Vite sospese l’infanzia negata dei minori emarginati in Italia

 La video inchiesta realizzata da Unicef parla dei bambini dei ghetti italiani

“Mi piace Roberta Bella, e ascolto anche Daniele Di Martino. Non capisco le parole, ma qualche amico di giù me le spiega. Io mi rivedo molto nei video che fanno, e mi sento capita da quello che dicono.” Roberta Bella, siciliana e Daniele Di Martino, napoletano, sono due cantanti neo melodici. E a parlare è una ragazzina di 15 anni del Quadrilatero di Melara di Trieste. Il quadrilatero di Melara è un quartiere difficilissimo, uno dei tanti che, attraversando la penisola da Nord a Sud, Floriana Bulfon, giornalista di inchiesta, e Ivan Corbucci, regista, hanno documentato realizzando “Vite sospese”, videoinchiesta patrocinata da Unicef sulle condizioni dei minori emarginati italiani e stranieri residenti in Italia

Il documentario prodotto nel 2017, è stato riproposto oggi, nell’Auditorium della sede di Unicef Italia, per portare la tematica all’attenzione di media, istituzioni, e minori “più fortunati”. Per questo sono stati invitati a dibattere con gli autori del docu film , alcuni studenti provenienti dai licei romani, Marco Damilano, direttore de L’Espresso, il Capo della Polizia Franco Gabrielli, monsignor Paolo Lo Judice, membro della Conferenza Episcopale per le Migrazioni, Francesco Samengo, presidente Unicef Italia, e Valerio Toniolo, presidente dell’associazione Buona Cultura. Ha moderato Paolo Rozera, Direttore Generale Unicef Italia.

Perché Vite Sospese?
Nel 2017 sono stati segnalati dall’Autorità giudiziaria 20.466 minori. È un dato in crescita, nel 2007 era pari a 14.744. “Vite sospese” dice Florian Bulfon “racconta di un’emergenza trascurata. Storie di bambini e ragazzi italiani e di origine straniera accumunati da situazioni di marginalità.” Da Palermo a Milano, da Trieste a Napoli, passando per le viscere di Roma ragazzi col volto oscurato sono desiderosi di raccontare ciò che vivono: “povertà, violenza, pregiudizi, mancanza di istruzione”. Ragazzini in guerra tra loro per pochi spiccioli e un futuro da boss, bambine già madri in cerca d’aiuto, altre pronte a venedere il proprio corpo per un vestito firmato. Vite sospese è “un’indagine sul campo che documenta la violenza subita, vista con gli occhi dei bambini”. Il nome è stato scelto perché “c’è una comunanza in questi bambini da nord a sud nella sospensione tra il sogno di una vita migliore, vivono in una povertà economica, culturale, educativa e sperano di avere la vita migliore che si può ritrovare solo nella criminalità organizzata”.Secondo Damilano è importante e fondamentale che l’informazione si focalizzi sull’invisibile, come “l’inferno che vivono questi bambini”. Per Franco Gabrielli “si poteva intitolare ‘vite perdute’. Perchè molte delle vite documentate purtroppo sono ‘perdute’, invece ‘sospese’ suggerisce che di questi problemi dobbiamo farcene carico”. Gabrielli ritiene che sia necessario che la società civile, le forze dell’ordine, le associazioni, le istituzioni, cambino “ il modo di intercettare i bisogni e quello di interpretare la legge”. E ancora: “Bisogna fare rete, tutte le istituzioni pubbliche e private, e l’informazione”. L’ex prefetto ha poi fatto un invito ai liceali presenti: “Ragazzi sporcatevi le mani, non rifugiatevi in una modalità di distacco dalle cose che vi circondano”.

 

Veronica Di Norcia

(15 dicembre 2018)

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