A scuola di convivenza occasione di scambio di culture e saperi

“Rinunciare all’idea di identità che ci porta a sapere chi siamo, solo quando sappiamo chi non siamo e spesso solo quando sappiamo contro chi siamo. Riconoscere la somiglianza che significa  condivisione, partecipazione, come nucleo della convivenza; studiare le compatibilità e le incompatibilità; valorizzare le differenze; individuare ambiti di interazione con l’altro e di coinvolgimento reciproco, anche ricorrendo all’umorismo (joking relationships); progettare in comune per un’apertura al futuro”. Questa del prof. Remotti, eminente antropologo dell’Università di Torino, sembra essere davvero una ricetta esplosiva

In primo piano Paola Piva durante lo svolgimento del convegno in aula magna

e controcorrente nell’Italia del dopo voto delle elezioni europee. Una ricetta per  una convivenza pacifica con l’altro, “secondo una politica della somiglianza che accetta  la differenza, senza limitarsi a “tollerarla”, che farà storcere la bocca ai molti che guardano all’altro con pregiudizio, ostilità, diffidenza, paura, non di rado  per un problema che ha a che fare con il colore della pelle.

Il 21° Convegno dei Centri Interculturali Italiani

Al 21 Convegno Nazionale dei Centri Interculturali organizzato, nell’aula magna dell’Universita Roma TRE nel quartiere Esquilino, da Rete Scuolemigranti, Oxfam, COME con il supporto di CSV, le associazioni del terzo settore riunite in una sorta di Stati Generali, sembrano essere riuscite a dimostrare non a parole,  ma con esperienze concrete, che la ricetta di Remotti funziona. Il professore ha illustrato, in apertura dei lavori, la teoria delle “Somiglianze” alla quale ha dedicato anche il suo ultimo libro.

Il prof. Francesco Remotti firma una copia del suo ultimo libro “Somiglianze una via per la convivenza”

È la valorizzazione delle differenze e il coinvolgimento reciproco di chi “apprende” e di chi “insegna” una lingua, uno sport, un lavoro o di chi trasmette una passione, la caratteristica che unifica tutti i progetti di volontariato attivati insieme ai migranti, presentati  nel corso delle quattro sessioni parallele del convegno. Ha introdotto i lavori Paola Piva Toniolo, presidente della rete Scuolemigranti che, al decimo anno di attività,  rappresenta  91 associazioni le quali svolgono la loro attività in 140 sedi scolastiche e che hanno visto nell’ultimo anno scolastico censibile, il 2017 – 2018, l’iscrizione di 12 mila studenti.

Le sessioni parallele

Per lo “scambio di culture e saperi”, per la “cura dei beni comuni e dell’ambiente”, per la “scuola e le nuove generazioni”, “per esplorare la città”, sono le tematiche che hanno fatto da filo conduttore per parlare del volontariato esteso ai migranti che fanno la loro parte avendo avuto la possibilità  di mettersi in gioco.

Una delle testimonianze di volontariato raccontata al convegno

È il caso di Mowsumi Akter una bangladese di circa 30 anni che parlando con una certa disinvoltura della rivoluzione che ha cambiato la sua vita, l’apprendimento della lingua italiana che l’ha portata a conquistare la propria indipendenza, ha conquistato l’attenzione e la simpatia di tutta l’aula.  Appena arrivata in Italia Mowsumi, che ha due figlie e un marito al quale si è ricongiunta, non parlava una parola di italiano, non poteva uscire di casa se non in compagnia del marito che era, di fatto, ben contento che lei se ne restasse a casa a fare le pulizie e a badare ai figli mentre lui era al lavoro. Ma scoperta la possibilità di frequentare un corso di italiano gratuitamente presso l’associazione “Altramente” di Torpignattara, Mowsumi, che indossa lo hijab, comincia ad assaporare la libertà di potersi relazionare da sola con gli altri.  Impara a muoversi in un mondo all’inizio ostile e sconosciuto e che qualche volta la tiene fuori dalla porta “mi è capitato in alcuni locali”, dice, proprio per quel velo che indossa e che marca la sua “diversità”.    Oggi Mowsumi ha trovato un lavoro, senza rinunciare al velo,  e allo stesso tempo si è proposta ad Altramente per svolgere il ruolo di  baby sitter volontaria: si  prende  cura dei figli delle altre mamme che, facendo il suo stesso percorso,  seguono il corso di italiano per trovare la propria indipendenza.

Mowsumi animatrice per i figli delle migranti che imparano l’italiano

Shumi Taher, anche lei del Bangladesh, è mediatrice culturale e il suo ruolo è essenziale anche nei consultori e nei centri antiviolenza dove le donne arrivano impaurite, incerte e diffidenti, poiché non possono spiegare quello che è loro capitato, ma anche perchè non conoscono le procedure normali di una visita ginecologica. “Il fatto di parlare la lingua” spiega “appiana le difficoltà e crea immediatamente un rapporto di fiducia che è essenziale per relazionarsi con l’altro da te”.

Le esperienze non romane

A Milano l’esperienza Genitori Peer Muzio” è da prendere ad esempio perchè interviene in questa stessa direzione. “Alla scuola primaria Muzio – racconta l’insegnante Laura Sidoti – abbiamo organizzato,  con la disponibilità delle mamme senior che parlano l’italiano e naturalmente la lingua d’origine,  uno sportello di aiuto per i nuovi genitori stranieri. Per chi arriva da contesti molto diversi, la perdita dei sistemi di riferimento sociali, culturali, linguistici è causa di incertezza e disorientamento, che può sfociare anche in reazioni di opposizione e rigetto. Le famiglie immigrate da tempo,  che hanno  figli nati e cresciuti qui in Italia, si trovano in una situazione privilegiata, questi genitori possono fornire una prima rete di supporto ai nuovi arrivati, aiutandoli nella fase di orientamento alla nuova cultura e al diverso stile di vita, favorendo la relazione fra la  scuola e la famiglia.

Il gruppo delle mamme senior e junior del progetto della scuola Muzio

Il  progetto “Su(l)la testa” promosso dal Comune di Ancona insieme alla rappresentante della comunità mozambicana, Nice, e con gli operatori dell’Associazione Free woman vede protagoniste donne migranti o vittime di tratta e donne ammalate di tumore che si sottopongono alla chemioterapia che le porta, nella maggior parte dei casi, alla perdita dei capelli. Entrambe sono situazioni difficili, accomunate dal rischio di una perdita, almeno temporanea, della propria identità e a sindromi depressive.  Scopo del progetto è quello di favorire il mutuo soccorso tra le une e le altre, restituendo fiducia nelle proprie capacità e potenzialità lavorative alle donne richiedenti protezione internazionale e rifugiate, allo stesso tempo migliorando la percezione di sé e della propria femminilità per le malate oncologiche. Come? Attraverso la realizzazione di turbanti, simbolo, nella cultura africana, di bellezza e di fierezza che possano “distrarre” con il colore e la vivacità dei tessuti africani la persona malata dalla momentanea assenza di capelli.

I vari tipi di turbanti africani

Il comune marchigiano, che dovrebbe essere preso ad esempio per il suo Centro servizi per l’immigrazione plurilingue,  ha messo a disposizione delle giovani straniere un laboratorio di sartoria e nella  Pink room dell’ospedale sono iniziati gli incontri periodici tra immigrate e donne che seguono la terapia per il corso di apprendimento su come indossare questi meravigliosi copricapi.

Il gruppo delle donne del progetto Su (l) la testa del comune di Ancona

In Togo imparando il francese al mercato

Partite solo dalla loro volontà di essere utili a chi era più povero e in difficoltà di loro e senza nessun aiuto iniziale, Akpeje Labilè e Biam Combey Tevigan sono le due volontarie togolesi che hanno raccontato della loro esperienza di insegnamento della lingua francese alle concittadine più povere e analfabete. Le revendeuses, donne che vendono la loro merce al mercato di Lomè e che nelle  ore più calde, quando le acquirenti se ne vanno, si dedicano all’apprendimento della lingua “colta” nella piccola scuola CEVA (cellula di valorizzazione)  che consentirà loro di riempire un modulo e capire il contenuto di documentazioni burocratiche o semplicemente leggere un giornale.

Akpeje Labilè e Biam Combey Tevigan le due insegnanti togolesi della scuola di alfabetizzazione sorta nel mercato di Lomè

All’evento dei Centri Interculturali ha aderito convintamente con il suo “Manifesto della Diversità e dell’Unità Umana” il comitato nazionale articolo 3 che ha come scopo la piena attuazione dell’articolo 3 della Costituzione: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale  e sono eguali davanti alla legge,  senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Francesca Cusumano
(29 maggio 2019)

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La scuola Ceva al mercato di Lomè