Rapporto Astalli 2018: rifugiati, lottatori di speranza

Astalli

“2017, anno in cui chi ha cercato rifugio ha trovato muri. Anno della legge Zampa sui MSNA, minori stranieri non accompagnati, della campagna “Ero straniero”, ma anche della mancata legge per lo Ius Soli”, Marco Damilano, direttore de L’Espresso, introduce la presentazione del Rapporto Annuale 2018 del Centro Astalli, tenutasi lunedì 9 aprile al Teatro Argentina.

Il volto del rifugiato: la storia di Moussa

Mi chiamo Moussa, ho 27 anni e vengo dal Mali. Oggi sono rifugiato in Italia”, è la voce di chi ha vissuto in prima persona il viaggio, la speranza e le sofferenze a dare da subito un volto alle tante persone che anche nel 2017 si sono messe in cammino per una vita migliore. “In Mali studiavo legge e mi piaceva. Grazie a mia madre potevo farlo senza dover lavorare. Poi mia madre si è ammalata ed è morta”. Inizia così il viaggio di Moussa dal Mali attraverso l’Algeria e la Libia, fino in Sicilia: “sono stato messo in prigione, torturato, picchiato. Sono salito su un gommone insieme a centinaia di persone, tante donne e bambini anche soli. Pensavo di morire, ne ero sicuro. Dopo tre giorni siamo arrivati in Sicilia. Ora sono qui a Roma, studio italiano, vivo in una comunità di ospitalità del Centro Astalli. Cerco un lavoro. So che non posso ricominciare a studiare legge subito, ma sono un bravo meccanico”.

“Non parliamo di numeri ma parliamo di persone”

La rete del Centro Astalli nel 2017 ha accolto e protetto circa 30mila migranti forzati,  14mila soltanto a Roma. Nel mondo sono 65,6 milioni i richiedenti asilo e rifugiati, di cui solo il 10% trova asilo in Europa. In Italia al 31 dicembre erano 119.369.

“Non parliamo di numeri, ma parliamo di persone” la testimonianza di Moussa è presa a esempio da Padre Fabio Baggio, Sottosegretario di Papa Francesco per la Sezione Migranti e Rifugiati della Santa Sede, per spostare l’argomento sulla parola cardine dell’operato del Centro Astalli: accogliere.
Accogliere, come verbo che costruisce un passo fondamentale nella crescita dell’essere “umano”,  perché “riconoscere l’altro è accoglierlo, scoprire la nostra essenza nella relazione con l’altro”. Non solo parole ma linee guida riprese dalle parole di Papa Francesco, articolate su tre punti fondamentali:  salvare le vite, trasformare le politiche ed eliminare le cause che forzano le migrazioni.

Un anno di Centro Astalli, verso una comunità sempre più solidale

“Anche quest’anno sono stati distribuiti circa 60mila pasti, in media 220 al giorno”, Padre Ripamonti, presidente del Centro Astalli, porta l’attenzione sulle tre direttrici su cui anche nel 2017 il centro si è mosso: precarietà, integrazione e convivenza. “Nelle nostre città si percepisce per i migranti un senso di crescente precarietà spesso indotta da procedure burocratico-amministrative farraginose e da un clima generale sempre più spesso intimorito”,  come la Delibera della Giunta Capitolina di marzo 2017, che ha revocato a storiche associazioni di volontariato la possibilità di concedere la residenza ai senza fissa dimora. Diventa così sempre più importante costruire un percorso che nell’integrazione vada dall’accoglienza alla piena autonomia per i rifugiati. Percorso che deve creare sinergia fra i vari attori dell’accoglienza per riuscire nel suo intento: sono quindi chiamati a partecipare responsabilmente istituzioni e associazioni, ognuno per la propria parte. Arrivare a rendere autonomo il rifugiato deve essere l’obiettivo di un’accoglienza efficace. Nel 2017 grazie al “progetto comunità di ospitalità” 6 famiglie e 34 singoli hanno raggiunto la piena autonomia.  Ma non basta. L’accoglienza è reale quando è la trama di una comunità solidale che sa andare oltre i muri delle differenze.  Padre Ripamonti cita le parole di Papa Francesco a riassumere la strada per uscire dalla dicotomia noi-loro:  “le forze centrifughe che vorrebbero dividere i popoli non sono da ricercarsi nelle loro differenze ma nel fallimento nello stabilire un percorso di dialogo e di comprensione come il più efficace mezzo di risposta a tali sfide”.  In una comunità solidale si cresce insieme e si impara gli uni dagli altri: nel loro lungo viaggio i rifugiati sono “lottatori di speranza”,  e quella speranza, come sottolinea Padre Ripamonti, “insegnatela a noi”.

Dialogo e comprensione: tornare a essere raccontatori di storie

La stampa e la comunicazione deve tornare al suo ruolo narrativo e investigativo, di prestare occhi e voce con cura alle storie sommerse, “raccontare quello che non si vede, come nel caso delle detenzioni in Libia”, ricorda Damilano.

C’è un deficit di razionalità nel racconto”, Monica Maggioni, presidente della RAI, entra subito nel vivo dei doveri mancati dall’attuale comunicazione. Un uso dei numeri per descrivere la realtà in modo appropriato riportando la percezione sulla strada dell’oggettività dei dati e non a uso della messa in opera di uno scoop. Altro passo importante è “abbattere la distanza nel racconto” usando le giuste parole: come si è fatto nel passare dall’errata terminologia di “clandestini” alla giusta di “migranti”.  L’invito a un giornalismo responsabile, umano e frutto di ricerca, non superficiale, è chiaro e chiama tutti a un impegno più “ragionato” perché “Noi siamo dei  raccontatori di storie , se dimentichiamo questo abbiamo perso il senso del nostro lavoro”.

Silvia Costantini
(11 aprile 2018)

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