L’alfabeto delle parole che ci mancano: “q” di quaderno

Il silenzio che offende – L’alfabeto delle parole che ci mancano” è un progetto della redazione di Piuculture nato dalla considerazione di quanto le parole siano importanti, esprimano e formino il pensiero, rivelino e modellino comportamenti. Dobbiamo essere preoccupati di quel linguaggio fatto di povertà di pensiero, carico di violenza e stereotipi, che domina il dibattito pubblico sull’immigrazione e non solo.

Da qui è partita l’idea di ricercare parole il cui uso possa costituire una barriera al dilagare di quel linguaggio. Ricerca che ha portato alla costruzione collettiva di un Alfabeto ragionato delle parole che circolano poco nella narrazione delle migrazioni. L’ambizione è di contribuire a una campagna culturale in cui coinvolgere scuole, associazioni, testate giornalistiche.

I primi a collaborare sono stati gli studenti della III E del liceo Pilo Albertelli che hanno realizzato delle interviste parallele, a un italiano e a uno straniero, sulle parole scelte per comporre l’alfabeto delle parole che ci mancano. Pubblichiamo settimana dopo settimana le interviste realizzate, oggi la parola dell’alfabeto è Zolla, ne parlano Boutros Popos, egiziano, e Anna Bellato, italiana, intervistati dalle studentesse Irene Fabbri e Francesca Marazzi.


È il primo oggetto con cui fare esperienza della parola scritta. Tutti i bambini del mondo hanno un quaderno e gli adulti lo usano come strumento della propria voce interiore.
È, quindi, un oggetto che unisce e invita alla concentrazione.

La propria voce in un quaderno

Anna Bellato è un’attrice romana di origine veneta. Ha iniziato a lavorare subito dopo il suo trasferimento a Roma, ma nella sua vita ha sempre studiato per cercare di svolgere questo mestiere al meglio possibile. Aveva quasi ventisei anni quando è entrata in un’agenzia e ha cominciato a lavorare ai suoi primi spettacoli. Oggi Anna Bellato fa parte della compagnia teatrale “Teatrodilina”: il teatro è il suo primo amore, ma la sua carriera include anche il cinema, dove ha recitato diretta da Nanni Moretti e ha lavorato insieme all’illustratore Gipi.

Sentendo la parola “quaderno”, qual è la prima cosa che le viene in mente?
In questo momento della mia vita, in cui non sono più né una bambina né una studentessa, il quaderno per me è ancora uno strumento quotidiano di raccolta dei pensieri. Può essere uno sforzo a volte, trovare il tempo per mettersi in tranquillità, scrivere a penna. Può sembrare una cosa un po’ vintage, ma per me è importante.

Se deve scrivere qualcosa in particolare usa un quaderno apposito?
Sì, ho tipi di quaderni differenti, che di solito compro in posti diversi. Per ogni tematica un quaderno, solitamente non li mescolo: un quaderno per me, uno per il lavoro, uno per mia figlia e così via, tanti altri.

Cosa ne pensa dell’epoca che stiamo vivendo, in cui questo tipo di “scrittura ricreativa” manuale è sostituita da computer e telefoni? Cosa comporta questo cambiamento?
Credo sia ovviamente, un percorso che non si può fermare. Sicuramente porterà anche delle cose positive, ma quello che provo quando cerco qualcosa su Internet è che le cose poi sfuggono dalla mente, quando invece le leggo su un libro o in articolo di giornale sento che mi rimangono più impresse. Inoltre io non sono nata nell’epoca digitale, e quindi mi ricordo le ricerche manuali e tutte le attività nelle quali serviva uno sforzo in più. Uno sforzo che però ti faceva sudare per raggiungere il traguardo e quindi difficilmente lo dimenticavi.

Ritiene che un quaderno, come il teatro, possa essere uno strumento della propria voce interiore?
Sì. In questo periodo della mia vita il quaderno serve a conservare quelle informazioni più intime e personali, una sorta di diario segreto. Ora uso dei semplici quaderni con i fogli bianchi. Da piccola invece avevo tanti diari segreti, molto morbidi e con il lucchetto, con le pagine diverse: a righe, a quadretti, più o meno grandi. Li conservo tutti, così come i temi di scuola, sono ricordi preziosi.

Come è nata la sua passione per il teatro?
Un giorno mi sono svegliata e ho detto: “Voglio fare quello che mi piace fare”, rischiando ovviamente di non farcela, ma se non avessi rischiato probabilmente non sarei qui a raccontare questa storia. Il mio lavoro coincide con la mia passione, e questa è una grande fortuna, però è comunque un lavoro in cui servono impegno e dedizione.

Qual è lo spettacolo più importante per lei fino ad ora?
Io lavoro a teatro, ma anche al cinema e in televisione. Con la mia compagnia teatrale, alla quale sono molto affezionata, facciamo degli spettacoli nei quali mi riconosco molto: principalmente trattiamo il quotidiano e i rapporti umani. Abbiamo fatto diversi spettacoli, di cui uno per me molto importante poiché ero incinta sia nello spettacolo che nella realtà.

Secondo lei il teatro può avvicinare le persone tra di loro?
Sì, penso che ogni forma di cultura, di conoscenza, di apertura, di sguardo, non possa fare altro che aiutare a comprendere l’altro e a offrirti più punti di vista. Poi ci sono forme di teatro che, senza dubbio, aiutano più di altre l’interazione tra persone.

Questa definizione di “quaderno”, la condivide?
La trovo giusta tranne per l’affermazione “tutti i bambini del mondo hanno un quaderno”: io non lo so se tutti i bambini del mondo abbiano un quaderno, ma sicuramente dovrebbero averlo. È un oggetto che segna le tappe della vita, è qualcosa che ti accompagna sempre e, a seconda dei periodo, ha valori diversi, usi diversi e significati diversi.


 

Teatro, amore a prima vista

Boutros Popos è un giovane egiziano, arrivato in Italia circa dieci anni fa. Il suo sogno è vivere della propria passione, quella di calcare il palcoscenico. Un sogno difficile da realizzare, soprattutto quando si arriva in un Paese diverso, da solo, senza conoscere la lingua del posto. Per questo Boutros ha iniziato a frequentare una scuola di italiano a pochi passi dalla stazione Termini, gestita dall’associazione Casa dei Diritti Sociali. Durante le lezioni, Boutros scopre che l’associazione organizza un laboratorio di teatro e capisce che quello è un segno del destino. Oggi il giovane egiziano, originario di Alessandria d’Egitto, ha un contratto di lavoro, col quale riesce a pagarsi gli studi e a inseguire il suo sogno di attore.

Se le dico quaderno, cosa le viene in mente?
Direi che è uno strumento sul quale si prendono appunti. In realtà io di appunti ne prendo pochi, perché trovo la scrittura in italiano ancora un po’ complessa, anche se ogni tanto scrivo in italiano per esercitarmi. A volte va a finire che per la fretta mi metto a scrivere metà in italiano e metà in arabo.

Aveva un diario segreto da piccolo?
Se ricordo bene no, perché nemmeno da piccolo mi piaceva scrivere.

La recitazione può essere considerata, come il quaderno, uno strumento per esprimersi e allo stesso tempo per serbare ricordi?
Io non scrivo quasi per niente, quindi non saprei se sarei capace di esprimere me stesso scrivendo su un quaderno; però posso dire che, secondo me, recitare è lo strumento più efficace e divertente per immedesimarsi in un personaggio. Questo, a differenza del quaderno, non serve tanto a serbare i ricordi, ma piuttosto a vedere le cose da diverse angolazioni.

Quando ha iniziato a recitare?
Ho iniziato che ero un bambino, frequentavo la terza media, vivevo ancora in Egitto; qui in Italia recito da qualche anno. È iniziato tutto da un gioco tra amici, sono stati loro a spingermi a provare, così ho scoperto che mi piace molto.

Qual è stato lo spettacolo più importante in cui ha recitato?
Il mio primo vero spettacolo è stato “Una proposta di matrimonio” di Anton Checov. Sono stato scelto dalla regista e attrice Magda Mercatali, che è anche un’insegnante volontaria della scuola di italiano che frequentavo. Abbiamo iniziato una bella avventura, ho imparato molto da lei. Quello spettacolo è stato bellissimo per me: l’apprezzamento del pubblico, gli applausi, immedesimarsi in un personaggio, era tutto così divertente. Abbiamo recitato per tre sere in un vero teatro. Poi ho mostrato il filmato anche ai miei parenti in Egitto. Gli sono piaciuto, anche se non capiscono l’italiano.

Perché ha deciso di intraprendere questo mestiere?
Ancora non posso dire che sia il mio mestiere; ora lo faccio per hobby. Recito in una parrocchia. Il mio lavoro consiste invece nel consegnare, con la mia bicicletta, cibo a domicilio per un’azienda di ristorazione.

Ha mai pensato anche a scrivere per il teatro?
No, non mi piace scrivere. Preferisco tenere tutto dentro la mia testa.

Secondo lei il teatro può avvicinare le persone? Se sì, come?
Certo, è quello il principio del teatro per me: mentre si recita bisogna per forza interagire con gli altri ed è da lì che si creano nuovi rapporti e si fanno nuove amicizie.

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