Esiste in Italia un intero settore in cui la metà dei lavoratori non ha un regolare contratto. Stiamo parlando del lavoro domestico: 1.705.500 lavoratori, quasi la metà irregolari.
Si tratta di numeri tratti da “Discorso sul lavoro domestico: dati, ragioni, prospettive”, pubblicato a cura del “gruppo di ricerca del CRS Centro per la Riforma dello Stato” ad ottobre 2025. Nel rapporto si evidenzia il divario tra l’importanza sociale di questo lavoro e la sua sistematica svalutazione.
Il lavoro domestico rappresenta il 4,6% dell’occupazione totale in Italia ed il 6% del lavoro dipendente, circa un terzo dell’intera industria manifatturiera.
Ma per via dei salari molto bassi, con una retribuzione media di 9,2€/ora contro i 27,9€ medi del resto del lavoro dipendente, contribuisce solo allo 0,9% del PIL.
Il settore è composto per il 90% dei lavoratori da donne e dal 70% da migranti, dividendosi poi in tre figure di occupazione differenti:
- badanti
- colf
- baby-sitter.
A rappresentare l’unione dei due insiemi ci sono migliaia di donne straniere.
La piaga del lavoro irregolare
Nicolina ha 74 anni, è nata in Romania e vive in Italia da 28 anni lavorando come badante. Nella sua esperienza ha conosciuto molti lavoratori, erano quasi tutte donne e straniere. “Ho lavorato solo con un uomo filippino e si occupava di pulizie.” Parla del suo lavoro, di come negli ultimi 10 anni ha visto un forte aumento delle lavoratrici italiane che sono entrate nel suo settore.
Nicolina evidenzia anche gli aspetti più subdoli del mondo lavorativo. “Mi hanno proposto svariate volte di lavorare in nero, secondo me nel mio settore il 90% delle persone non ha un contratto”.
Racconta che solitamente ad offrire lavoro senza contributi siano, sorprendentemente, proprio le persone più abbienti come dottori, ingegneri o professori. “vogliono sempre risparmiare soldi a discapito delle nostre paghe”.
Dichiarazione in contrasto con quella di Philip, ragazzo filippino di 40 anni che lavora nel settore delle pulizie da 20 anni, “Non mi hanno mai proposto di lavorare in nero. Noi stranieri lavoriamo per il permesso di soggiorno, se lavorassimo in nero diventerebbe un problema. Il contratto è vincolante per la nostra permanenza.”
Complice anche il fenomeno dell’etnicizzazione lavorativa, la maggior parte dei conoscenti di Philip si occupa di pulizie e dichiara che in 20 anni di esperienza non ha mai avuto testimonianza di lavoro irregolare nel suo settore.
Dichiarazioni forti, che seppur testimoniando degli eccessi esistenti, nel loro insieme riescono a giustificare quanto conclude il rapporto a riguardo.
Infatti si stima che nel 2024 a fronte di 817mila regolari ci siano stati circa 800 mila lavoratori senza contratto.
È facile supporre che, sia per ragioni culturali, sia per ragioni di preconcetti da parte degli italiani nei confronti degli stranieri in base al loro paese di origine, si crei una situazione per la quale a diverse nazionalità vengano riservati differenti trattamenti lavorativi.
Le dimensioni del fenomeno
Secondo l’analisi riportata, l’alto tasso di irregolarità (quasi del 50%) è dovuto a una combinazione di fattori che rappresentano per le famiglie datori di lavoro una “valvola di sfogo” per potersi permettere l’assistenza:
- Lo Stato italiano ha delegato la cura di anziani e bambini quasi interamente alle famiglie. Molte di queste non ricevono sostegni pubblici adeguati, e ricorrono al lavoro in nero (Welfare fai-da-te o Familista) per abbattere i costi.
- A differenza delle imprese, le famiglie non possono scaricare l’IVA o dedurre interamente il costo del lavoro domestico e questo le spinge verso l’irregolarità.
- Molti lavoratori stranieri, per non perdere il permesso di soggiorno, accettano contratti “fittizi” di poche ore (lavoro grigio), lavorando il resto delle ore in maniera irregolare.
- La svalutazione sociale sistematica di questo lavoro, percepito culturalmente come un’estensione delle attività domestiche tradizionalmente svolte dalle donne gratuitamente. Questa percezione riduce la pressione morale e sociale verso la regolarizzazione.
- Essendo un lavoro svolto all’interno delle mura private, i controlli ispettivi sono quasi inesistenti.
