Remigrazione: un attacco ai diritti che odora di razzismo

Tutto è cambiato molto in fretta, senza dare il tempo di capire verso quale direzione il mondo sta già andando.

Fonte Rivista Africa
Fonte Rivista Africa

Il discorso pubblico sulle migrazioni aveva come parole-chiave: “Integrazione”, “Accoglienza”, “Multilateralismo”, “Solidarietà” e ancora: “Sacralità della vita”. E leggi e norme europee ambivano a essere coerenti con esse. Negli ultimi anni quelle parole hanno perso via via la loro presa lasciando così il campo ai loro contrari: “Neo-imperialismo”, “Unilateralismo”, “Indifferenza” e “Re-migrazione”.
La Remigrazione, cioè rimpatrio forzato nei Paesi d’origine degli immigrati, non solo degli irregolari, è già prassi negli Usa di Trump, con il corredo di metodi brutali e spregio della legge.

Remigrazione: una nuova forma di razzismo

La Remigrazione è una nuova forma di razzismo che ha come bersaglio gruppi e comunità di persone per il fatto che non sono native del Paese in cui vivono.
“Remigrazione e Riconquista” è il nome di un comitato, formato in Italia da vari gruppi tra cui Casapound e costituito allo scopo di organizzare iniziative per raccogliere firme per una legge di iniziativa popolare che “risolva” il “problema” dell’immigrazione.

Un’idea della tendenza che sta diffondendosi in Europa e che scardina i principi fondanti della democrazia ce la dà un libro — Remigrazione. Una proposta, Passaggio al Bosco Ediz. (con prefazione di Francesco Borgonovo) — in cui l’attivista politico austriaco di estrema destra, Martin Sellner, afferma tra mille ripetizioni e ridondanze che non basta istituire uno Stato di polizia e sorveglianza per contrastare la “sostituzione etnica” responsabile dell’aumento di criminalità, corruzione e diffidenza, ma serve un cambiamento politico radicale. A cominciare dalla riforma del diritto di cittadinanza, che verrà riconosciuta solo ai figli di genitori tedeschi oppure agli immigrati che sapranno “guadagnarsela” dimostrando l’avvenuta “assimilazione”. Per gli altri verranno resi più efficienti i centri extraterritoriali o centri di detenzione in attesa di espulsione. Il punto d’arrivo del libro è la fondazione di una politica dell’identità capace di dare una “versione ufficiale” della storia e di “trasmettere alle masse l’ideologia dominante, basata su una visione del mondo e dell’uomo” (sic).

Un libro così, permeato da razzismo, sarebbe stato impensabile fino a qualche anno fa. Quando accade che esseri umani o gruppi etnici diventano simboli di ciò che minaccia sicurezza e benessere, a rischio non è solo una politica migratoria democratica ma il collante etico che tiene unita una collettività e che ha ispirato principi e norme dell’Europa del dopoguerra.

Luciana Scarcia
12 gennaio 2026

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