I confini: luoghi di morte, business, diritti sospesi

Vita da profugo e sistema delle frontiere in Io sono confine di S. Khosravi

Nel mondo globalizzato l’accesso o il divieto alla mobilità legittima hanno portato a una nuova forma di classificazione sociale: l’extraterritorialità delle nuove élite globali e la territorialità obbligata per tutti gli altri. Il superamento di un confine è per il viaggiatore legale un’esperienza gratificante nello spirito del cosmopolitismo, per il clandestino è un atto vergognoso che lo configura come vittima. Viviamo in un’epoca di “apartheid globale in cui sono i confini a differenziare le persone”.
Così scrive Shahram Khosravi nel libro Io sono confine, appassionante racconto della sua esperienza di profugo iraniano approdato in Svezia e analisi dell’impatto culturale che le migrazioni hanno sulle democrazie occidentali.

Confini in Croazia. Fonte blitzquotidiano
Confini in Croazia. Fonte blitzquotidiano

Il diritto di emigrare è la nuova frontiera della democrazia

Per i profughi la cittadinanza è una meta difficile da raggiungere. L’art. 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani proclama il diritto di tutti gli individui ad avere una nazionalità, ma tace sul dovere degli Stati di concederla agli immigrati. La cittadinanza, dunque, ovvero “il diritto di avere diritti, non è un diritto”. Ma l’ospitalità è, invece, discriminante per il futuro delle democrazie, anzi “la sopravvivenza dell’umanità è concepibile solo in un mondo in cui lo spazio dello Stato-nazione venga decostruito e i cittadini sappiano riconoscere e accettare i non-cittadini, i profughi, gli apolidi e i clandestini”.
Per questo l’autore sollecita all’impegno: “guardare la storia dal punto di vista degli sconfitti predispone a una filosofia in grado di ‘organizzare il pessimismo’, inteso come presa di posizione attiva, militante, pratica, come strategia politica volta a prevenire i pericoli che incombono sull’umanità”.

Criminalizzazione del migrante illegale e legalizzazione della violenza ai confini

Il viaggiatore illegale si muove in uno spazio esterno alla legge e fuori dalla sua protezione; costituisce un’anomalia nel sistema dello Stato-nazione: ha trasgredito le norme e non è facilmente integrabile nel suo ordinamento. È solo un corpo. Violenze e stupri praticati alle frontiere da banditi e guardie frontaliere non sono strategie deterrenti o punitive, bensì veri e propri pedaggi: chi cerca di attraversare il confine paga il diritto di accesso con il proprio corpo. E con il denaro.
Nei discorsi dei media e dei politici il traffico di esseri umani è rappresentato come un’attività criminosa, per cui gli Stati si sentono autorizzati a interventi di forza che espongono quei corpi al rischio di morte. “La criminalizzazione è il fulcro delle politiche con cui si affrontano le migrazioni”. Oltretutto questa visione non distingue tra la tratta vera e propria e il passaggio illegale di migranti. Quest’ultimo è un mercato ben più complesso, che offre servizi diversificati e coinvolge molti attori: non solo bande criminali ma anche popolazioni locali, la cui vita dipende dalla violazione dei confini.
Questo spiega perché i confini tra mondo ricco e quello povero siano diventati luoghi di morte. Il più alto numero di sacrifici si registra lungo la frontiera con la Fortezza Europa: oltre 40.000 tra il 1993 e il 2018, e tra USA e Messico: in media 500 morti l’anno. Le frontiere sono diventate anche un business gigantesco: i muri eretti tra Stati Uniti-Messico, Arabia Saudita-Iraq, Israele-Cisgiordania sono costati tra 1 e 4 milioni di dollari per chilometro; aggiungendo le spese di manutenzione si arriva a un giro d’affari di miliardi, in continua crescita. Ciascuno di questi muri è stato eretto da un Paese ricco contro uno povero, per preservare la sperequazione salariale e sociale tra cittadini e non-cittadini.

Vita da profugo

Il libro nasce dall’elaborazione della personale esperienza di Khosravi e dalle numerose ricerche sul campo da lui svolte.
La sua odissea illegale comincia nel 1986, quando lascia l’Iran, attraversa vari confini pagando la polizia, affidandosi a passeurs, facendo documenti falsi, vivendo nei grandi campi. E continua dopo il suo arrivo in Svezia, dove riuscirà a ottenere lo status di rifugiato solo dopo mesi e umiliazioni. Oggi è cittadino svedese e, sopravvissuto a un tentato omicidio di matrice razzista, insegna Antropologia sociale all’Università di Stoccolma; eppure ogni volta che deve viaggiare, pur con regolare passaporto, sempre viene sottoposto a domande e controlli aggiuntivi. Lo status di cittadino dell’Unione europea non è mai definitivo. A questo si aggiungono la nostalgia e il non sentirsi più a casa da nessuna parte. “Sono incluso ed escluso allo stesso tempo”, dice, perché gli “indesiderabili” sono costretti a essere il confine. Da qui il titolo del libro.

Luciana Scarcia
(9 settembre 2019)

SCHEDA LIBRO:
Shahram Khosravi, Io sono confine, Elèuthera, 2019 – pp. 238, €. 18,00
INDICE: Prefazione; Introduzione; 1. Una terra sconosciuta; 2. Guardie e genti di frontiera; 3. La comunità dispersa; 4.5. In terra straniera; 6. Il confine siamo noi; 7. Il diritto di avere diritti; Coda

 

 

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