Il 23 luglio i responsabili del progetto europeo SAME, Sports Activities for Mental Enhancement, ovvero le attività sportive per favorire l’integrazione, si sono incontrati per illustrare le finalità del progetto: “Sport e Inclusione: strumenti e approcci per il benessere psicosociale dei giovani rifugiati”. Si tratta di un progetto pilota, della durata di 18 mesi, coordinato da Ecos, a cui hanno partecipato Programma integra, Federazione Italiana Rugby e Next Salute & Servizi.
Lo sport veicolo di valori fondamentali e rinforzo della resilienza
Il dottor Santo Rullo psichiatra e Presidente del comitato scientifico ECOS, coordinatore di SAME ha sottolineato l’importanza dei momenti di condivisone offerti dalle attività sportive nonché l’importanza dello sport per veicolare valori ludici e sanitari. La commissione europea spinge affinché si possano condividere prassi e linguaggi comuni. Lo sport, dice Rullo “veicola valori fondamentali, ludici, sociale, educativi e valori di sanità pubblica che non disgiunti dagli altri, valori che sono quelli di inclusione e uguaglianza”. Lo sport, pertanto come veicolo di uno stile di vita legato alla salute e, nell’ambito dei temi legati all’integrazione, soprattutto sul rinforzo della resilienza. Dire che le persone sedentarie si ammalano di più è dire una banalità, dice il dottor Rullo. Bisogna sottolineare invece come si tenda a cronicizzare molte disabilità psicosociali che sono invece transitorie e reversibili e in questo lo sport come luogo di incontro e di confronto gioca un ruolo fondamentale.
Uno sportello psicologico di ascolto per i giovani rifugiati
Enrico Savoca psicologo che, nell’ambito del progetto SAME, coordinatore dello Sportello psicologico di ascolto per i giovani rifugiati, rinforza quanto affermato dal dottor Rullo in relazione alle patologie riscontrate nei giovani minori che arrivano in Italia. Lo sportello, attivo dal 3 giugno, è gratuito ed aperto il martedì e il mercoledì. L’esperimento si concluderà il 17 dicembre 2025. Lo sportello ricolto ai giovani rifugiati ma anche alle famiglie. Savoca sottolinea come i disturbi mentali portino all’esclusione e all’isolamento. Il disturbo da stress post traumatico è quello più frequentemente riscontrato nei MSNA che arrivano dopo viaggi traumatici o legato alle situazioni di partenza. Questi ragazzi, dice Savoca evidenziano problematiche complesse. Il disturbo di personalità ha inizio nell’adolescenza e riguarda il modo di percepire sé stesso. “Diagnosticare un disturbo in un adolescente si rischia di condannarlo a vita con quel disturbo, la personalità non è un destino immutabile” dice Savoca “l’interazione positiva con un adulto di riferimento può essere salvifica. Le esperienze correttive nell’adolescenza sono fondamentali. Lo sport di squadra rappresenta un contenitore relazionale importante perché strutturato: regole chiare, ruoli definiti, feedback continui, riconoscimenti positivi, l’allenatore empatico può essere una figura sostitutiva di un genitore assente o disfunzionale”
Dietro ad ogni bambino c’è una storia da ricostruire
Significativa l’esperienza riportata sul campo da Antonio Ardolino, responsabile del progetto Area per l’inclusione, che si occupa da più di vent’anni del disagio giovanile partendo dalle periferie per arrivare ai MSNA. L’inclusione di cui si occupa Ardolino è sia mentale che sociale e vale per tutti gli adolescenti, italiani e stranieri. L’importante è fare rete, fra i soggetti e fra le famiglie, i professionisti che si occupano dei ragazzi. “Bisogna pensare che dietro ad ogni bambino c’è una storia da ricostruire”, dice Ardolino “nella scuola italiana si contano circa un milione di studenti non italiani, i minori non accompagnati sono ragazzi dai 12 anni in su, arrivano in Italia senza una famiglia con traumi legati al viaggio e alle violenze subite, arrivano nelle strutture di accoglienza dove incrociano sfruttamento e abusi fisici”.
Il ragazzo al centro di un processo educativo
Il problema è sempre quello, mancano le risorse, un assistente sociale, sei ore a settimana, che si occupa di 16 ragazzi. Le storie possono essere cambiate, dice Ardolino “dipende dall’accompagnamento che ha il ragazzo, accade che la relazione con l’assistente sociale si interrompe nel momento in cui il ragazzo viene inserito in una squadra, al contrario dovrebbe esserci un operatore di riferimento anche per l’allenatore e viceversa”. Il ragazzo deve sentirsi al centro di un processo educativo.
SAME, un progetto pilota europeo nell’ambito di Erasmus Plus
L’interesse della UE allo sport come veicolo di integrazione non è cosa di oggi. Nel 2009 con il trattato di Lisbona la UE ha acquisito una competenza specifica nel campo dello sport e stanziato dei fondi destinati al settore. Alla presentazione di SAME, hanno partecipato Anne Spangemacher, project officer della Commissione europea, che ha concesso i fondi, e la coordinatrice del progetto pilota Izabela Pelczynska. SAME rientra nel progetto Erasmus plus per cui viene approvato un budget ogni sette anni, mentre per il progetto pilota i fondi vengono approvati anno per anno dal parlamento europeo.
Lo sport non vuole talenti ma facilita l’integrazione
In Italia è la FIGC ad avere giocato un ruolo privilegiato, un protocollo d’intesa è stato firmato col Viminale per l’inclusione sociale attraverso il gioco del calcio nel 2017 che ha portato al progetto RETE nel 2018, non si devono perdere di vista le altre discipline sportive. Dal nuoto all’atletica agli altri giochi di squadra. Bisogna uscire dalla logica della ricerca di eccellenze, non tutti i ragazzi rifugiati e non sono destinati a diventare dei campioni. Lo sport deve essere riportato ad un livello a cui tutti possano accedere perché giova alla mente e al fisico ed è un momento che unisce e trascende il colore della pelle e/o la lingua parlata. Lo sport nelle intenzioni del legislatore europeo non deve trarre profitto dal talento di pochi ma sport come elemento di integrazione sociale, un valore aggiunto nei progetti di inclusione per vincere insieme.
Livia Gorini
(26 luglio 2025)
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