Fred Kuwornu, regista pioniere per le minoranze sulle orme di Spike Lee

Fred Kuwornu, regista/produttore
Fred Kuwornu, regista/produttore

“Sono cresciuto negli anni ’70 ora viviamo un momento storico  diverso. Il numero di ragazzi di seconda generazione è aumentato moltissimo, trovando l’Italia impreparata. Si è creato uno scompenso e solo da un paio d’anni si considera la questione G2 in modo serio. Nelle scuole si viveva l’interazione e si creato da più tempo un ragionamento che a livello politico è iniziato troppo tardi”. A parlare è Fred Kuwornu, regista del documentario “18 ius soli”, nato a Bologna nel 1971 da padre ghanese. “Essendo mia madre italiana non ho avuto i problemi di cittadinanza che hanno i G2”

18 ius soli “Il film è stato fatto con l’obiettivo di colmare il vuoto mediatico di saper raccontare i cambiamenti in atto nel nostro paese. La distribuzione non è stata pensata solo per le comunità di immigrati, ma soprattutto per gli italiani inconsapevoli della situazione, per creare un impatto emotivo”. Il riscontro popolare è stato ampio, “anche in zone del nord-est dove la Lega è forte, in molti erano concordi sul fatto che i figli di immigrati regolari nati in Italia debbano avere la cittadinanza. Poi rimanevano irremovibili su altri temi, come il voto, ma sui minori c’era apertura. I partiti devono anche modellarsi sull’elettorato. Dando per scontato che quello di sinistra dovrebbe essere più sensibile, era più importante rivolgersi ad un pubblico di centro-destra”. Più fredda l’accoglienza ricevuta dalle istituzioni, “credo più per calcolo di opportunità, secondo me se in Parlamento si votasse la proposta di legge in modo segreto anziché palese, chi ha più coscienza sarebbe d’accordo a passare ad uno ius soli temperato, nemmeno automatico alla nascita come negli Stati Uniti”.

Il casting La scelta dei protagonisti del documentario è avvenuta al termine di un lungo processo di selezione, sfruttando social network e siti internet. “Dei 200 candidati ne abbiamo scelti una quindicina che fossero tra i 18 e i 22 anni, senza cittadinanza, impegnati nella vita di comunità, da volontari della Croce Rossa all’Avis, mediatori culturali, studenti, con problemi della vita di tutti i giorni, come l’accesso a bandi e concorsi, l’iscrizione agli ordini professionali, fino al diritto di voto, che viene dato a figli di italiani all’estero che in molti casi nemmeno parlano la lingua o sono stati nel nostro paese”.

La collaborazione con Spike Lee “Sapevo che era in Italia per girare ‘Miracolo a Sant’Anna’ e inviai una lettera di presentazione. Fui scelto prima come controfigura, poi mi prese in simpatia, essendo io nero-italiano, ed entrai nel gruppo di assistenti ai lavori e alla produzione. Spike Lee è uno dei miei registi preferiti, da quando uscì il suo primo grande film, ‘Fa’ la cosa giusta’. Con l’utilizzo del rap, che stava entrando di prepotenza nella scena di fine anni ’80, è riuscito a dare un’immagine rinnovata della cultura afro-americana. Sul set è molto autoritario, non fa sconti a nessuno. È attento al lavoro di squadra e riesce a motivare tutti, dalla star all’addetto al catering. Ma è capace di bei gesti. Mi chiese il numero di scarpe, pensavo fosse per esigenze sceniche, invece regalò a tutti noi collaboratori un paio di Nike, azienda per la quale in passato aveva diretto diversi spot, contribuendo all’impennata delle vendite”.

Fred Kuwornu (a destra), con Spike Lee

Buffalo inside Da “Miracolo a Sant’Anna”, dove i protagonisti sono quattro soldati neri americani della 92ᵃ divisione nota come “buffalo soldiers”, l’ispirazione per approfondire il tema, fino a quel momento mai trattato, di un intero reparto dell’esercito formato da afro-americani. Erano attivi in Toscana durante la seconda guerra mondiale, la loro storia Kuvornu l’ha raccontata nell documentario “Inside Buffalo”. “Aver conosciuto Spike Lee è stata la classica coincidenza fortunata, dalla quale è nata l’opportunità per spiccare il volo. Il lavoro nel primo film era abbastanza semplice, ma l’aria che si respirava è servita da stimolo per l’esperienza negli Stati Uniti. La produzione è stata indipendente, affidandoci al mainstream avremmo avuto una distribuzione limitata, così abbiamo potuto essere più capillari. Molte proiezioni hanno avuto luogo presso associazioni per i diritti civili e di afro-americani. La cultura della “diversity” negli Usa è già consolidata, andrebbe veicolata anche in Italia e in Europa”.

Progetti futuri Sulla scia di “Inside Buffalo”, Kuwornu sta realizzando un nuovo documentario sull’apporto dato dagli italo-americani all’esercito, sempre durante la seconda guerra mondiale: “erano oltre un milione, quasi il 10% dei soldati. Anche su di loro non è mai stato fatto nulla prima. Da questo spunto si passa al racconto di come la comunità è cambiata nel corso dei decenni”. Per il 2014, cinquantenario del civil rights act, firmato dall’allora presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson, l’idea di una nuova produzione: “la difficoltà sarà trovare una chiave narrativa diversa rispetto al materiale già esistente”.

Visita il sito del film “18 ius soli”: http://www.18-ius-soli.com/

e la pagina facebook http://www.facebook.com/groups/118373071515641/

Il trailer in inglese di “Inside buffalo”

Gabriele Santoro
(19 gennaio 2012)