la voce delle donne afghane che non si spegne

Piazza Santi Apostoli, Roma. Il 21 giugno la piazza si riempie di voci, storie e volti. Italiani e afghani insieme, uniti da una stessa domanda: come si può restare in silenzio davanti a quello che sta succedendo alle donne in Afghanistan e, in particolare, a Herat? Le manifestazioni come questa si stanno svolgendo in molte città del mondo. Nascono dalla stessa urgenza: denunciare le crescenti restrizioni imposte alle donne afghane, private di istruzione, lavoro, libertà di movimento e spazio pubblico. Una realtà che continua a peggiorare e che molti attivisti descrivono come una vera cancellazione sociale. Non è solo una manifestazione. È un grido collettivo contro l’indifferenza.“Non sempre scegliamo noi di essere in prima fila con la nostra voce. A volte è la lotta che sceglie noi”, dice una delle prime voci dal palco. È un’apertura che dà subito il tono della giornata.

“Siamo qui per dare voce a chi non può parlare”

L’incontro è stato sostenuto da diverse realtà della società civile, tra cui il CISDA – Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane, Binario 15, la Comunità di Sant’Egidio, Amnesty International e altre associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani. “Le donne afghane oggi vivono un incubo”, dice una delle relatrici. “Sono private dei loro diritti più importanti.” Le parole sono semplici ma pesanti: istruzione, lavoro, libertà. Tre parole ripetute più volte durante la manifestazione, tre diritti fondamentali che oggi, in Afghanistan, soprattutto a Herat e Kabul, sono sempre più limitati. “Non possiamo girarci dall’altra parte”, viene ricordato dal palco. “Quello che succede non è accettabile. Non è umano.”

Herat e Afghanistan: una vita sempre più chiusa

Dalle testimonianze emerge una realtà dura. In Afghanistan, e in particolare a Herat, le restrizioni verso le donne si sono intensificate negli ultimi mesi: controlli, arresti, limitazioni alla libertà di movimento e nuove regole sull’abbigliamento. Durante la manifestazione viene ricordato che molte proteste a Herat sono state represse e che la vita quotidiana delle donne è diventata sempre più difficile e isolata. “Ogni volta che pensi che non possa peggiorare, arriva una nuova restrizione”, racconta una voce dal pubblico. Si parla anche di scuole clandestine e di forme di resistenza che continuano dentro le case, lontano dagli occhi del mondo.

Le voci dall’Afghanistan: resistenza e dignità

Tra gli interventi, la studentessa e attivista afghana Hafiza Mahdyar parla a nome delle donne afghane. Nel suo intervento afferma di non essere lì solo per parlare di sofferenza, ma per rappresentare una forma di resistenza e per dare voce a chi non può parlare.Sottolinea come, nonostante le restrizioni, le donne continuino a resistere attraverso la cultura, lo studio e la memoria, e come la speranza non sia stata cancellata.

La responsabilità del mondo

Molti interventi si rivolgono direttamente alla comunità internazionale. Il messaggio è chiaro: la solidarietà non basta. “Il silenzio di fronte all’ingiustizia è complicità”, viene detto dal palco. “Non possiamo accettare che il mondo dimentichi l’Afghanistan.” Si parla anche delle politiche europee e della necessità di non normalizzare la situazione, né ignorare chi continua a fuggire da queste condizioni.

Una speranza che resiste

Nonostante la durezza dei racconti, la manifestazione non è solo dolore. È anche speranza. “Le donne afghane non sono solo vittime”, dice una delle attiviste. “Sono protagoniste della loro resistenza.” Le parole più ripetute restano le stesse: istruzione, lavoro, libertà. Come un ritornello che diventa promessa. Quando la manifestazione si conclude, Piazza Santi Apostoli resta piena di eco e silenzio. Non solo parole, ma presenza. Roma, per qualche ora, diventa Herat, Kabul, Afghanistan. E resta una domanda sospesa nell’aria: quanto ancora il mondo può permettersi di restare in silenzio davanti a tutto questo?

Maryam Barak

(22 Giugno 2026)

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