Le africane ancora vittime degli aborti clandestini

L'arcaismo religioso nemico della legge 194

Sono passati 40 anni da quel 22 maggio 1978, data della storica introduzione  in Italia della legge 194 che depenalizzava l’aborto e prevedeva di effettuare gli interventi di interruzione di gravidanza, in sicurezza,  all’interno delle strutture pubbliche,  per stroncare la piaga degli aborti clandestini.

Una legge arrivata grazie alla rivoluzione culturale e sessuale che in quegli anni stava coinvolgendo la società italiana e sull’onda della campagna abortista portata avanti da tutti i partiti laici dell’arco costituzionale, dal partito radicale in prima istanza e dal movimento di liberazione della donna. A  40 anni di distanza “Più Culture” vuole provare a tracciare un bilancio, dati alla mano, sull’effettivo  funzionamento di una legge che ha rivoluzionato il mondo femminile, ma che ancora stenta a essere applicata pienamente in Italia. Basti pensare che il deputato della Lega, Pagano, ha annunciato di recente che presentera’ una proposta di legge per estendere il diritto di obiettare anche ai farmacisti che dovrebbero distribuire la pillola del giorno dopo, la Rsu 486.

Ci facciamo guidare,  in questa prima puntata, da Elisabetta Canitano, 62 anni, ex candidata alle scorse elezioni di Potere al Popolo,  femminista della prima ora, ginecologa presso la Asl Roma 3 di Ostia, e presidente dell’associazione Vita di donna, un consultorio che ha sede presso la  Casa Internazionale delle Donne, dove ,a incontriamo.

La stanza 107 dell’associazione Vita di Donna preieduta da Elisabetta Canitano

Le  statistiche sulle interruzioni di gravidanza parlano di un calo assoluto degli interventi di interruzione, come se il problema non fosse più un’emergenza. C’è da considerare che nel 2015 l’Agenzia nazionale per il farmaco (Aifa) ha liberalizzato la vendita  della pillola Ella One anticoncezionale di emergenza che si può assumere  fino a 5 giorni successivi al rapporto a rischio, le cui vendite da allora sono decuplicate. Ma in realtà come stanno le cose dal suo osservatorio “sul campo”?

Gli aborti ci sono e come, ma non vengono censiti dalle statistiche perché per la maggior parte sono quelli delle donne clandestine, straniere, migranti , senza documenti, che non possono accedere alle strutture pubbliche. Il problema principale sono le donne africane perché o sono “sotto tratta” e allora dipendono dall’intervento o meno dei loro sfruttatori che forniscono loro  le pillole, che poi molte di loro mettono in vagina, non conoscendone affatto l’uso,  oppure non riescono a seguire il percorso burocratico previsto per accedere alle strutture pubbliche difficile per chiunque ma incomprensibile per loro. Questo tipo di “utenza” chiamiamola così, è quella che si trova al Tiburtino, un non quartiere con le stimmate del posto periferico dove nessuno si conosce, dove non esiste una rete di collegamento tra le varie realtà locali  a cui appoggiarsi. La donna africana che arriva con difficoltà in ospedale e si sente dire di “tornare domani” , non tornerà più, non lo capisce, annega nella difficoltà di sentirsi respinta, non sa come fare ad affrontare il problema, rimanda e spesso finisce per procurarsi l’aborto “fai da te” rischiando la vita.

 

Che si può fare per arginare la piaga degli aborti clandestini?

Le donne straniere devono essere accolte, aiutate senza perderle di vista. Devono essere agevolate. Un po’ quello che succede alla Asl di Roma 3 a Ostia dove mi trovo io a lavorare. Per noi, però è più facile perché le straniere sono in grandissima parte di provenienza rimena, e poi slave e indiane. Per la maggior parte in grado di seguire l’iter che viene loro indicato, anche aiutate dai mariti qualche volta.

Per quanto riguarda l’applicazione della legge in generale avevo fatto una proposta tempo fa, in base alla quale l’interruzione di gravidanza doveva essere garantita alle donne nella Asl di appartenenza, come avviene per la normale assistenza sanitaria. Questo avrebbe reso il percorso verso l’interruzione più semplice, quasi banale, la Asl sarebbe stata in grado di fornire a fine anno l’elenco dei parti e degli aborti effettuati e in base a questo la Regione avrebbe potuto destinare alle singole strutture  gli strumenti necessari (ecografi, macchinari, medici non obiettori) per offrire l’assistenza gratuita prevista dalla legge.

La stanza di una struttura pubblica

 

Perché non è andata in porto?

