“Non vedo l’ora di ripartire”, intervista a Claudio Puoti, Medico Volontario della Marina Militare Italiana

“Non ti abitui mai, senti tante storie tragiche, come quella di una mamma che aveva perso il bambino con un’ondata mentre lo stava allattando. Ho visto di tutto in questi anni: donne violentate, ferite da arma da fuoco, veramente di tutto. Eppure non ho mai detto «non vedo l’ora di tornare a terra!», perché quando rientro, trovo tanta gente che se ne frega, il caos e penso che vorrei tornare sulla nave“ racconta il Dottor Claudio Puoti, epatologo-gastroenterologo, Medico Volontario sulle navi della Marina Militare Italiana.

La mia storia inizia per caso quasi quattro anni fa, dopo il grande naufragio di Lampedusa, quando partì Mare Nostrum. Ho preso contatti con la Marina Militare per arruolarmi come volontario, ma essendo un civile mi hanno rimandato alla Fondazione Rava che, fra l’altro, cura progetti per il primo soccorso sanitario ai migranti, in particolare bambini e donne incinte, sulle navi della Marina Italiana nel Mediterraneo. Pensavo di partire solo una volta, invece eccomi qui”. Il dottor Puoti è rientrato i primi di settembre dalla sua ultima missione sulla nave Cassiopea.

Ma qual è la procedura di soccorso di una nave?

Per prima cosa il radar avvista il gommone, poi parte l’elicottero, di cui è provvista ogni nave, che sorvolando le imbarcazioni cerca di capire la situazione e tranquillizzare con megafoni le persone. Il momento più pericoloso è quando vedono la nave da lontano e temono di non esser stati visti, perché si muovono disperatamente. La nave di ferma lontano da loro, a due o tre miglia di distanza, ed escono i mezzi da sbarco. Bisogna pensare che navi come la San Giusto sono state progettate per operazioni militari. Al loro interno hanno una pancia che viene fatta allagare e dove sono pronti i mezzi da sbarco che una volta presi i naufraghi rientrano come nella bocca di una grande balena.  A bordo di queste imbarcazioni ci sono gli incursori della marina San Marco, che sono bravissimi, e si rapportano con i naufraghi distribuendo i salvagenti e dando priorità a bambini, donne e feriti o malati. Il personale medico aspetta sulla nave pronto per il triage e la reidratazione. In caso di feriti si attiva la tenda del pronto soccorso. Finita questa prima fase, tutti aspettano seduti per la durata del viaggio, di solito 3-4 giorni,  divisi per nazionalità perché purtroppo spesso subentrano litigi fra diverse etnie, capita che i migranti siano  esasperati per quanto hanno affrontato. Rientrando il comandante contatta la prefettura e gli organi competenti per il soccorso e l’assistenza, per fare in modo che allo sbarco sia tutto pronto a seconda delle esigenze. Non sempre si ottiene risposta positiva: una volta ricordo che sia Pozzallo che Reggio Calabria ci hanno risposto “no” e siamo arrivati a Salerno”.

Il personale medico sulle navi della Marina è composto da un medico e tre infermieri e bisogna esser pronti a situazioni di certo non facili. Non sono navi da crociera, non ci sono “finestre” negli ambienti, spesso si dorme con 7-8 persone sconosciute e i bagni sono quello che sono. Insomma ci vuole una forte convinzione per affrontare questa esperienza”, prosegue Puoti  “quando sono partito la prima volta, a Luglio 2014, non ero mai stato su una nave e non sapevo minimamente cosa mi aspettasse. Quella volta abbiamo recuperato 2076 persone in 15 giorni”.

Dopo quasi quattro anni l’equipaggio delle missioni è diventato una seconda famiglia “sulla nave c’è un clima particolare, un microcosmo, dove sei chiuso  per 30-40 giorni sempre con le stesse persone, operando in condizioni difficilissime e per attività umanitarie, quindi si creano dei rapporti forti. È un mondo inimmaginabile: il cellulare non funziona, internet non funziona, non funziona nulla, così quei rari momenti di inattività ti metti sul ponte e tutti insieme si chiacchiera, ci si racconta, come un tempo attorno al caminetto. Quando scendiamo poi, ci manteniamo in contatto scrivendoci, cercandoci”.

Dal 9 ottobre il dottor Puoti è coinvolto anche nel programma formativo di risposta alle emergenze sanitarie in mare nell’ambito di EUNAVFOR MEDoperazione Sophia, dal nome di una bambina nata su una nostra nave militare.

Che cos’è EUNADFOR MED – Operazione Sophia?  “Da una parte un po’ Frontex, con il controllo delle frontiere marittime italiane-europee e il coordinamento ai soccorsi, dall’altra l’addestramento degli ufficiali della marina militare libica, ai quali ora stiamo delegando tutto. Noi, come Europa, gli stiamo dando know-how, tecnologia, motovedette, elicotteri, ma il problema è la mancanza di addestramento medico. Ora sto andando su e giù tra Roma e Taranto, dove c’è la base navale scuola, la Mariscuola, e lì arrivano i libici per seguire dei corsi di primo soccorso perché sulle loro motovedette non c’è un medico”.

La preoccupazione più grande però rimane per il blocco in Libia e quello che sta accadendo.

A terra ci sono decine di migliaia di persone pronte a partire: nessun muro ha mai fermato la gente. Come ha detto giustamente Tiéman Hubert Coulibaly, ministro per l’Amministrazione Territoriale della Repubblica del Mali, incontrando il ministro Minniti: loro stessi vorrebbero fermarli perché ad andar via sono i giovani, la forza lavoro, il futuro. Quindi si rischia un circolo vizioso pericolosissimo: più partono, meno forza lavoro hanno, più si impoveriscono, più partono di nuovo. Chiaramente l’Italia è il Paese di primo impatto perché la Rotta Balcanica è ormai non praticabile dato che gli stati dell’Est hanno chiuso le frontiere”.

Sinteticamente: a terra, in Libia, non sappiamo esattamente quante persone ci siano e le ONG sono andate via. “Ora come ora si arriva fino al golfo della Sirte e con qualche ansia, dopo le ultime minacce della Libia di Tobruk. Nell’ultima missione non abbiamo preso migranti e la cosa ha stupito tutti perché ad agosto di solito c’è il boom. Questo significa che in Libia sta accadendo qualcosa che noi ignoriamo. Noi stiamo addestrando gli ufficiali della marina libica per operazioni di emergenza medica, ma chi controllerà la situazione nei campi a terra? Le migrazioni non si sono terminate. Continuano e i migranti vengono fermati sulle spiagge della Libia: lì cosa accade? Deve esserci un giro economico che ignoriamo” e le recenti notizie purtroppo confermano che si parla di tratta di uomini. È necessario inviare personale medico e umanitario delle Nazioni Unite in Libia e superare lo slogan politico, ormai trasversale, “Aiutiamoli a casa loro”.

A quando la prossima missione?  “Dovrei ripartire a fine novembre, primi di dicembre, non vedo l’ora”.

Silvia Costantini

(15 novembre 2017)

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