fiducia delle donne rifugiate, perché non hanno voluto condividere molto le loro storie, non sono riuscita ad ottenere tutte le informazioni che ho invece raccolto con gli uomini.

Sei una privilegiata, in Italia per un dottorato di ricerca, immagino ci fosse invidia e nello stesso tempo vergogna per la loro condizione così diversa. Pensi che ci sia una differenza tra uomini e donne anche nel processo di integrazione?
Penso che per gli uomini sia più difficile integrarsi, perché sono sovente identificati come criminali. Per loro è anche più difficile trovare lavoro e comunque sono quasi tutti impiegati nell’edilizia o nella manovalanza, mentre le donne trovano lavoro nella cura alla persona, disabili, anziani e bambini. Gli uomini sono esposti ad una grande visibilità, spesso negativa, le donne al contrario si scontrano con l’invisibilità.

Hai parlato della rete di supporto informale che sostiene l’integrazione dei rifugiati e la loro formazione, non solo le associazioni e le Onlus del terzo settore, ma anche le chiese e le comunità culturali nigeriane hanno un grande ruolo.
Le ONG e le Associazioni del Terzo Settore sono fondamentali per l’accoglienza e il supporto materiale, per la formazione linguistica e professionale, per aiutare i rifugiati con la burocrazia. Ma spesso sono realtà dove non viene garantita una continuità a causa delle fragilità finanziarie. Ma anche le associazioni etniche e soprattutto le chiese sono molto importanti per costruire comunità, sono il primo posto a cui un rifugiato si rivolge per costruire un social network. Io, per esempio, sono metodista.

E anche nelle chiese c’è questa divisione etnica di cui hai parlato?
No, nelle chiese si cerca di promuovere l’integrazione e di superare le barriere etniche.

Parli di chiese, ma mai di moschee, perché?
Tutti i rifugiati che ho intervistato erano cristiani, tranne uno. È stato difficile trovare nigeriani musulmani, molti non vogliono rivelare la loro religione. Sono riuscita ad avvicinare solo un key player, un ex rifugiato musulmano che ha voluto restituire alla comunità ciò che ha ricevuto creando un’associazione di sostegno all’integrazione, ma purtroppo è stato l’unico con cui sono riuscita a parlare.

Che differenza c’è tra integrazione ed assimilazione? Cos’è meglio?
L’integrazione è, secondo il mio punto di vista, preferibile perché a differenza dell’assimilazione non prevede un adattamento, che spesso ha come conseguenza la perdita della propria identità culturale. L’integrazione è un equilibrio che si raggiunge tra due culture, dove si dovrebbe poter dare e ricevere in egual misura.

C’è stata integrazione per i rifugiati che hai intervistato?
I dati che ho raccolto mostrano che circa il 60% dei rifugiati pensa che sia stato un errore venire in Italia e solo meno del 40 % ha avuto successo nell’integrazione e questo è accaduto perché si sono adeguati, allineati alle aspettative che la società ospitante aveva del “buon migrante” e hanno saputo come compiacerla.

Che caratteristiche deve avere il “buon migrante”?
Grato, resiliente e produttivo.

Quali sono quindi i risultati finali della tua ricerca e cos’è importante per favorire una migliore integrazione?
Intanto bisogna capire che l’identità non è un dato statico ed immutabile, ma viene determinata da una rete di fattori che coinvolgono l’etnia, la religione, la classe sociale ed il genere, a cui va aggiunta l’eredità del periodo coloniale e post-coloniale di una nazione intera. Per questo motivo non bisognerebbe generalizzare e considerare tutti i rifugiati africani sotto un’unica etichetta.
Per quanto riguarda le raccomandazioni per favorire l’integrazione, si dovrebbe agire su tre fronti. A livello sociale, andrebbero riconosciute le qualificazioni, promossa l’intercultura e la diversità. Le ONG dovrebbero acquisire maggiori competenze nella gestione del trauma, nella mediazione culturale e nella riflessione di cosa non funziona e perché. La società ospitante dovrebbe riuscire a vedere i rifugiati come risorse, come soggetti produttivi, e soprattutto smettere di generalizzare.

E tu, vuoi essere una “buona migrante”?
Onestamente no! Ho una personalità che non è in grado di compiacere nessuno! Non posso e non voglio essere diversa da ciò che sono.

Natascia Kelly Accatino
(06/02/26)

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