La Sea Watch e il pensiero politico che ci manca

I fondamenti culturali della convivenza: intervista a Francesco Remotti sul suo libro Somiglianze. Una via per la convivenza

Ancora una volta, con le vicende della Sea Watch e della sua capitana Carola Rackete, il Paese si appassiona e divide su un’emergenza, incapace di sollevare lo sguardo a una politica di governo del fenomeno dell’immigrazione, degna delle norme e dei principi ispiratori delle democrazie occidentali. Ancora una volta è la logica dell’emergenza che inchioda il dibattito pubblico, impedendo di trovare i nessi tra ragioni umanitarie, legge e compatibilità. Ciò che viene messo in discussione dall’emergenza è il principio stesso della convivenza tra esseri umani, tra gruppi sociali, tra popoli. Ed è perciò necessario ritornare a riflettere sul significato della parola convivenza.

Salvataggio in mare della Sea Watch
Salvataggio in mare della Sea Watch. Fonte Franceschi Onlus

Il libro di Francesco Remotti, Somiglianze. Una via per la convivenza, è un contributo teorico per capire ciò che accade ai nostri giorni e per orientare il dibattito pubblico.
L’autore mette in discussione il concetto di identità, che con i suoi connotati di separazione e divisione tra “noi” e gli “altri” ha plasmato il pensiero occidentale a partire da Platone e dai teologi cristiani, diventando un’ossessione politica e screditando il concetto di somiglianze. Invece l’essere umano, come tutti gli organismi viventi, è un intrico di somiglianze e differenze. Assumere questo criterio permette di prestare attenzione alla convivenza.

copertina libro di F. Remotti

Dal suo libro si ricava che gli atteggiamenti odierni di chiusura, intolleranza e odio possono contare su un’ampia tradizione culturale dell’Occidente che ha abbracciato una logica delle identità finalizzata a dividere e separare piuttosto che a rintracciare somiglianze. Dobbiamo, quindi, smetterla di pensare che quel linguaggio e quegli atteggiamenti rispecchino “la pancia” della gente?
Secondo me agiscono due livelli: quello della reazione immediata e transitoria a problemi, “della pancia” appunto, e quello delle strutture culturali profonde, che formano cioè mentalità, modi di concepire il mondo e hanno un significato storico.
Il pensiero identitario, messo nelle mani di politici, stabilisce un nesso tra i due piani: l’identità diventa un modo per dare ragione alla pancia, ai moti di paura del diverso. Se tu, politico o intellettuale, tiri fuori l’identità, nobiliti e dai teoria alla paura e induci alla chiusura, creando un gioco di rimando tra contingenza – il rifiuto dello sbarco dei 40 migranti della Sea Watch – e strutture mentali profonde.

Lei afferma che l’identità è una “parola avvelenata”, serve a separare noi dagli altri, però risponde a esigenze di stabilità e riconoscimento, “dà forza alla convinzione di valere”. La sua fortuna oggi rivela insicurezza e rifiuto della complessità del mondo attuale?
Premesso che identità e somiglianza sono entrambe rappresentazioni del mondo, nel libro cerco di dimostrare che, mentre la prima è una rappresentazione che falsa la realtà, la seconda è più congruente con il reale. Noi viviamo in un mondo sociale e naturale che è un intrico di relazioni, di somiglianze e differenze, il cui sinonimo può essere la parola “complessità”, e abbiamo bisogno di mettere ordine selezionando, cioè tagliando via certe somiglianze non pertinenti e creando somiglianze più pertinenti. L’idea di identità certamente mette ordine nella selva intricata in cui viviamo, ma lo fa tagliando via di netto le somiglianze e differenze con gli altri, collocati tutti nell’alterità. La logica dell’identità tende a dividere, separare piuttosto che connettere, rintracciare somiglianze, quindi nega la complessità. Cosa c’è di più semplice di una dicotomia: noi – gli altri? Solo che l’ordine perfetto che si crede di creare è illusorio ed è purtroppo quello che domina il nostro mondo oggi, che ha quasi estromesso dal suo lessico l’espressione “i nostri simili”. Ma quando viene meno il riconoscimento delle somiglianze è la convivenza che viene messa in discussione.

Il binomio somiglianza/differenza, che lei oppone a quello di identità/alterità, dovrebbe fondare una mentalità aperta e una cultura della convivenza. Perché?
Le somiglianze non esistono solo nello spazio esterno tra esseri umani, ma all’interno di ogni cosa e dello stesso individuo, che non è mai identico bensì simile a sé stesso. Io sono arrivato a smontare il concetto di ‘individuo’– una rappresentazione a cui siamo tutti legati perché cosa ovvia – facendo mio il concetto di ‘con-dividuo’, proposto dalla biologa Elena Gagliasso, secondo cui in tutti gli organismi viventi convive una molteplicità di batteri e virus che consentono il metabolismo; l’organismo vive grazie a questa convivenza. Mi sono affezionato a questa idea non per buonismo, ma perché la convivenza è vitale; ciò vale in biologia, psicologia, sociologia e dovrebbe avere significato politico oggi. Considerare il soggetto umano come con-dividuo comporta che si diriga l’attenzione alla molteplicità delle relazioni, quindi alla condivisione: individuare somiglianze e differenze significa decidere che cosa e con chi vogliamo condividere, ci obbliga a scegliere.
Per esempio rispetto ai migranti della Sea Watch dobbiamo scegliere: li consideriamo simili o diversi? Quali sono gli aspetti di somiglianza? In che cosa siamo diversi? Interrogativi che il criterio dell’identità spazza via. Naturalmente il dover scegliere richiede cura, attenzione, cultura. Per questo è un discorso difficile che richiede impegno, ma è la realtà a essere complessa.

Il mito dell’identità contiene anche un’idea di superiorità?
Quello della superiorità è un passo ulteriore. L’identità non sempre implica l’inferiorizzazione dell’altro. Pensiamo ai nazisti: dietro la considerazione degli ebrei come esseri inferiori c’era in realtà l’idea che fossero scaltri, persone ricche e di successo. Oppure, per fare un esempio più attuale: dietro i disgustosi commenti sui social “fatti stuprare da un negro”, rivolti a Carola Rackete, si nasconde l’idea di una superiorità del nero in campo sessuale.

Nel libro distingue la coesistenza, cui l’identità può dar luogo se affiancata dalla tolleranza, dalla convivenza. Non usa mai la parola ‘integrazione’. Perché?
Perché l’integrazione annulla le differenze, mentre la convivenza le valorizza. Queste possono diventare fonti di risorse. Invece di parlare di diverse identità, parliamo di condivisione di progetti di vita e sviluppo, dove le specifiche competenze vengano mantenute. E questo solo la prospettiva della convivenza lo consente.

Il suo libro contiene un pensiero forte capace di dare un orientamento culturale. Vede in questo periodo soggetti capaci di sostenere questa battaglia culturale?
Il mio è un contributo teorico, che intendo sviluppare ulteriormente. Nei giornali, nella società civile e da parte di qualche esponente politico vengono espresse posizioni condivisibili, il problema è che queste posizioni sono frenate da carenza teorica; è questa che contribuisce a farti pensare che hai bisogno di consenso: se hai idee chiare, avresti più coraggio, saresti anche disposto a perdere ma per costruire una prospettiva. Nell’introduzione al mio libro io metto a confronto le posizioni di Renzi e di Salvini sull’identità sostenendo che la prima è debole e contraddittoria, in quanto non si può difendere l’idea, che inchioda al passato, della nostra identità culturale, con cui gli immigrati dovrebbero fare i conti, e al tempo stesso parlare di una società aperta alla trasformazione e alla contaminazione. Mentre la posizione di chiusura che separa “noi” dagli altri per salvaguardarci dalle minacce alla nostra identità, espressa da Salvini, risulta più convincente. Il PD è un partito che avrebbe bisogno di più teoria e dovrebbe piantarla con l’identità.

Luciana Scarcia
(3 luglio 2019)

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