Le donne alla chiusura del Ramadan alla grande moschea

 

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Nella Grande Moschea di Roma si è celebrato il 5 luglio Id al-fitr, la “festa dell’interruzione del digiuno“, la fine di Ramadan.

La mattina del 6 luglio non era una mattina qualsiasi per la comunità islamica di Roma. In moltissimi si sono riuniti alla Grande Moschea alle pendici del Monte Antenne, per pregare e festeggiare questo importante giorno della loro tradizione religiosa. Dall’alba nella strada antistante la Moschea il mercato prende vita con colori, odori e sapori che trasportano con l’immaginazione in terre lontane.

La Grande Moschea è un edificio maestoso ricoperto di travertino e che spicca anche nell’ampio cortile circondante sotto il caldo sole estivo. Numerose donne con loro costumi nazionali ravvivano la folla, si nota una sola di loro indossare il Jilbab, il lungo abito nero che copre tutto il corpo, altre con abiti sgargianti e lustrini e paillettes. Oltrepassando il cancello, per tutte le donne arriva il momento di coprirsi il capo, senza eccezioni. I fedeli si fermano all’ombra dei pini e delle palme.

Fra loro si nota una donna di pelle molto più chiara delle altre: si chiama Dora proviene dalla Romania ed è di credo ortodosso. È qui perché ha accompagnato il suo compagno che è originario del Congo. Sono insieme da tanti anni e insieme crescono il figlio di due anni e mezzo. “Anche se siamo di religioni diverse, questo non ci crea grandi problemi: ognuno è libero di pregare il suo Dio. Io e il mio compagno lavoriamo in un ristorante, lui non può fare le preghiere durante l’orario di lavoro, ma non ha potuto mancare alla preghiera che conclude il mese di Ramadan. Qui lontano dal suo paese, lui si è europeizzato, ma si sente comunque molto legato alle sue radici”.
Il cortile si anima di un fiume di persone che escono dalla Moschea dopo la preghiera, tra loro c’è il compagno di Dora con il bambino in braccio entrambi sorridenti in vista della donna. Il loro abbraccio sembra un simbolo di convivenza pacifica fra le varie nazioni ed etnie.

La lunga scalinata bianca porta attraverso l’atrio coperto fino alla porta con tantissime scarpe lasciate fuori. Nella sala  principale, decorata con lampadari colonne e scritte in arabo, c’è ancora chi prega, ma la maggior parte delle persone si dedica a conversare.

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Sui due soppalchi dove le donne pregano in spazi separati il clima è meno solenne. Qui ci sono tantissimi bambini vestiti per la festa con le loro mamme. “Mi sorprende che quest’anno l’atmosfera sia meno formale: molte donne sono scese nello spazio principale, dedicato ai preghiere degli uomini. Evidentemente anche qui i tempi cambiano”.

Lala, proviene da Maghreb è qui con i suoi due figli: “anche se non veniamo in moschea molto spesso è nostro dovere essere qui oggi. I miei figli devono essere vicini alla religione; tutti noi abbiamo celebrato il Ramadan e adesso siamo in festa”. La donna è venuta in Italia dieci anni fa, seguendo suo marito. La sua scelta di vita è seguire la tradizione: portare il velo e occuparsi della casa, mentre il marito lavora in un negozio alimentare. “Rispettando la mia religione durante il Ramadan ho recitato le preghiere prescritte e cercavo di fare le buone azioni”. Oggi per lei è anche un’occasione di rivedere le sue amiche magrebine, che vivono nei diversi angoli di Roma.

Il giorno di festa, ha riunito nella Moschea il variegato mondo islamico di Roma. I flash delle macchine fotografiche illuminando i sorrisi e le emozioni delle donne raccolte in un mosaico multiculturale pieno di pace e fratellanza.

Marianna Soronevych

(13 giugno 2016)

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