Dare voce alla realtà dell’integrazione per combattere il razzismo. Intervista a Luigi Manconi

La rappresentanza della popolazione straniera nella vita pubblica è il modo migliore per rendere l’immigrazione un tema positivo

Dei 5 milioni e 200.000 stranieri che vivono e lavorano nel nostro Paese sono pochissimi, un’entità trascurabile, coloro che hanno un ruolo di rappresentanza nella società. Dar loro voce, in particolare alle seconde generazioni, perché diventino soggetti attivi nella vita pubblica è invece indispensabile per la coesione della società e per combattere diffidenza, intolleranza e razzismo. Questa la prospettiva in cui lavorare per il futuro, secondo Luigi Manconi, già senatore e presidente della Commissione Diritti Umani, che ha concluso pochi giorni fa il suo mandato come direttore dell’UNAR, con un’ultima iniziativa: Diversi perché unici, una campagna di sensibilizzazione contro il razzismo, svoltasi dal 18 al 24 marzo. Il lavoro da lui fatto nei 12 mesi del suo mandato, comprese le iniziative su diritti umani, antisemitismo, rom e sinti, immigrati, si è svolto nella totale indifferenza del Governo, che le ha disertate tutte. Anche se l’esigenza di combattere la diffusione di idee e comportamenti razzisti è oggi quanto mai attuale in Europa alla vigilia della scadenza elettorale.

Luigi Manconi
Luigi Manconi

Ma c’è razzismo in Italia? O definire razzista il nostro Paese è “il più grande regalo che si possa fare a chi vuole alimentarlo”, come lei stesso ha detto in varie occasioni?
Certo, il razzismo in Italia c’è e sta crescendo, intendendo per razzismo quella concezione gerarchico-selettiva dei gruppi umani, in base alla quale si elaborano classifiche e si adottano comportamenti nelle relazioni sociali o politiche ispirate a questo criterio. Io ritengo che questo fenomeno sia in parte fisiologico, perché in 25 anni l’Italia ha conosciuto una presenza di stranieri rapidamente accresciuta: nel 1990 gli stranieri erano intorno ai 400.000; oggi sono 5 milioni e 200.000; 5/600.000 gli irregolari. È comprensibile che si crei una resistenza che può rimanere a livello di diffidenza e presa di distanza o trasformarsi in vero e proprio razzismo.
Attribuire, però, a un’intera comunità i tratti di alcuni suoi membri è una scemenza e paradossalmente rivela una tonalità razzista. Anzi, sostengo che l’Italia non è un Paese razzista, sono gli stessi dati demografici a dirci che una gran massa di stranieri vive in un rapporto di convivenza relativamente pacifica. Tutti i problemi si addensano su quei 5/600.000 irregolari. Coloro che sbarcano e stanno nei CAS, o che delinquono, i marginali, quelli che rischiano di diventarlo: sono questi che raccolgono tutte le ragioni di allarme, dagli assalti in villa, a quelli che offendono il decoro urbano, agli spacciatori ecc.

Sono questi, però, che nella rappresentazione mediatica hanno maggior risalto. Perché il linguaggio prevalente nel discorso pubblico non rispecchia la realtà dell’integrazione?
Se osserviamo l’intero mondo sindacale, con migliaia di operatori sul territorio, vediamo che gli stranieri sono pochissimi, più presenti nei sindacati autonomi. I sindacati non sono stati capaci in 25 anni di far crescere una leva di attivisti, operatori e dirigenti. È uno scandalo, perché questo sarebbe il modo migliore per dare visibilità a quella popolazione integrata. Neanche ai genitori dei quasi 900.000 ragazzi stranieri che frequentano le nostre scuole viene data voce. Perché a loro non viene mai offerta la possibilità di raccontare la fatica dell’integrazione, perché mai neppure un’intervista, a parte la recente vicenda del bus sequestrato, assai manipolata?

Sul piano della capacità di autorappresentazione quali sono i soggetti che possono dare visibilità agli immigrati? Le comunità di migranti?
Le comunità diasporiche hanno al momento un ruolo prevalentemente difensivo rispetto agli ostili e di autotutela della propria identità, ma faticano ad agire all’interno della vita pubblica. Un solo soggetto ha avuto un ruolo significativo: le organizzazioni delle seconde generazioni, che in occasione della discussione dello ius soli si sono fatte sentire, hanno manifestato, sono entrate in rapporto con le istituzioni. Anche sul piano culturale e artistico i giovani si danno da fare e si propongono sempre più come produttori culturali: attori, musicisti, scrittori. Mentre, probabilmente, gli adulti tardano ad avere un ruolo pubblico perché stanno dentro il faticoso processo di integrazione e sono presi dai problemi della crisi economica o della perdita del lavoro, come tanti italiani.
Nella settimana contro il razzismo, conclusasi il 24 marzo, abbiamo puntato a due aspetti che sono i compiti fondamentali oggi: il primo la ricostruzione della memoria e della storia, l’altro la rappresentazione dell’immigrazione non solo come miseria, sofferenza e marginalità; per questo abbiamo voluto dar voce al coro di braccianti pugliesi, in parte regolarizzati in parte lavoratori in nero, oltre che a musicisti rom.

L'integrazione e le seconde generazioni
Giovani immigrati manifestano per lo ius soli

Il linguaggio prevalente nel discorso pubblico è pieno di falsità e violenza verbale. Quali sono, invece, le parole attorno a cui costruire un discorso condiviso sull’immigrazione e non solo, rispettoso dei principi costituzionali?
Che le parole abbiano un peso fondamentale è indubbio, infatti anch’io ho cercato di sottoporre a critica parole fuorvianti come ‘clandestino’; analoga operazione ha fatto la Carta di Roma. Ma sono state operazioni fallimentari. E non nutro alcuna fiducia nella possibilità di successo oggi di grandi campagne culturali, perché le parole “cattive” si affidano a una antica e robusta tradizione, mentre quelle “buone” sono relativamente recenti e fragili, in quanto non sono espressione di pulsioni profonde ma di valori e buona volontà. Inoltre il web gioca un ruolo determinante.
Questo pessimismo non esclude, però, forme di impegno e iniziative sul terreno culturale e del linguaggio. Anzi, che se ne facciano di più! Solo, bisogna sapere due cose: che si lavora sui tempi lunghi – e d’altra parte ogni lavoro culturale richiede tempi lunghi – e che dobbiamo essere soddisfatti se attraverso singole iniziative e nelle pratiche delle nostre relazioni riusciamo a sottrarre anche solo una persona alla marea nera che si va diffondendo.

Siamo vicini alle elezioni europee. Vede la possibilità di un fronte più compatto con idee chiare su una politica che sappia governare l’immigrazione?
Non è possibile fare previsioni. Mi posso solo augurare che non ci sia un’eccessiva frammentazione delle forze democratiche e che il tema dell’immigrazione venga affrontato con più coraggio. La mancata battaglia sullo ius soli della fine 2017 è un esempio di codardia politica.
Se guardiamo al successo della manifestazione contro il razzismo “People – Prima le persone”, del 2 marzo a Milano, capiamo due cose importanti. La prima: che il tema dell’immigrazione non è un tema perduto o della sconfitta, può, invece, essere strappato agli avversari e diventare un tema positivo in grado di mobilitare, aggregare e vincere vertenze. La seconda: che la manifestazione è riuscita perché Milano ha un tessuto metropolitano e periferico zeppo di organismi e associazioni, che un bravo assessore ha saputo vitalizzare; a dimostrazione della necessità di riconoscere il ruolo svolto dall’associazionismo.

A che cosa dedicherà nell’immediato futuro il suo impegno?
Oltre all’attività di A Buon Diritto, il mio impegno riguarderà soprattutto il compito di rappresentante di Open Arms e Sea Watch, perché il soccorso in mare è un diritto – dovere universale. La difesa della vita delle persone è il fondamento dell’intero impianto dei Diritti Umani. I principi di aiuto e reciprocità sono i cardini su cui si fonda la società stessa.

Luciana Scarcia
(1° aprile 2019)

 

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