Sfide per giovani migranti negli istituti superiori

migranti negli istituti superiori
Alex e Alessandro – Foto di Simona Filippini

Ragazzi cresciuti altrove, hanno completato la scuola di base nel loro paese e arrivano in Italia con l’età giusta per iscriversi negli istituti superiori. Non sanno ancora la lingua, ma vogliono continuare a studiare. Nel Lazio sono 500 gli alunni di origine straniera neo-arrivati che frequentano un istituto superiore (anno 2016/2017) e aumenteranno, se continuano i ricongiungimenti con familiari immigrati di prima generazione.
Come si inseriscono a scuola? Quanto pesa il contesto familiare? Alex e Alessandro, entrambi emigrati in Italia per raggiungere i genitori sono amici di infanzia. Sono cresciuti a Cuyuatitan, un paese rurale nei pressi della capitale del Salvador, stesse scuole elementari e medie, stessi giochi, insieme anche al centro giovanile La Paz per ragazzi di strada, gestito dalla madre di Alex e da un educatore italiano che poi lei ha sposato.

Alex

E’ arrivato a Roma 4 anni fa, aveva 15 anni “era il 22 agosto” ricorda, e dopo due settimane frequentava il primo anno dell’Istituto Tecnico Industriale “Cardano” di Monterotondo, indirizzo elettronico. “Lui aveva pensato a tutto”, dice con riconoscenza verso l’uomo che chiama papà. Quello in Salvador, padre secondo l’anagrafe, l’ha conosciuto facendo il passaporto. “Mi dicono che l’avevo visto anche da piccolo, ma non ricordo”. Si diverte a raccontare quanto in fretta ha dovuto imparare la nostra lingua. “L’italiano era la lingua comune a casa e per farmela imparare usavano con me un metodo infallibile: per ogni espressione spagnola che mi scappava, venivano detratti cinquanta centesimi dalla paghetta”. Adesso Alex ha 19 anni, è in quarta e si esprime perfettamente in entrambe le lingue. “Penso in italiano, aggiunge, ma nei sogni sono ancora libero di parlare spagnolo.”

Alessandro

Ben più faticoso il suo approdo a Roma due anni fa con la mamma. Era il 21 gennaio 2017, in Salvador aveva fatto il primo anno delle superiori. Del primo colloquio all’Istituto Tecnico industriale “Enrico Fermi” ricorda solo un enorme imbarazzo. “Non capivo quello che mi chiedevano e anche la mamma era in ansia. Non sapevamo bene come si doveva rispondere. Volevano sapere cosa avevo studiato in Salvador, le preferenze per l’indirizzo tecnico, comunque mi hanno messo in terza”. La scuola avrebbe potuto inserirlo in una classe seconda, come uditore, invece ha passato sei mesi a casa, aspettando settembre. Nei sei mesi senza scuola, mentre il padre e madre erano al lavoro. “Ho frequentato un po’ la scuola di italiano di Sant’Egidio, ma soprattutto mi sono occupato di casa, sono diventato bravo a far da mangiare. E la domenica c’era Alex”, aggiunge ammiccando all’amico. Il padre è qui da anni ma non ha imparato bene la lingua, la mamma ha trovato lavoro presso una famiglia, è libera solo nel fine settimana. Quando la famiglia si ritrova  parlano in spagnolo. Adesso Alessandro, 18 anni, è in terza insieme a ragazzi di 16. Per fortuna la scuola gli piace, con la lingua se la cava, mescolando qualche espressione in romanesco imparate dagli amici del calcio. L’insegnante d’italiano tende a sdrammatizzare, anzi, adotta lui stesso un italiano colloquiale. “Ci divertiamo, parla come noi, non da professore. Invece vado male in inglese, perché in Salvador si studiava in un altro modo. E’ l’unica materia dove proprio non riesco”.

Il discorso cade sui libri di testo che sono molto cari. “Nel mio corso, dice Alessandro, abbiamo tutte nuove edizioni, non si trovano sulle bancarelle”. Alex però sa quali libri è inutile comprare, per esempio tre testi di disegno grafico se li può risparmiare. “L’insegnante usa il proiettore e, per disegnare pianta e sezione di un palazzo, basta guardare e copiare”.

In classe con Alessandro ci sono parecchi ragazzi stranieri: latino americani, filippini, africani; invece Alex parla della selezione avvenuta nel suo istituto, “in prima eravamo tanti, di anno in anno gli stranieri sono diminuiti, ripetono e qualcuno abbandona. Siamo rimasti in pochissimi”.
Un trend confermato dal rapporto annuale del Miur.

Ragionando con questi due giovani migranti emergono gli scogli da superare a scuola: il fattore lingua, i vincoli familiari, ma anche quanto forte sia il ruolo della scuola e dei singoli professori nella crescita di ognuno.

Le fortune di Alex

L’anno scorso, in alternanza scuola-lavoro, ha potuto frequentare un ottimo sviluppatore di siti, Fabrizio Visconti che gestisce una ditta, Lemon Factory. “Mi ha insegnato moltissimo, racconta, ho accumulato un sacco di crediti – 416 – e anche qualche soldo, perché con lui sto continuando a lavorare un po”. Quest’anno Alex sta partecipando a un laboratorio di robotica che si tiene a scuola, un’esperienza esaltante. Il professore Nicola Moroso a inizio anno ha proposto un progetto a tutta la classe: costruire un piccolo robot, per poi concorre alle gare di calcio a RomeCup, una competizione tra giovani inventori che si tiene in questi giorni al Campus BioMedico.
“Occorre molto impegno per progettare un robot, quando lo metti alla prova e non funziona, bisogna capire dove sbaglia, correggerlo più e più volte. L’insegnate è davvero bravo ma fedeli al laboratorio siamo rimasti in 7-8. Finalmente abbiamo costruito il nostro calciatore e domani giocherà in un campetto 180×270 a RomeCup”. L’eccitazione è palpabile. “Se resteremo in gara, concorreranno al girone superiore, in Campidoglio, e se vinceranno anche lì, l’anno prossimo andremo fino in Giappone”
I due amici si guardano ridendo, complici nell’avventura italiana che li sta sfidando. Non hanno dubbi, è impegnativa ma promettente. Nessuno dei due rimpiange il Salvador, entrambi sperano un giorno di diventare ingegneri. Oggi è sabato, giocheranno a pallone, poi film a casa di Alex per tutta la notte. Domani si dorme.

Paola Piva
(15 aprile 2018)

Foto di Simona Filippini

Leggi anche: