Rapporto Annuale 2019 del Centro Astalli: numeri e riflessioni

“Da quando avevo 14 anni sono cresciuto come rifugiato in un campo profughi in Liberia. Oggi sono in Italia con un permesso umanitario.[…] Ho camminato a piedi attraversando tanti paesi e tanti confini: Liberia, Mali, il Niger e poi la Libia. In Libia sono stato due mesi, ma non potevo rimanere. Lavoravo gratis per 14 ore al giorno e per strada sono stato bastonato per due volte da libici che sostenevano che noi neri non avevamo diritto a stare lì. Così sono arrivato su una spiaggia piena di gente. Un gommone per cento persone strette e ammassate. 36 ore in mare con l’acqua che entrava a bordo, poi un mercantile ci avvista e ci salva. Arrivo a Cagliari. In un centro di prima accoglienza faccio domanda di asilo, ottengo la protezione umanitaria e da lì arrivo a Roma. Alla stazione Termini ho dormito diverse notti prima di arrivare al Centro Astalli e capire che potevo fare domanda per un posto in un centro d’accoglienza. […] Ho provato a capire come iscrivermi all’università ma senza i documenti dei miei studi precedenti è impossibile. […] Ora ho un problema da risolvere: per convertire il permesso umanitario in scadenza in permesso di lavoro mi chiedono il passaporto, ma io non ho mai avuto un passaporto e di certo non posso chiederlo in Costa d’Avorio. Sono rifugiato da sempre, ma questo pare non avere importanza per la Questura. Spero ancora di riuscire a superare questo ostacolo. Non è il peggiore che ho dovuto affrontare e non mi arrendo, un giorno sarò ingegnere civile anche qui.” Karamoko, rifugiato della Costa d’Avorio.

Foto di Centro Astalli

Un Paese dove sentirsi a casa

“In generale quest’anno in Italia e nei Paesi dell’Unione Europea, invece che cercare di ascoltare la vita di tante persone, già provate da molti traumi, abbiamo scelto la via semplicistica della risposta strumentale rassicurante e immediata, quando non arrogante e irrispettosa.” Queste le parole con cui Padre Camillo Ripamonti introduce il Rapporto Annuale 2019 presentato il 4 aprile al Teatro Argentina. Parole che arrivano dritte al cuore delle persone, parole che fanno male e che colpiscono in primis le vittime quotidiane della cultura dell’odio, ma anche tutti gli Italiani e gli “europei” che non ci si riconoscono e che nella loro vita quotidiana lottano proprio contro questo tipo di discriminazioni. La quotidianeità vince le semplificazioni della narrazione politica e mediatica: la realtà è molto più complessa, fatta di incontri quotidiani con le persone e tramite questo incontro tra esseri umani è possibile sviscerare la complessità del reale nascosta dietro l’allarmismo e la paura. “Volevamo mostrare che esiste un Paese, e lo sperimentiamo ogni giorno, fatto di donne e uomini, un noi mai escludente dove sentirsi a casa, sentirsi casa.”

Foto di Centro Astalli

Uno sguardo ai numeri

Nel 2018 sono stati oltre 68 milioni i richiedenti asilo e i rifugiati nel mondo, attraverso il Mar Mediterraneo sono arrivate in Europa circa 116 mila persone: di queste poco più di 23 mila in Italia, dove si è registrata una riduzione degli arrivi di circa l’80% attraverso la rotta del Mediterraneo Centrale, una riduzione che però si accompagna a un aumento significativo del tasso di mortalità. Il Centro Astalli ha accompagnato 12 mila persone solo a Roma e più di 350 persone sono passate nelle loro strutture d’accoglienza a fronte di 2.900.000€ di costi sostenuti per garantire la rete di servizi e progetti del Centro nella Capitale. Si è registrato un aumento dei servizi di bassa soglia su tutto il territorio con quasi 4000 utenti alla mensa di Roma dove nel 2018 sono stati distribuiti 54 mila pasti, più di 200 al giorno. “Le persone che si sono avvicendate nei locali della mensa sono, da una parte, la cristallizzazione di situazioni per le quali il percorso di riconoscimento della protezione internazionale si è interrotto per qualche motivo e, dall’altra, sempre di più negli ultimi mesi dopo l’entrata in vigore della nuova legge, si tratta di persone con un permesso di soggiorno umanitario scaduto, senza un posto di lavoro e una casa; persone con un permesso di soggiorno umanitario con difficoltà alloggiative per le quali si configura l’impossibilità a Roma di avere una residenza anagrafica valida per il cambio del permesso per motivi di lavoro, conseguenze della Delibera della Giunta Capitolina del marzo 2017” (link). L’attività del SaMiFo si è consolidata nel 2018 con oltre 7000 visite e circa 2000 persone incontrate, espressione della vitalità e dell’impegno di un servizio messo sempre più a disposizione del territorio e dei centri di accoglienza a Roma. In questo contesto di crescente marginalità e irregolarità forzata i servizi sul versante della salute assumono un ruolo più centrale che mai per affrontare situazioni che hanno assunto negli ultimi tempi un carattere allarmante date le ripercussioni sulla salute di uno stile di vita precario e l’aumento del numero di persone traumatizzate dal viaggio e dai centri detentivi in Libia. Nel 2018 sono stati potenziati due ambiti importanti dell’accoglienza: la ricerca del lavoro e l’accompagnamento all’autonomia. Nel primo caso è stata intensificata la collaborazione in rete con i diversi Centri di Orientamento al Lavoro e con gli altri servizi del terzo settore, mentre nel secondo caso 61 nuovi beneficiari hanno trovato accoglienza, 29 congregazioni hanno collaborato con il Centro Astalli, ospitando in totale 143 persone.

L’Italia che ricuce e che dà fiducia

Queste le parole del Presidente della Repubblica Mattarella nel Messaggio di fine anno 2018 e che Padre Ripamonti utilizza nel suo discorso introduttivo convinto che siano la chiave per vincere la “cultura dello scarto”. Nonostante il fortissimo cambiamento di rotta nel corso del 2018, dato dal Decreto Sicurezza tramutato poi in Legge, “siamo convinti che le nostre scelte guidate dal porre al centro le persone siano lungimiranti e vadano ribadite con coraggio. Crediamo che la proficua e schietta collaborazione che negli anni abbiamo sempre voluto costruire con le istituzioni locali e nazionali non si debba perdere, il cammino fatto va valorizzato per stemperare quelle tensioni che si stanno accumulando nelle periferie delle nostre città.” Inevitabile il riferimento ai recenti fatti di cronaca avvenuti a Torre Maura, dove il clima politico e civile che ha fatto dell’immigrazione, dei migranti e in generale degli stranieri il capro espiatorio di problematiche assai ben più radicate e complesse di quello che che il discorso politico vuole far credere, è giunto al culmine con episodi di discriminazione, intolleranza e odio simbolo della strumentalizzazione della paura assunta ad arma ideologica alimentata ad hoc per il consenso. Ringraziando volontari, giornalisti e tutti coloro che a diverso titolo hanno collaborato in questo 2018, Padre Ripamonti ci tiene infine a ringraziare “voi, carissimi rifugiati, compagni di un cammino che quest’anno è stato a tratti più difficile del solito. Non abbandonateci, abbiamo bisogno del vostro coraggio e della vostra determinazione per non smarrire la nostra umanità e il senso del nostro fraterno vivere civile.”

Saluti finali di Floris e del Cardinal Bassetti

A conclusione di questo incontro molto intenso e denso di spunti di riflessione su una realtà a tratti drammatica, dove però non mancano degli spiragli di luce che è importante sottolineare e valorizzare, Giovanni Floris dialoga con il Cardinal Bassetti, Presidente della CEI, per fare il punto su alcune parole particolarmente significative emerse nell’arco della mattinata. Coraggio, Persone, Umanità, ma anche Odio, Paura e Semplificazione del reale sono parole che descrivono tutta la complessità tanto del fenomeno migratorio quanto del clima socio-politico in Italia e in Europa. Per il Cardinal Bassetti tre sono i punti importanti da sottolineare: prendere coscienza della realtà storica del fenomeno contro la narrazione allarmistica e semplificatoria, la necessità di accogliere e di non respingere in paesi terzi non sicuri perchè qualcuno dovrà poi assumersi la responsabilità dei morti in mare e delle vittime dei trattamenti disumani, e, per finire, l’importanza di percorsi di integrazione e inclusione sociale, vera sfida dell’accoglienza.
“Davanti a quel carcere eravamo tantissimi in cerca di notizie dei nostri cari. Ci hanno arrestati tutti. Dopo tre giorni in quel carcere, alcuni manifestanti hanno fatto scoppiare un incendio. Nella confusione generale siamo riusciti a scappare. Mi sono rifugiata in un convento di religiosi, dove ho trovato un vecchio amico di mio padre. Grazie a lui dopo un mese sono salita su un aereo per lasciare il Paese. Da quel giorno ho cominciato la mia nuova vita. A Roma ho incontrato una donna camerunense che mi ha ospitato. Mi ha aiutato a presentare la domanda di protezione internazionale e chiedere un posto in un centro di accoglienza. Oggi sono rifugiata, sto cercando lavoro perchè mi devo mantenere da sola e presto dovrò lasciare il centro che mi ospita, ma mi impegno anche molto per riuscire a fare gli esami necessari per il riconoscimento dei miei studi anche qui in Italia. La fatica non mi spaventa, ma non voglio abbandonare il sogno di fare il lavoro per cui ho studiato. Questo è l’unico modo che ho per ringraziare i miei genitori di avermi insegnato che lo studio e la cultura possono cambiare il mondo e che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini.” Charity, rifugiata del Camerun.

Agnese Corradi
(10aprile2019)

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