Il mondo dell’immigrato, mio specchio

Da destra: Antonio Napolitano e Enrico Moroni

Due incontri del 12 e 19 maggio a Radio Vaticana, focalizzati rispettivamente su alcuni  Scenari asiatici – Filippine, India e Sri Lanka – e sulle Voci del mondo arabo in Italia, parte di un ciclo che la Caritas Diocesana ha dedicato agli Immigrati a Roma, sono lo spunto per qualche riflessione sullo straniero, sulla visione che abbiamo di lui, sulla migrazione come fenomeno tipicamente umano, tanto più in era di globalizzazione.

Sguardi opachi – Se delle comunità del Levante quella dello Sri Lanka è la meno nota,  mediamente allo sguardo italiano sfuggono informazioni e dati base sulle terre d’origine, anche di quella filippina e indiana, che sono quelle che permettono di decifrare problemi ed aspirazioni dell’immigrato fisicamente presente da noi. Un forte elemento di attrazione migratoria è proprio la consonanza confessionale: non è un caso cioè che i filippini giungano in un Paese a predominanza cattolica dove è presente lo Stato Vaticano. Non è casuale come si deduce dall’intervento di Padre Perera,  srilankese cappellano cattolico, che buona parte dei suoi connazionali presenti in Italia non sono della minoranza perseguitata tamil, musulmana, che ha motivi per migrare maggiori del resto del Paese ma prevalentemente sceglie accoglienza in altri Stati.

La regione del nord Africa e del vicino oriente invece proprio per i tanti rivolgimenti e mutamenti repentini  degli ultimi mesi, pone molti interrogativi alla nostra conoscenza divenendo tardivamente, un obbligatorio oggetto d’analisi.

Intervenuti all'incontro del 19 maggio

Distanze astronomiche … di 200-300 km – Se, come si accennava in una recente conferenza dedicata al ruolo dei social network nella “primavera araba”, l’expertise italiana ed europea su nord Africa e vicino Oriente è divenuta scarsa perché pochi sono stati gli investimenti nella ricerca geopolitica dedicata, vi è poi un filtro onnipresente all’occhio dell’uomo comune: i mass media e la sempre troppo connessa politica.
Naman Tarcha, riferisce un recente falso televisivo, filmati libanesi del 2008 “venduti” come attuali di scontri siriani: tutto quel che passa nei mass media a lungo andare diviene stereotipo e in questo senso si allontana dal vero.
Foad Aodi, Presidente Co-Mai, Comunità del mondo arabo in Italia,  perentorio afferma l’inesistenza di programmi per l’immigrazione di lungo periodo che avrebbero permesso di attenuare le recenti tragedie legate agli sbarchi e di rendere meno spaventata, impreparata e ostile la popolazione italiana. Aodi sostiene che il governo italiano mette in scena un razzismo che nella realtà non è rappresentativo dell’animo degli elettori italiani.  Da tempo bisognava andare oltre il dialogo diplomatico tra i vari Presidenti, e ricercarne uno di sostanza tra i vari popoli. I dati OIM dicono che nel mondo arabo giovani, alfabetizzazione e PIL sono aumentati vertiginosamente negli ultimi decenni.

Tunisia come esempio – Carla Scaramella dell’Imed, Istituto per il Mediterraneo, evidenzia le peculiarità delle problematiche alla base della spinta migratoria e dell’esasperato malcontento poi esploso, partendo dal caso della Tunisia. Tassi di disoccupazione intorno al 14%, non dissimili dunque da molti paesi europei, e che riguardano in particolare giovani colti e competenti. Questi sono consapevoli che in patria nel breve termine non si creerà spazio per loro: la parte potenzialmente più attiva e creatrice della popolazione non partecipa quindi alla vita lavorativa.
E di qui si ritorna alla distorsione mediatica raccontata in sintesi da Habiba Manaa, studentessa di economia europea a Tor Vergata, nata e vissuta in Italia, e con altre due cittadinanze, quella egiziana paterna e quella tunisina materna. A proposito della Tunisia dice: i tg italiani hanno parlato di rivolta del pane … eppure giustamente  il mondo arabo parla di cause di tutt’altro genere: di rivolta della dignità.  