Perché nel nostro paese si sta affermando una sorta di arcaismo religioso e nella nostra regione in particolare, stiamo assistendo al trasferimento dell’assistenza dalle strutture pubbliche che vengono svuotate e deprivate anche se si tratta di centri di eccellenza, con la scusa della spending review a quelle private, attraverso le convenzioni. Il sistema pubblico prevede di rivolgersi al Cup regionale che smista le richieste. A una donna di Roma può capitare di avere un appuntamento nell’ospedale di Civitavecchia dopo una lista d’attesa lunghissima. Per ovviare a questa stortura sono cominciate a spuntare come funghi le case di cura e gli ospedali privati, pagati dalla regione, che garantiscono il servizio al posto di quelle pubbliche con medici pagati a prestazione. Peccato che si tratti in gran parte di strutture religiose che non praticano per dovere etico le interruzioni di gravidanza. Al Bambino Gesù l’altr’anno è stato erogato un finanziamento di 55 milioni di euro, al Gaslini di Genova, un polo di eccellenza pubblico, solo 5 . Zingaretti, e non lo dico io ma risulta agli atti, ha finanziato con 200 mila euro l’associazione Salva Mamme, di cui è ambasciatrice nel mondo Camilla Borbone delle due Sicilie,  invece di destinare quei soldi alle magre risorse pubbliche.

La manifestazione pro – depenalizzazione dell’aborto in Irlanda

Dunque secondo lei il fatto che in Italia il percorso per l’interruzione della gravidanza, sia ancora così difficile dipende da una concezione religiosa che sovrasta l’etica laica e fa si che il 70% dei medici siano obiettori e che non ci siano sufficienti strutture pubbliche in grado di offrire le prestazioni?

Sono i dati a parlare: secondo la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194 (Laiga), nel 2017 solo nel  59% degli ospedali italiani è previsto il servizio di interruzione volontaria di gravidanza. In particolare per quanto riguarda il caso degli aborti terapeutici previsti quando sia in pericolo la salute della madre. Se il numero di obiettori di coscienza all’interno del personale medico italiano è in media del 70%, in Gran Bretagna è del 10%, in Francia del 7%, zero in Svezia dove non è consentita l’obiezione. Il totale degli obiettori è aumentato del 12% negli ultimi dieci anni, arrivando a punte di oltre il 90% in Molise, Trentino-Alto Adige e Basilicata. In tutto il Molise si registra un solo medico non obiettore.  La media di obiettori tra gli anestesisti in Italia è del 49%. Per sopperire alla mancanza di medici in grado di eseguire interruzioni volontarie di gravidanza, gli ospedali ricorrono a medici esterni assunti a prestazione, con costi addizionali per il servizio sanitario e la collettività. Ma quello che ci terrei a sottolineare è che non è soltanto il rispetto della  libertà di scelta della donna di diventare madre, o no che viene messo in discussione, ma il problema più grave riguarda l’aborto terapeutico, quello che dovrebbe essere praticato per salvare la vita della madre e che invece viene di fatto impedito”.

A questo proposito la Canitano ha scritto la  piece teatrale “Io obietto” dedicata alla  nota vicenda di Valentina Milluzzo, la  ragazza 32enne al quinto mese di gravidanza, morta al Cannizzaro di Catania in seguito ad una setticemia procurata dal mancato intervento del medico di turno  obiettore di coscienza  ( che oggi è  sotto inchiesta).  Valentina che aspettava due gemelli era entrata in ospedale il 29 settembre per dilatazione dell’utero anticipata. In pochi giorni la situazione clinica era precipitata, aveva  la febbre alta e  dolori lancinanti, ma i medici attribuivano il grave stato all’influenza prima, e a una colica renale poi. In realtà la rottura del sacco aveva procurato a Valentina una setticemia che avrebbe richiesto l’immediato aborto terapeutico, ma in presenza del battito dei due feti il medico rifiuta di intervenire. L’agonia si trascina per 15 giorni, poi Valentina espelle i feti, entrambi morti, solo a quel punto viene portata in rianimazione dove muore subito dopo.

Una scena dello spettacolo “Io Obietto” scritto dalla Canitano

 Ritiene che la triste vicenda di Valentina servirà di insegnamento ai medici per il futuro?

“Anteporre non la vita di un bambino, ma il battito cardiaco di un feto destinato a morire, alla vita di una donna è una violenza inaccettabile che si ripete molto spesso. Ha fatto molto rumore anche in Irlanda, due anni fa,  la vicenda di Savita Halappanavar, irlandese di origine indiana, morta per setticemia per lo stesso identico atteggiamento professionale dei medici nella cattolica Irlanda. Ho voluto portare in teatro la vicenda di Valentina proprio per non far dimenticare quello che è successo all’opinione pubblica. Il fatto è che i cattolici pensano che i bambini debbano nascere comunque, anche quelli  malformati non in grado di vivere e che per nascere possono pregiudicare la vita della madre. La Fondazione Cuore in una Goccia, ha realizzato addirittura un hospice presso l’opedale Gemelli dove ricoverare appena nati i bambini terminali destinati a morire nel breve giro di qualche giorno. Al Bambino Gesù, ospedale cattolicoi che se non altro effettua la diagnostica prenatale prima dell’interruzione di gravidanza da fare altrove, sono stati dati quest’anno 55 milioni di euro di finanziamento. Al Gaslini che è un polo di eccellenza della pediatria, ma pubblico, ne sono andati solo 5.  Questa disparità dimostra nei fatti la preferenza per le strutture private al posto di quelle pubbliche. la speranza che ci resta è quella nei giovani che ci sostituiranno che sono molto preparati e motivati a riprendere la “battaglia” che tra qualche anno la mia generazione che la combatte da sempre, dovrà lasciare nelle loro mani.

 

Francesca Cusumano

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