“Rimandati all’inferno”: a Più Libri Più Liberi si parla di immigrazione dalle ONG all’accordo Italia-Libia

“La schiavitù dall’altra parte del Mediterraneo è un fatto! L’Italia ha stretto con Tripoli degli accordi, sia formali che informali, che hanno avuto in qualche modo come conseguenza l’allungamento e l’estensione della detenzione degli immigrati nei centri di detenzione in Libia”. Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, entra subito nel cuore della questione chiedendo alla collega Francesca Mannocchi, appena tornata da Tripoli, di raccontare la sua testimonianza.

Silenzio nella sala Luna del Roma Convention Center, la Nuvola per tutti, mentre fuori centinaia di persone girano curiosando fra libri e presentazioni di Più Libri Più Liberi, incantati da parole e dall’architettura futuristica di Fuksas: qui si parla di criminalizzazione delle ONG passando per l’accordo dell’Italia con la Libia sui migranti.

“Il rapporto Italia-Libia è la tragedia degli equivoci, una tragedia prima di tutto grammaticale e verbale”. La Mannocchi ricorda come a seguito del recente video della CNN che ha mostrato l’evidenza di quella “riduzione in schiavitù”, dall’Europa all’America tutti siano scesi in piazza, eccetto l’Italia. “Quello che qui in Italia cerchiamo di raccontare con un’attività cosmetica delle parole, in Libia è molto chiaro: le carceri si chiamano carceri e non centri di accoglienza, le deportazioni si chiamano deportazioni e non rimpatri volontari, gli schiavi si chiamano schiavi, i rapimenti si chiamano rapimenti e così via. Cerchiamo di raccontare una “realtà” per dare un alibi che possa spiegare all’elettorato gli accordi stretti dal governo italiano con varie istituzioni libiche.
A Tripoli ci sono 3 centri di detenzione che, con un’operazione di maquillage sono stati messi a disposizione delle visite delle istituzioni estere e delle 7 ONG che hanno partecipato al bando del Ministero degli Esteri e che verosimilmente inizieranno una collaborazione lavorando con le ONG locali.
Ridipingono le pareti, aria condizionata per togliere l’odore di persone chiuse tutte insieme…ma rimangono centri di detenzione”, prosegue la Mannocchi ricordando che in Libia non è stata ratificata la Convenzione di Ginevra del 1951 e quindi non viene riconosciuta la figura del rifugiato. “I centri di detenzione controllati dal Ministero dell’Interno del governo di Sarraj, a febbraio-marzo, erano fra 29 e 34. Cosa sta accadendo? Si aprono e si chiudono e non si capiscono quante persone ci siano dentro e dove finiscano le persone quando chiudono. Inoltre la breve ma violenta guerra di milizie a Sabratha, capitale indiscussa del traffico di uomini, ha portato alla luce decine di centri di detenzione illegali dove c’erano fra 14 e 20mila persone. Garage, cantine, dove i trafficanti tenevano i migranti in attesa di partire per la compravendita e taglieggiando la famiglia di origine, chiedendo il riscatto. Questo genera un traffico di soldi: il riscatto è come un bancomat”.

Fonte: Dipartimento della Pubblica Sicurezza

A luglio gli sbarchi si sono ridotti del 51,3% (da 23552 nel 2016 a 11461), ad agosto addirittura dell’81,6% (da 21294 a 3920) eppure nel Mediterraneo centrale continuano ad avvenire dei soccorsi. È cambiato però il modo in cui la guardia costiera italiana sta operando e coordinando i soccorsi. “La Asgi – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione parla di respingimenti delegati: la guarda costiera italiana mette in standby le navi delle ONG chiedendo che arrivi la guarda costiera libica. È così? Cosa sta accadendo nel mediterraneo Centrale in questo momento?” chiede la Camilli a Marco Bertotto, Responsabile Advocacy & Public Awareness di Medici Senza Frontiere.

Il soccorso in mare è disciplinato da norme ben precise che prevedono che termini con lo sbarco delle persone in un porto sicuro.  Da agosto tutto è cambiato: la guardia costiera italiana se verifica la presenza di una motovedetta libica, anche in acque internazionali, conferisce a quella la responsabilità di gestire il coordinamento del soccorso. In più occasioni ci è capitato di essere messi in standby, il che significa attendere, anche in una situazione visiva di gommoni in stato di difficoltà, l’intervento della guardia costiera libica nella consapevolezza che l’operazione terminerà con il rimpatrio verso la Libia. Non in un porto sicuro”.
“Un’organizzazione umanitaria va in mare per salvare vite non per assistere al loro esser portate via consapevoli del dove: ci troviamo a dover essere passivi difronte a una condizione inaccettabile sotto ogni punto di vista”.

Eppure le ONG sono l’unica fonte al momento per sapere cosa accade in Mediterraneo: blackout da parte delle istituzioni e mancanza di comunicati da parte della guardia costiera, rendono impossibile ai giornalisti raccontare cosa stia accadendo.

Diego Bianchi è uno dei 100 giornalisti che è salito a bordo dell’Aquarius, proprio a luglio mentre l’Italia stringeva un patto informale con la guardia costiera libica.
Io non mi sono accorto di niente. Con Annalisa eravamo insieme: io, lei, un irlandese e una ragazza francese che stava scrivendo un libro su un’ostetrica francese della nave, autrice di un salvataggio incredibile di una mamma ancora attaccata al suo bambino col cordone ombelicale. Stavamo lì ad aspettare che arrivassero i migranti. Non arrivano più perché c’è il mare brutto era la notizia da dare, ma poi c’erano questi accordi dietro. Noi abbiamo vissuto quell’attesa passiva, tanto che chiacchierando con uno dei volontari m’è scappato: oh se vede che è scoppiata la pace, non arriva più nessuno!” Bianchi racconta la quotidianità sull’Aquarius in attesa: sempre esercitazioni, qualche lezione di yoga e quel coprifuoco alle 19.00 con lo sbarramento di tutte le porte per motivi di sicurezza. “Poi arriva il comando di Roma e ci mandano a 6 ore di crociera dal centro della zona Sar dove eravamo, per recuperare 120 persone e poi altre 100. Ci chiedono di rientrare in Italia, nonostante ci sia il mare calmo e si sia consapevoli che l’indomani sarebbero arrivate molte più persone. Il tempo di arrivare a Catania e vediamo la foto di 14 cadaveri proprio in quella zona. Impossibile non chiedersi se avremmo potuto salvare quelle persone”.

Silvia Costantini

(13 dicembre 2017)

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