Occorre ricordare che questi fattori, caratteristici del lavoro domestico pagato, sono quelli che permettono alle donne “datrici di lavoro” di partecipare al mercato professionale, ma che ciò avviene spesso a scapito dei diritti delle donne che prestano il servizio.
I dati che compaiono nel rapporto fanno riferimento a due fonti distinte:
- INPS: per quanto riguarda i contratti di lavoro regolarmente denunciati (Dato 2024: circa 817.000 lavoratori)
- INSTAT: Lavoro “dichiarato” durante le interviste campionarie. (Dato 2024: Circa 1.230.000 lavoratori.)
Da questi numeri emergono quindi tre livelli di realtà del settore:
- L’Area della Regolarità: di cui fanno parte gli 817.000 lavoratori registrati dall’INPS, rappresenta la punta dell’iceberg ed è l’unico dato visibile dallo Stato.
- L’Area del “nero dichiarato”: differenza tra il dato ISTAT e quello INPS. (circa 400.000 lavoratori). Sono persone che ammettono di lavorare come colf o badanti ma che non risultano negli archivi INPS. Sono lavoratori che si percepiscono come tali ma non hanno tutele.
- L’Area del “Nero Sommerso”: (circa 400.000/500.000): differenza tra il dato ISTAT e la stima totale di 1,7 milioni dei ricercatori. Sono persone che lavorano “nell’ombra totale” . Che spesso, per timore o per la propria condizione di irregolarità normativa (permesso di soggiorno), non dichiarano la propria occupazione nemmeno agli intervistatori ISTAT.
L’intervento politico
Secondo i dati ISTAT, il settore ha visto nel 2014 un picco di 1,4 milioni di lavoratori regolari, che dopo 10 anni però, nel 2024, scende a 1,230 milioni. Questa riduzione di 148.600 lavoratori è dovuta alle famiglie che, tra il tagliare i servizi di pulizia e quelli di assistenza agli anziani, scelgono di mantenere i secondi.
In questo senso la politica ha cercato di intervenire, regolarizzando 80.000 lavoratori, ma già nel 2022 il lavoro in nero ha ricominciato a salire.
In questo panorama però, si registra anche un calo dell’offerta. Ad esempio, le lavoratrici straniere scelgono di tornare nei paesi d’origine o di cambiare paese ospitante a causa del degrado dei rapporti lavorativi e della precarizzazione.
Non tutti i lavoratori del settore sono assunti dalle famiglie
Ma bisogna aggiungere alle famiglie che sono direttamente datori di lavoro, anche quelle che beneficiano degli stessi servizi, facendo riferimento ad aziende e cooperative terze, realtà che non vengono prese in considerazione dai dati appena citati, ma che essendo una situazione molto diffusa, specialmente nel settore dell’assistenza agli anziani, la si ritrova spesso durante le interviste fatte ai lavoratori.
In questi casi i lavoratori non seguono una sola famiglia ma si trovano a dover fare avanti e indietro dalle case di più assistiti, di fatto perdendo ore di lavoro che però non sempre vengono pagate.
Giuliana è una signora italiana di 58 anni che vuole tenere segreto il suo vero nome e racconta i problemi legati a questo aspetto del servizio domestico delegato ad aziende terze: “facendo l’assistenza domiciliare in cooperativa l‘orario di lavoro è frammentato, non continuativo: 8 ore di lavoro impegnano dalla mattina alla sera. La cosa più triste è quando le persone assistite muoiono e questo influisce anche sulla nostra continuità lavorativa: rimanendo con meno assistiti, diminuiscono le ore lavorative e non sempre vengono attivati subito nuovi servizi e, di conseguenza, gli stipendi non sono sempre uguali. Vorrei che la politica intervenisse per risolvere il problema della frammentazione degli orari, per garantire paghe più adeguate in quanto, almeno nel mio caso, guadagno meno della media, e vorrei che ci si attivasse per garantire un numero stabile di ore per far fronte alla morte degli assistiti”.
Questa volontà di un intervento politico da parte dei lavoratori coincide con quanto conclude il rapporto, che invoca la necessità di un nuovo quadro di riferimento che riconosca la dignità professionale di colf e badanti, promuovendo salari adeguati, tutele universali e una maggiore integrazione nel sistema di welfare pubblico. Segno questo di un volere comune tra i lavoratori e gli studiosi del settore.
Lorenzo Pugliese
(26 febbraio 2026)
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