Elezioni europee, i candidati: Daniela Rondinelli – M5S

Speciale elezioni europee 2019: intervista sui temi dell’immigrazione a un candidato per ogni lista della Circoscrizione Italia centrale

Daniela Rondinelli, candidata alle elezioni europee nella circoscrizione Centro con il Movimento 5 Stelle, proviene dalla Cisl, dove ha lavorato per più di vent’anni. Si definisce “europeista convinta”: negli ultimi quattro anni ha lavorato a Bruxelles al CESE, il Comitato Economico e Sociale Europeo, prima come Vice-Presidente del Gruppo lavoratori e poi nel Gabinetto di Presidenza.

“Da giovane ho partecipato alla prima generazione Erasmus, era il 1991 e mi sono tuffata in pieno del sogno europeo, fatto di giovani che credevano in un futuro pieno di opportunità” racconta, “e questo ha influenzato molto le mie scelte di vita e di lavoro”.

Perché ha scelto di candidarsi con questo partito?

Per un motivo molto semplice, il M5S parla di problemi reali ed è fatto di persone come me, che non vivono di politica, ma vogliono che la politica serva per il bene comune e della collettività.

Quali sono i punti principali del programma che porterà avanti?

Il primo è quello del salario minimo. In 22 Paesi europei su 28 il salario minimo è già realtà e entro agosto lo sarà anche in Italia. Quello che adesso bisogna fare, se vogliamo trasformare l’Europa in un continente dei diritti e delle opportunità per tutti i lavoratori, è estendere il salario minimo a livello europeo. La nostra proposta è semplice: serve una direttiva quadro dell’UE che fissi i minimi salariali a livello nazionale, nel dovuto rispetto delle prassi di ciascuno stato membro. Le prossime elezioni europee sono decisive per il futuro dell’Europa e per il futuro dell’Italia perché decideranno in quale direzione vogliamo andare. Non più un’Europa che toglie, ma un’Europa che ritorna a dare diritti e opportunità.

Nei primi 100 giorni di attività parlamentare quali sarebbero le sue tre priorità?

Oltre al salario minimo mi concentrerò sugli incentivi alle imprese per inquinare meno: bisogna diminuire l’inquinamento per aumentare la salute dei cittadini, con l’abbandono graduale delle fonti fossili, lo stop alle trivelle e ai fondi europei per inceneritori e discariche. Vogliamo un’Europa plastic free. Altro tema sono i giovani, nostra priorità è evitare la cosiddetta fuga dei cervelli. Nel 2018 gli emigrati italiani sono stati 285 mila, una cifra quasi pari a quella record toccata nel secondo Dopoguerra. Ad andarsene sono soprattutto giovani tra i 18 e i 44 anni (il 56% del totale), dei quali il 30,6% sono in possesso di una laurea. Rispetto al decennio precedente il livello di istruzione di chi emigra è notevolmente più alto. Per questo il Movimento 5 Stelle al governo del Paese sta raddrizzando la barra, disincentivando la “fuga dei cervelli”, ad esempio con il Fondo Nazionale Innovazione e la sua dotazione di 1 miliardo l’anno per il venture capital; con maggiori finanziamenti a CNR e istituti di ricerca; con il piano straordinario di assunzioni di 1511 ricercatori universitari; con  150 milioni di euro per progetti di ricerca industriale e sviluppo finanziati con il Fondo per la crescita sostenibile, un nostro obiettivo storico.

Cosa condivide e cosa invece cambierebbe delle politiche europee attuali in tema di immigrazione?

Mi permetta di dire che il tema dell’immigrazione in Italia si risolve con il respingimento dei politici che hanno causato questo disastro che per anni non hanno mai voluto risolvere il problema. Noi siamo, ad esempio, per cambiare radicalmente il regolamento di Dublino, voluto da Forza Italia e PD, che ha costretto l’Italia a doversi sobbarcare la gestione di tutti gli immigrati che approdano nel nostro Paese. La penso come Di Maio: chi può stare qui deve essere distribuito nei Paesi Europei, chi non può stare qui va rimpatriato.

L’Europa è un’unione di diversi, queste diversità come vanno affrontate?

Prendendo ciascun governo la propria fetta di responsabilità. Proprio sul immigrazione mi sembra evidente che l’Italia sia stata lasciata sola a gestire un problema che invece è di tutta l’Europa, i confini dell’Europa sono i confini dell’Italia e quindi il problema non è italiano ma dell’Unione. Sembra banale dirlo ma ci sono molti a Bruxelles che non vogliono sentirsi dire queste cose.

Come definirebbe l’atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri?

In generale direi positivo, siamo da sempre un popolo che ha fatto dell’accoglienza e della dottrina sociale della Chiesa i suoi principi fondanti. Certo, c’è poi chi soffia sul fuoco, alimenta un clima di intolleranza approfittando di un ceto medio italiano che si è impoverito a causa della crisi. Ma la risposta è il sostegno a questo ceto medio, penso al miliardo di euro che verrà destinato per l’aiuto alle giovani coppie, non certo a una guerra fra i poveri e fra gli ultimi. Noi vogliamo aiutare i cittadini che sono in difficoltà che non arrivano alla fine del mese, prima con il reddito di cittadinanza, ora con il salario minimo. Risposte concrete ad esigenze concrete, i sofismi li lasciamo agli altri.

Tra l’Europa e il resto del mondo c’è il mare: come gestire lo spazio che ci divide?

Il Mediterraneo deve tornare ad essere un mare che unisce e non divide. Non a caso è il “mare nostrum”. Per questo occorre una politica attenta a questi problemi e soprattutto in Europa, dove invece si è fatta molta propaganda in questi anni e si è agito poco per cercare di controllare e gestire i flussi migratori. Ad esempio sono per sanzionare quegli Stati che non rispettano la ripartizione dei migranti perché l’Italia per loro spesso è solo il primo approdo, e la solidarietà, che è uno dei pilastri fondanti dell’Unione, non può essere realizzata solo a parole.

Ultima domanda: qual è l’ultimo piatto straniero che ha mangiato o cucinato?

Questa è la domanda più bella: il byrek, piatto albanese mangiato a Tirana, lo

adoro! (2. continua)

Elisabetta Rossi
(15 maggio 2019)

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