“Sono passati 75 anni dalla firma della Convenzione di Ginevra del 1951, sullo status dei rifugiati, e 45 anni dalla nascita del Centro Astalli, ma il diritto d’Asilo attraversa forse il suo periodo più difficile. Siamo in un momento storico in cui le nostre istituzioni, nate alla fine della II Guerra mondiale, sembrano andare in rovina e necessitano di essere ricostruite.” Ha affermato il giornalista e scrittore Marco Damilano, moderatore del colloquio sulle migrazioni, che si è tenuto lunedì 15 giugno, presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, per celebrare la giornata mondiale del Rifugiato 2026.
Un appello a difesa dei principi della Convenzione di Ginevra
Il messaggio che l’incontro ha voluto trasmettere è stato perciò la difesa dei principi della Convenzione di Ginevra, auspicando che il sistema internazionale di tutela torni a essere il riferimento delle politiche migratorie e non l’ostacolo da aggirare.
Tuttavia, è proprio di queste ore il dibattito che si è riaperto, nella politica e nella società civile, sulla Direttiva Rimpatri, approvata ieri dal Parlamento europeo, con 418 voti a favore, 218 contrari e 30 astenuti.
I Rifugiati non categoria ma persone titolari di un diritto
“Abbiamo voluto porre l’accento su un diritto” per non palare di Rifugiati come di una categoria, come emergenza da gestire, ma come persone titolari di un diritto, riconosciuto e sancito dal diritto internazionale, troppo spesso dimenticato o eroso nel dibattito pubblico” ha detto ancora Damilano. Hanno dialogato con Marco Damilano Mons. Paolo Bizzetti, già Vicario Apostolico di Anatolia e fondatore di A.M.O. e F.M.E. (Amici del Medio Oriente – Friends of Middle East), e Nathalie Tocci, politologa ed editorialista, Professor of the Practice alla Johns Hopkins SAIS Europe.
La storia di Carlos
Ad aprire la serata, la testimonianza di un rifugiato, Carlos, un avvocato colombiano, perseguitato per il suo lavoro. “Lavoravo come procuratore ed ho iniziato una procedura giudiziaria per denunciare dei funzionari corrotti che si sono appropriati di soldi pubblici” racconta Carlos, “ Mi hanno minacciato in tutti i modi e poi, sono stato accoltellato alla schiena, ma non ho smesso, dopo l’ospedale sono tornato al lavoro. Mi hanno incendiato la casa, ma io ho continuato lo stesso. Allora mi hanno sparato, dopo mesi di ospedale ero pronto a ricominciare.” Prosegue Carlos, visibilmente commosso, per poi confessare. ”Solo quando hanno minacciato di prendersela con mio figlio, se non avessi abbandonato il paese, ho capito che non avevo altra scelta e sono partito. Sono arrivato a Milano e per 15 giorni ho vissuto dormendo su un cartone come un barbone, poi ho incontrato una persona che mi ha aperto la porta di casa sua e mi ha ridato speranza. Sono riuscito a presentare domanda di protezione internazionale ed ora anche di ricongiungimento familiare.” “Non vedo la mia famiglia da 4 anni.“ Rivela poi, “ma nonostante tutto credo ancora nella giustizia e ora vado nelle scuole per portare la mia testimonianza e dimostrare ai giovani che la giustizia non è un’idea astratta ma una scelta che richiede coraggio e responsabilità.”
