Chi decide la morte: Dio o il medico?

La religione e la morte. „I corpi non sono solo corpi, dentro ci sono i visutti delle persone, le loro storie, le radici, le culture, i codici simbolici. Decodificare il linguaggio del corpo è molto importante per un operatore medico che vuol essere moderno, soprattutto in un reparto oncologico dove la tecnologia è avanzata”, dice Maura Cossutta, che modera il tavolo interreligioso organizzato all’interno dell’ospedale San Camillo. Al primo incontro si sono confrontati gli ortodossi, l’unione buddista e la comunità ebraica, al secondo hanno partecipato Paola Gabbrielli, il presidente del tavolo interreligioso del Comune di Roma, Omar Camiletti, della Grande Moschea, Dora Bognandi della Chiesa Avventista 7° giorno e Vilma Varvo, psicologa. Conoscere la religione, la cultura, la storia e la mentalità delle persone italiane e straniere aiuta a migliorare l’approccio del malato verso la morte, il dolore e la sofferenza. „Questo percorso è nato come un’iniziativa per costruire un unico protocollo d’intesa per l’assistenza religiosa ai nostri malati, sottoscritto già da nove religioni le più diffuse. Il protocollo sollecita una collaborazione tra i rappresentanti delle chiese e il personale dell’ospedale nell’interesse e nella tutela della dignità e della salute del malato. Gli incontri stanno dentro all’idea di un ospedale culturalmente competente, per cui la formazione all’intercultura diventa un pilastro fondamentale dei cambiamenti dell’ospedale che ci siamo proposti”. Gli operatori sono i coordinatori infermieristici e i primari dei tre reparti di San Camillo: oncologia generale, oncologia polmonare, day hospital, interessati alla complessità di tutti i mondi culturali e religiosi rispetto all’approcio di un malato in fin di vita.

„La morte non è l’ultima parola, questa sarà data dal Signore. La persona è una identità indivisibile tra corpo, mente e spirito. Bisogna trattare bene il corpo, dare una buona salute attraverso un’alimentazione sana, l’eliminazione delle sostanze nocive, uno stile di vita sobrio e corretto e la prevenzione”, spiega Dora Bognandi. La chiesa avventista è presente in 209 paesi del mondo e ritiene che la sofferenza va combattuta con la cura e la prevenzione. Il riposo sabatico è obbligatorio per non stancarsi completamente. Per il malato terminale è stato fatto un documento dove si dice che la morte fa parte della condizione umana e il dolore la sofferenza non può avere una valenza meritoria ne espiatoria. Fanno distinzione tra l’eutanasia attiva e quella passiva. La medicina moderna aiuta a posticipare la morte, ma ai pazienti non si impone ad accettare le cure. „Ogni persona capace di intendere e volere, secondo la Santa scrittura, deve conoscere la verità sulla sua condizione, noi chiediamo che i medici dicano alle persone in che stato si trovano, tenendo conto del loro contesto culturale. Se la decisione di vivere o morire non può essere presa dal malato terminale, si fa decidere alla persona da lui scelta. Se non esiste una persona scelta, i medici devono chiedere ai parenti di prendere la decisione”. La fede non sostiene il suicidio. Trattare i malati senza discriminazione, con amore, dare loro speranza e incoraggiamento può aiutare molto i pazienti.

„Il corpo fa parte della realizzazione spirituale di ciascuno: c’è l’unità tra il corpo, anima e mente. Non esiste chiesa, ognuno è sacerdote di se stesso. Secondo il Corano, i medici possono dare indicazioni ma ogni musulmano può accettarle o meno”, dice Omar Camiletti. E’ molto difficile curare i musulmani per motivi religiosi. „La parola islam significa totale abbandono a Dio, alcune sofferenze vanno accettate”. L’approccio verso la morte è diverso tra un musulmano e l’altro e dipende dalla sua cultura che non sempre è uguale alla sua religione. Per esempio, nell’Africa è molto diffuso l’aspetto magico, in generale i musulmani sono molto fatalisti e sono coscienti che non possono vivere cento anni. Gli oncologi presenti al tavolo interreligioso non riscontrano invece tanto fatalismo negli islamici integrati nel nostro paese, tutti hanno interesse a guarire. Al contrario dei pazienti libici che vengono dalla guerra, che sono dispiaciuti di non essere morti martiri, per poter andare in paradiso.

„Di fronte alla morte e alla sofferenza ci comportiamo tutti nello stesso modo”, questa è la conclusione del personale medico di San Camillo presente al dibattito. Si dice che la paura della malattia è ancora più forte della paura della morte. Questi incontri sono utili per medici e assistenti: „Abbiamo poco tempo per dare la diagnosi alle persone di culture diverse, dobbiamo avere la mentalità aperta nel momento dell’incontro, sapere come comportarsi di fronte al dolore altrui e come farlo accettare la realtà”. Tante volte i medici si sentono soli e hanno bisogno dell’aiuto dello psicologo. L’empatia proposta dal medico è molto importante: „Sei lei non lotta insieme a me, non ce la faremo”. Per sapere se il tocco dell’operatore può essere gradito dal paziente, bisogna conoscere le sue radici e la cultura. La notizia di essere in fin di vita è molto più facilmente accettata da parte di un musulmano rispetto alle altre fedi: è Dio che ha deciso la sua morte. Un ultimo problema al quale il personale medico non trova facile soluzione è il rimpatrio delle salme, perché la maggior parte ci tiene che ritorni al paese d’origine.

Raisa Ambros
(23 maggio 2013)

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