Il mio primo incontro con L2: considerazioni di una volontaria

Tutto è iniziato quando ho avuto a disposizione più tempo libero. Già da qualche anno pensavo che quando mi fossi trovata in questa condizione, mi sarei dedicata al volontariato. Era però un pensiero indefinito, c’era solo l’idea di dare un contributo, certa che ce ne fosse bisogno in tanti campi.

ragazze leggono un contributo a conclusione dei Laboratori
Festa dei Laboratori Istituto Ceneda, cortile sede di via Bobbio

Padronanza della lingua indispensabile per l’integrazione

È bastata una prima esperienza presso un’associazione che accoglie stranieri e che offre loro lezioni di italiano, per capire quanto fosse importante l’insegnamento della lingua a donne e uomini in condizioni di disagio e spesso costretti a fronteggiare situazioni a loro ostili.

L’incontro con Piuculture e gli strumenti del “mestiere”

Cercando, ho incontrato Piuculture. L’Associazione opera anche nelle scuole supportando bambini e ragazzi con corsi di L2. Ho pensato che questa era la situazione giusta per me e presto mi sono ritrovata a seguire un gruppo di quattro ragazze che frequentano il terzo anno della scuola superiore di primo grado.
Non avevo alcuna esperienza di insegnamento L2, ma nella scuola mi sento a mio agio, avendoci lavorato per tanti anni come docente di discipline scientifiche.
Contemporaneamente attratta e spaventata dalla nuova esperienza, ho cercato di mettere in campo tutte le risorse che riuscivo a raccogliere e tenere insieme. I miei anni di insegnamento che avevano significato vicinanza a ragazzi di 14-19 anni, incontri di formazione con i quali a volte mi sentivo in sintonia, altre volte meno, ma sempre motivo di riflessione, uno studio personale della lingua italiana e da ultimo, ma non per importanza, il mio essere stata più volte studentessa nei corsi di lingua straniera.

Obiettivo: sollevare lo sguardo

Per quest’anno l’esperienza L2 si è conclusa. Sono stati mesi intensi, impegnativi e pieni di riflessioni.
Rivedo i volti delle ragazze all’inizio del corso, occhi bassi ed espressioni che esprimevano un senso di isolamento. Immaginavo cosa potessero provare e sapevo per certo quanto fosse difficile, forse impossibile, per i docenti occuparsi di studenti classificati NAI, neo arrivati in Italia, e inseriti in classi numerose.
Mi ha guidato la consapevolezza che al di là delle teorie sull’insegnamento e sull’apprendimento, per i ragazzi conta molto il potersi fidare. Con gli occhi bassi ti osservano e valutano quanto credi in ciò che fai.
Mano a mano hanno sollevato lo sguardo, hanno iniziato a parlare di sé e insieme abbiamo costruito un percorso fatto di nomi, aggettivi, verbi, ma anche di idee, pensieri e letture.
Loro sono pronte per gli studi futuri e io a ripetere la bella esperienza.

Nadia Zesi
(28giugno2026)

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