Il patto europeo sulla migrazione e la sfida culturale
“Quali diritti siamo davvero disposti a difendere quando diventano scomodi, quando richiedono responsabilità collettiva e capacità di guardare oltre la paura?” ha chiesto, nel saluto rivolto alla platea, P. Ripamonti, ponendo di fatto la domanda che ha costituito il fulcro dell’incontro. “In un mondo dove si contano un numero, sempre più elevato di persone costrette a fuggire dal proprio paese per conflitti, instabilità geopolitiche e crisi climatiche, secondo il Global Trends Report dell’UNHCR, sono 117,8 milioni le persone costrette alla fuga nel mondo, assistiamo ad una diminuzione di disponibilità ad assumersi responsabilità condivise e a costruire percorsi di accoglienza ed inclusione.“ ha continuato Ripamonti. ”Il nuovo sistema comune di asilo europeo, entrato in vigore lo scorso 12 giugno, non rafforza la protezione internazionale, bensì rappresenta un progressivo arretramento del diritto di asilo, mentre la priorità sembra essere solo il controllo delle frontiere.” Infine, Ripamonti ha sottolineato: ” La sfida che abbiamo davanti non è solo politica o giuridica, bensì è culturale, perché se la solidarietà viene percepita come debolezza e la compassione come ingenuità, vuol dire che stiamo smarrendo i valori su cui si fondano le nostre società.”
Monsignor Paolo Bizzetti: valorizzare le diversità
“Ho vissuto a lungo con i profughi ed ho imparato molto da queste persone” ha affermato monsignor Paolo Bizzetti, vicario apostolico dell’Anatolia, fino a novembre 2024. La Turchia, come ha ricordato, è un paese dove la questione dei profughi si pone in modo drammatico e dove si è occupato del dialogo interreligioso ed ha guidato iniziative locali della Caritas. “Ho conosciuto persone con una grande dignità; pur contribuendo, con il proprio lavoro, alle condizioni economiche del paese che li ospita, vivono in condizioni durissime, ma credono in valori profondi che qui abbiamo dimenticato.” racconta Bizzeti, ripensando a quegli anni “ed ho provato rabbia nel vedere tradite e smentite le promesse che l’Europa ha sbandierato per anni: quando i profughi mi chiedono smarriti da che parte sta l’Europa, io non so rispondere.” E poi, pensando all’integrazione: ”Bisogna ripensare a modelli nuovi di chiesa e di società, che valorizzino le diversità, la complessità è una cosa seria, non è possibile ricondurre tutti sotto uno stesso ovile, anche se c’è un unico pastore, una società è civile quando impara ad essere unita nelle diversità.”
Nathalie Tocci : la Remigrazione è inattuabile
A Nathalie Tocci, nota politologa, Marco Damilano ha chiesto di parlare dell’Europa. “Questa è un’Europa che ha troppa paura, una paura che da un lato la paralizza, perché di fatto, in molti situazioni, non ha agito, e che dall’altro la porta alla militarizzazione a livello nazionale. Un’Europa dove c’è troppo risentimento, che è il focolaio dell’ascesa del populismo e del fascismo, ma troppo poca rabbia,” afferma la politologa. “Il risentimento è in ascesa, lo vediamo nella politica e nel dibattito pubblico ma l’Europa ha perso la capacità d’indignarsi, di fronte, ad esempio, le violazioni del diritto internazionale. Il diritto internazionale comincia ad essere visto come un vezzo ideologico, di cui si può fare a meno.” continua la Tocci.” Un cinismo che porta ad intendere le relazioni internazionali come se si facesse sempre una transazione, come se si dovesse sempre fare un affare. A partire dall’accordo con la Turchia nel 2016, poi riprodotto con altri Stati, ma che portano solo a soluzioni temporanee.” A Damilano che le chiede, poi, della Remigrazione e del Patto europeo per la migrazione e l’asilo, risponde: “Della esternalizzazione delle procedure di Asilo, se ne parla da decenni. Il punto di fondo è che non funziona. Perché queste procedure richiedono il consenso del Paese terzo. Quanti Paesi terzi conosciamo, disposti a tenersi i migranti?” chiede retoricamente la Professoressa Tocci. “L’Albania, dove tra l’altro il progetto del governo non è ancora partito, è l’unico perché ha un rapporto bilaterale molto forte con l’UE perché aspira a farne parte e se ciò avverrà, come sembra, nel 2030, cadrà il disegno finora costruito dal nostro governo. Dietro questa idea c’è un’ignoranza colossale, una furbizia lessicale, perché vediamo schemi che vengono riproposti e che non verranno mai implementati e questa, alla fine, è una buona notizia.”
Nadia Luminati
(18 giugno 2026)
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