L’utopia concreta dell’integrazione a scuola

Le esperienze che costruiscono ponti nel libro La grammatica dell'integrazione

Tante sono le esperienze di integrazione e intercultura nelle scuole italiane, esperienze che rivelano creatività e ingegnosità di insegnanti e alunni, e coinvolgono il territorio. Ma poco si conoscono. Oscurate da una narrazione che esalta le preoccupazioni, la diffidenza verso culture diverse e la chiusura al dialogo. Servirebbe “un racconto dal basso” che costruisca “un’autonomia narrativa” capace di imporsi all’opinione pubblica.

insieme a scuola - fonte Carta di Roma
insieme a scuola – fonte Carta di Roma

Questo è il nucleo del ragionamento che Vinicio Ongini sviluppa nel suo ultimo libro La grammatica dell’integrazione. Italiani e stranieri a scuola insieme. Forte della sua esperienza di maestro, dei suoi studi e del lavoro di ricerca presso l’Osservatorio per l’integrazione e l’intercultura del Ministero dell’Istruzione, Ongini propone “una grammatica dell’integrazione che insegni a costruire il senso del possibile” e alimenti il “principio speranza”. Attraverso il racconto della ricchezza di esperienze di integrazione emerge l’indicazione di “un’utopia concreta”, di ciò che è possibile fare per “provare a fare il mondo come dovrebbe essere”.
Il suo è, dunque, un discorso politico che indica una direzione operativa, sorretta da una visione democratica della scuola.

Per contrastare le narrazioni della paura

Non è vero – afferma Ongini riportando i risultati di studi e ricerche – che la presenza di stranieri nelle classi peggiori la qualità della didattica e l’apprendimento; lo dimostra il fatto che le prove Invalsi raggiungono risultati migliori nelle scuole del Nord-Est, dove c’è una maggiore concentrazione degli alunni stranieri.
Non è vero che l’omogeneità delle classi – i bravi da una parte e gli svantaggiati dall’altra, pratica diffusa al Sud e in aumento in alcune scuole dell’obbligo a Milano – risulti più efficace; anzi, l’eterogeneità può costituire un elemento dinamico.
È vero che le diversità culturali e sociali costituiscono un elemento di maggiore complessità, che richiede insegnanti competenti e disponibilità di materiali e strumenti a supporto della didattica, oltre che condivisione e partecipazione dei genitori. Se non si fanno i conti con questa maggiore complessità del fare scuola oggi, è tutta l’istruzione in Italia a soffrirne. E non sarà il ritorno al passato della ghettizzazione degli stranieri e degli svantaggiati a offrire la soluzione.

Serve una didattica che valorizzi le competenze

Siamo da tempo una società culturalmente e linguisticamente composita, ma l’istituzione scolastica sembra prestare attenzione piuttosto a ciò che manca ai ragazzi stranieri: la conoscenza della lingua. In ciò rivelando un’arretratezza culturale che impedisce di valorizzare le competenze di tutti, non riducibili alle prestazioni disciplinari, e la pluralità dei linguaggi esistente. Per esempio, uno degli aspetti sottovalutati per quanto riguarda i ragazzi stranieri è il plurilinguismo. Non solo i ragazzi stranieri raggiungono risultati maggiori dei nostri nella lingua inglese, ma molti di loro, per esempio quelli provenienti dall’Africa sub-sahariana, oltre a una lingua europea, conoscono anche una o più lingue parlate dalle diverse tribù del loro Paese di provenienza. Oltretutto molti di questi ragazzi, più dei nostri, sono motivati allo studio, conoscono il mondo e sperano nel futuro.

I mali della scuola e la ricchezza di esperienze dal basso

Divario degli esiti scolastici tra scuole del Nord e scuole del Sud; alto tasso di dispersione, soprattutto al Sud, che riguarda sia gli stranieri che gli alunni in condizioni socio-economiche disagiate; criticità del passaggio tra scuola secondaria di primo grado e quella di secondo; alto numero di Neet, giovani che non studiano né lavorano. È lungo l’elenco dei mali strutturali della scuola italiana e trovare soluzioni a questi problemi priverebbe di argomenti chi specula sulle paure dell’immigrazione.
Ma, a fronte di questo quadro negativo, ci sono tante esperienze positive – a cui il libro dedica vari capitoli – che rivelano quanta ricchezza ci può essere nel praticare l’integrazione: dai percorsi didattici sulla metafora del ponte nella provincia di Trento e Reggio Emilia al progetto delle lettrici itineranti, studentesse di diverse nazionalità che portano la lettura ai bambini e ai centri anziani nel territorio delle Langhe; dalla ricostruzione dell’albero genealogico per capire il presente al coro multietnico di Torpignattara a Roma o, ancora, alle iniziative che hanno al centro lo sport. E molte altre.

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SCHEDA DEL LIBRO: Vinicio Ongini, Grammatica dell’integrazione. Italiani e stranieri a scuola insieme, Laterza, 2019 (pp.161) € 16
Introduzione: Coltivare utopie concrete; 1. Bravi da scoprire; 2. Fifa bianca: la paura dei genitori italiani per le scuole con “troppi” stranieri; 3. L’albero genealogico linguistico: studiare gli antenati per capire il tempo presente; 4 L’integrazione si fa insieme: biblioteche, libri, storie e materiali poveri; 5. Chiamami Calatrava: la pedagogia dei personaggi ponte; 6. Chi rom e chi no. I bambini sono tutti diversi, ma alcuni sono più diversi degli altri; 7. Fra Martino campanaro, dormi tu… Musiche migranti, cori e orchestre multietniche; 8. La maglietta di Ronaldo: il campo dell’integrazione; 9. Copricapi. Il velo, il turbante, la kippah e il cappello di Harry Potter; 10. Immaginare il mondo di chi la pensa diversamente; 11. Non chiamatele periferie; 12. Chi insegna a chi? I minori stranieri non accompagnati e noi.

Luciana Scarcia
(1 ottobre 2019)

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