Settimo rapporto Carta di Roma: raccontare la migrazione

“Racconti Senza Approdo”

Diceva Catone il Censore “rem tene, verba sequentur”: possiedi prima i fatti, e seguiranno le parole. Tali parole immortali vengono riportate alla luce al convegno tenutosi martedì 17 dicembre presso la Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati: si tratta del settimo rapporto di Carta di Roma, associazione nata nel 2011 allo scopo di assicurare un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione. Il tema dell’anno è “racconti senza approdo”. Di quali fatti, e quali parole? Quelli concernenti la presenza, la concentrazione e le situazioni personali dei migranti in Italia, e quelle utilizzate per raccontare tali dati attraverso la stampa. Tra le personalità presenti ad offrire un loro punto di vista vi è il professor Ilvo Diamanti, che propone un approccio di attivo miglioramento per quanto riguarda la narrazione delle storie di immigrazione. Maggiore informazione, maggior cura dei dati e dei dettagli, e maggiori interventi attivi da parte dei migranti stessi. 

La percezione dei numeri

Già qualcosa si sta muovendo, a partire dalla commissione contro l’odio ideata dalla senatrice a vita Liliana Segre. L’aspetto più manchevole della narrazione corrente sui migranti è il disinteresse nei confronti di chi in Italia si è stabilito da tempo: l’immagine dello straniero in Italia tende a fermarsi al momento dell’arrivo nel paese, a non considerare chi costituisce un elemento attivo nella società. Un’altra problematica è rappresentata da un ingigantimento della percezione della presenza dei migranti stessi nel nostro paese. Ad esempio, la presenza dei musulmani in Italia, pari al 2%, tende ad essere percepita come al 20%. In una nota più positiva, negli ultimi due anni, la percentuale degli italiani che credono in una pericolosa “invasione straniera” del nostro paese si è abbassata dal 43 al 33%. L’incontro propone però di puntare ancora più in alto, e correggere non solo l’idea popolare su quanti siano i migranti, ma su come e quali siano. La stampa italiana tende infatti a fare della loro esperienza uno spettacolo, con scene di morte di massa in mare e racconti lacrimevoli di travagliate fughe dall’indigenza. Si spettacolarizzano i salvataggi, le tragedie, gli scenari di povertà e di sofferenza; il migrante giunto in Italia viene poi mostrato come colmo di riconoscenza verso il benevolo paese accogliente, che con tanta cristiana pietas lo salva dalla miseria più totale. 

 

Lo “spettacolo” della migrazione

È questo il tipo di storia che una scolaresca con cui si era incontrata si aspettava di ascoltare dalla scrittrice curda Ozlem Önder. Da sempre appassionata di comunicazione, sostiene la necessità di offrire ai migranti la possibilità di rappresentare e raccontare sé stessi, senza più enfatizzare solo l’elemento della sofferenza pur di muovere a pietà lettori e spettatori. Önder afferma che il linguaggio dell’odio e quello della compassione sono l’uno lo specchio dell’altro. “Esistono anche le storie di sofferenza, ma non ci sono soltanto quelle. Basta con la narrativa dell’immigrato che ringrazia l’Italia misericordiosa e accogliente”. Parole condivise anche dalla scrittrice afroitaliana Djarah Kan, che racconta di come, da bambina, non sapesse neppure dell’esistenza di autrici africane. Per offrire alle bambine afroitaliane di oggi quella rappresentazione a lei mancata, Kan si è unita al progetto Future, pronunciato all’italiana, promosso da Igiaba Scego, dove gli autori africani possono “riappropriarsi delle parole” e raccontare a modo loro le storie del loro continente.

Flaminia Zacchilli
(18 dicembre 2019)

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