L’evento “Migrazioni lavoro e integrazione in Italia” svoltosi presso l’Auditorium INAPP a Roma il 23 febbraio, rappresenta uno spartiacque per l’analisi delle politiche migratorie dell’Italia. L’evento è stato organizzato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dall’OCSE e dall’INAPP e ha visto la partecipazione di figure in rappresentanza delle Istituzioni e della società civile.
I nuovi rapporti OCSE
Dai reports presentati emerge che in Italia, ad oggi, risultano presenti 6,4 milioni di migranti concentrati essenzialmente nelle città del centro nord, Milano, Bologna, Roma. Rileva che la metà dei flussi nel decennio 2013 – 2023, è dovuta ai ricongiungimenti famigliari. I dati non prendono in conto gli immigrati irregolari. La cifra data è importante ma comunque inferiore rispetto a quella dei migranti presenti in Germania, Francia e Spagna. Ciò che è emerge è che il mondo del lavoro italiano non può più prescindere dai lavoratori stranieri, che sono ormai strutturali in relazione ai settori dell’agricoltura, dell’edilizia e del terziario. Gianni Rosas sottolinea, a tale proposito, il fatto che all’interno dello stesso settore c’è l’ulteriore segregazione del lavoratore straniero nei ruoli meno qualificati e con i salari più bassi e restano nella stessa mansione per decenni.
I Decreti flussi hanno funzionato?
I Decreti Flussi avrebbero dovuto facilitare l’ingresso di migranti regolari. I contratti di lavoro proposti ai nuovi lavoratori sono in maggioranza a tempo determinato, dai tre ai sei mesi. Per il triennio 2023-2025 dei 462mila lavoratori stimati in entrata, solo il 16% ha ottenuto un Permesso di soggiorno. Il Decreto Flussi 2026-2028 prevede l’ingresso di altri 497.550 lavoratori stranieri destinati sempre e comunque ai settori dell’edilizia, agricoltura e turismo.
La precarietà del lavoro è l’ulteriore nota dolente, una tagliola che però funziona anche per i lavoratori italiani.
Il lavoro delle tre D, Dirty Dangerous and Demeaning
Un paradosso che sembra solo italiano èil fatto che i lavoratori stranieri extra UE, anche in presenza di un buon livello d’istruzione, sono in maggioranza occupati nei lavori poco qualificati, Dirty, Dangerous and Demeaning. Ciò fa registrare, tra l’altro, una svalutazione del capitale umano – anche questa una realtà che riguarda anche molti laureati cittadini italiani – . Il rapporto OCSE mette in risalto come la metà degli immigrati nati fuori dalla UE, arrivati in Italia, riesce a malapena a completare il ciclo di istruzione della secondaria inferiore.
Il lavoro manuale è un lavoro qualificato
Sbaglia chi considera poco qualificati e qualificanti lavori che non sono più attrattivi ma che, in realtà, richiedono intelligenza e competenza, come i piastrellisti, i fornai, i capomastri. Il vero problema, semmai, viene rilevato, è la selezione a monte dei cosiddetti formatori, spesso inadeguati.
La necessità di politiche per l’integrazione
Il rapporto OCSE sottolinea l’importanza di politiche sociali che mirino all’integrazione reale dei lavoratori stranieri extra UE e no. Molti sono di seconda generazione.
L’integrazione è lenta e dovuta a tre fattori:
1) elevati livelli di povertà – fra i più alti dei paesi europei – e solo il 54% dei figli di migranti risulta occupato anche in presenza di buoni risultati scolastici;
2) bassi tassi di acquisizione della cittadinanza – solo il 40% dei migranti ha ottenuto dopo dieci anni la cittadinanza -;
3) sovraffollamento abitativo.
I migranti per motivi umanitari
Un discorso a parte meritano i migranti per motivi umanitari, che hanno un percorso più agevolato. Innanzitutto, hanno in genere un livello di istruzione più elevato e riescono a trovare un’occupazione adeguata in termini più brevi del migrante per motivi economici. Inoltre, l’acquisizione della cittadinanza italiana è agevolata anche per il fatto che il tempo di permanenza in Italia per fare richiesta è di 5 anni.
Le politiche del Patto migrazione e asilo
Le politiche proposte dal Patto migrazione e asilo devono, pertanto, mirare a:
– semplificare la burocrazia per i migranti economici;
– investire sulla formazione, anche nei Paesi d’origine, incluso l’apprendimento linguistico indispensabile per un’integrazione reale e duratura;
– inclusione abitativa.
Il migrante, in sintesi, non può più essere considerato un ospite temporaneo ma parte della comunità e della forza lavoro e, acnora, il focus sulla mancata occupazione è piuttosto sulla povertà dell’offerta del mondo lavorativo.
Livia Gorini
(26 febbraio 2026)
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