Sapere (per) sopravvivere, sapere imprendere – Antonio Napolitano, Direttore Regionale Inail Lazio, ricorda come l’ignoranza dei diritti esigibili pesi sul bilancio delle morti bianche: l’Inail in tal senso sta adottando dei manuali multilingue, ad alta accessibilità.
Ci sono comunità come quella marocchina, rumena, cinese che, da tempo hanno sviluppato in Italia una propria imprenditoria: Indra Perera, il presidente del Cna World Roma (quella parte della Confederazione Nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa interamente dedicata allo straniero) è srilankese e lamenta come il suo popolo, quello filippino ed indiano stentino a lanciarsi nel campo, specie a Roma. Romulo Salvador è un raro caso di filippino attivo a livello imprenditoriale nonché Consigliere aggiunto al Comune di Roma per l’Asia: conferma quanto detto da Perera ricordando che sa di un solo ristorante filippino a Roma, anche perché la nostra cucina è per lo più simile alla cinese. Comunque siamo un popolo abituato semplicemente a guadagnare quel tanto che gli permette di arrivare a fine mese, lavori umili e da dipendenti, bisogna iniziare ad avere il coraggio di provare. L’ambasciatore filippino Manalo aggiunge che questa mentalità imprenditoriale carente non si fa sentire solo da noi, ma molto negativamente anche in patria: anche l’agricoltura è abbandonata e famiglie intere aspettano passive la singola rimessa del parente all’estero.

Da sinistra: Romulo Salvador, Suor Gloria Agagon, P. Neville Joe Perera

Popolazioni che non troveremo “per strada” – Esistono popoli internamente collaborativi, quelli che effettuano le cosiddette catene migratorie. Nella comunità paraguayana il periodo tipico di disoccupazione di una loro donna giunta in Italia, grazie al tam tam e a punti d’accoglienza ed informazione informali – spesso luoghi di culto – è di una settimana. Un job placement dalla rara efficienza.
Suor Gloria Agagon, filippina, racconta come per il suo popolo la protezione vada oltre quella strettamente lavorativa: “E’ rarissimo vedere filippini soli, all’addiaccio in una stazione: infatti anche se sono appena arrivati e non sono familiari stretti, se non sanno dove andare per noi è spontaneo invitarli in un nostro appartamento. Poi aiutiamo a trovare lavoro, vengono a S. Prudenziana (chiesa di riferimento della comunità, n.d.r.) e li aiutiamo a trovare  un posto come domestica o autista, per gli uomini. Adesso ne ho una ventina in ufficio: sono in attesa”

(Li vediamo) Uomini a una dimensione – L’italiano ha una visione riduttiva dell’immigrato: appiattiamo questo alla dimensione del puro lavoro, del “lavoratore”, non conoscendo, “dimenticando”  tutta la storia di cui, come ogni essere umano, è naturalmente portatore.
Su questo tasto batte Moroni, Resp. Nazionale Inca-Cgil, ricordando che a globalizzazione dei mercati, in un Paese che si vuol chiamar civile, devono seguire leggi consapevoli che globalizzata è anche la persona. Se per legge una cittadinanza richiesta deve giungere massimo in 730 giorni non è poi possibile che si aspetti un tempo anche doppio per ottenerla. Così come con orgoglio rivendica una causa vinta dal sindacato, tramite sentenza della corte costituzionale, contro una legge che richiedeva 10 anni di presenza in Italia allo straniero per vedersi assegnata una casa popolare.
Lo psicopedagogista  Sandro Baldi, membro del Cons. Direttivo Forum Intercultura Caritas Roma, se da un lato dice inevitabile la costruzione degli stereotipi, istintivo prodotto dell’economia cognitiva, suggerisce di combatterli, portando come esempio la realtà in cui opera, lavorando sul mutamento della conoscenza e dei comportamenti a livello locale mantenendo uno sguardo cosciente della realtà globale.
Naman Tarcha, siriano, Direttore del Centro Culturale Arabo Bocca della Verità, con un aneddoto mostra come la forza degli stereotipi stia nel collocare nell’eccezione proprio tutto quello – molto – che nello stereotipo non rientra. Così da continuare a non capire ed evitare mutamenti di paradigma.
Riporta con ironia un dialogo avvenuto con un interlocutore che, visto il suo buon italiano, si rende conto solo dopo qualche minuto di conversazione di avere a che fare con uno straniero: “Ma tu non sei italiano? No sono siriano. Musulmano? No cristiano. Ortodosso? No cattolico. Ah, comunque sembri italiano”. “Tu sembri musulmano” gli ho risposto, dice Tarcha sorridendo alla platea.

Marco Corazziari
(2 giugno 2011)