Musicalità della Lingua nella tradizione orale

Dalla Cina, Palestina e Burkina Faso, tre racconti da ascoltare in lingua originale per scoprire che, prima di capire, bisogna ascoltare.

Un concetto molto semplice: ascoltare ancora prima di capire. Ascoltare come è sempre stato fatto, da quando l’uomo ha iniziato a raccontare storie: attraverso la trasmissione orale. Raccontare con le pause e le intonazioni, con la modulazione della voce, farsi cullare dalla musicalità di una lingua.
Prima di essere compresa, ogni lingua può essere ascoltata nella sua unicità di puro suono.
Parte da qui l’evento dal titolo “Tre storie, tre lingue. Racconti dal mondo nelle voci dei popoli”, offerta dall’Associazione culturale Severino Cesari in collaborazione con la Casa dei Diritti Sociali ODV, Mamme Narranti e l’organizzazione di volontariato C.I.A.O. (Centro per l’Inclusione, l’Accoglienza e l’Orientamento), che si è svolta sabato 27 settembre all’interno della rassegna MULTI, nei giardini di Piazza Vittorio.
Tre racconti provenienti dalle tradizioni di Cina, Palestina e Burkina Faso, sono stati prima ascoltati nella versione originale e poi nella traduzione italiana, offrendo un’esperienza di puro ascolto della parola, dove la sonorità della lingua e il ritmo della narrazione hanno saputo restituire la ricchezza di storie che continuano a viaggiare, attraversando mondi e generazioni.

Tre storie, tre voci, tre universi sonori

Durante “Tre storie, tre lingue”, sono state ascoltate prima le versioni originali di tre racconti, affidandole alle voci di Zixi Peng per la Cina, Ghada Shihadeh per la Palestina e Jean-Baptiste Guigma per il Burkina Faso e le traduzioni interpretate da Irma Ciaramella e Luca Dresda.
Questa semplice modalità narrativa ha consentito al pubblico di concentrarsi sulle diverse musicalità del cinese, dell’arabo e del moré prima ancora che sul significato dei racconti, in quanto il suono è diventato quasi una colonna sonora, un ambiente emotivo che ha saputo preparare l’ascolto successivo, quando i racconti sono stati letti in italiano e compresi.
Le storie continuano viaggiare, ad essere tramandate attraversando generazioni e mutamenti ma, nelle loro sonorità originarie, conservano l’impronta indelebile del popolo che le ha generate, nel ritmo, nell’intonazione, nel timbro e nelle pause.
L’ascolto condiviso di tre racconti provenienti da mondi lontani come la Cina, la Palestina ed il Burkina Faso, ha saputo trasformare la lingua in uno spartito musicale, in una partitura emotiva capace di scavalcare i confini geografici e mentali.

La Cina e la Festa della Luna

Dalla Cina è arrivata la narrazione dell’antico mito dal quale ha origine la Festa della Luna, o festa di metà autunno, una leggenda che affonda le radici al tempo dell’imperatore Yao, quando la presenza in cielo di dieci soli (gli uccelli Jinwu) seccava fiumi e raccolti.
Letta prima in cinese da Zixi Peng e poi nella versione italiana dall’attrice Irma Ciaramella, è stata raccontata la storia del coraggioso arciere Houyi, costretto a scalare novantanove montagne e attraversare novantanove fiumi prima di abbattere nove dei dieci soli per poterne lasciare uno ad riscaldare la terra, ricevendo come ricompensa un elisir per l”immortalità, che l’avrebbe costretto a lasciare per sempre l’amata moglie Chang E, e Houyi non volle berlo.
Il destino, però, decise diversamente e fu sua moglie a berlo, per sottrarlo dalle mani del malvagio Feng Meng. Il quindicesimo giorno dell’ottavo mese del calendario lunare, Chang E salì in cielo e da allora, ogni anno, in Cina si festeggia la Festa della Luna e si ricorda la sua storia.

La Palestina e l’oralità delle donne: l’hikaye

Dalla Palestina emerge, invece, la forza dell’ hikaye, l’antica tradizione femminile di trasmissione orale, quando le donne sedute in cerchio raccontano storie, riconosciuta  patrimonio immateriale dall’UNESCO nel 2008.
Ascoltare la voce narrante di Ghada Shihadeh ha permesso al pubblico di percepire musicalità della lingua araba, parlata in oltre ventitré paesi, il cui alfabeto viene utilizzato da innumerevoli altre nazioni, tra cui Afghanistan, Iran e Pakistan. Un ulteriore messaggio di unione per anticipare la morale del racconto successivo, in quanto «siamo tutti uniti sotto la comune bandiera dell’umanità, contro logiche di divide et impera», ha ricordato la narratrice palestinese.
In un tempo lontano, tre invincibili tori -uno bianco come una pietra illuminata dal sole, uno rosso come la terra al tramonto e uno nero come la notte senza luna- pascolavano insieme ed erano così forti che nessuno osava attaccarli, neppure il leone. Solo dividendoli sarebbe stato possibile sconfiggerli, come fece il leone, utilizzando le armi subdole del dubbio e della complicità silenziosa e codarda.
Nel momento stesso in cui il toro nero e quello rosso accettano che il bianco venga sacrificato, illudendosi di essersi garantiti una finta incolumità, firmano la propria condanna, e l’ultimo toro comprende, troppo tardi, di essere stato divorato il giorno stesso in cui aveva accettato che venisse ucciso il primo di loro.
Metafora contemporanea ed universale, la storia narrata come hikaye e poi letta nella versione italiana da Luca Dresda, è diventata anche spazio di resistenza.

Il Burkina Faso e la leggenda di Yennenga

Infine, il viaggio sonoro e geografico di “Tre storie” si è concluso in Burkina Faso, il “Paese degli Uomini Liberi” in moré e djuola, due delle sessanta lingue che convivono in questo paese dell’Africa Occidentale dove il francese e l’inglese sono langues de travail, perché nelle lingue locali sono nati miti e leggende.
In francese, lingua di scolarizzazione, mescolato al Moré, lingua dell’etnia Mossi, è stato narrato il mito di Yennenga, la principessa guerriera del regno di Dagomba, su cui si fonda l’origine leggendaria del Burkina Faso.
Jean-Baptiste Guigma, come un moderno griot, i “cantastorie” custodi della tradizione, che tramandano ai posteri storie e saghe familiari, ha utilizzato il rap come forma narrativa, raccontando in musica la storia della principessa Yennenga, figlia del Re Nedega, cresciuta dal padre come la migliore guerriera del regno. Rifiutando di vedere la propria giovinezza appassire accanto ad un padre che la voleva nubile al suo fianco, si ribella e fugge a cavallo. Dopo aver incontrato il principe in esilio Rialé travestito da cacciatore, dà alla luce Ouedraogo, “Lo stallone”, da cui prende il nome la capitale stessa del Burkina Faso.
La storia di Yannenga ci ricorda che esistono nazioni che hanno voluto fondare le proprie origini mitologiche non da una conquista militare o dallo spargimento di sangue, ma dalla ribellione di una donna che aveva deciso di essere libera di determinare il proprio destino.

La trasmissione orale come memoria collettiva

La trasmissione orale di storie e leggende possiede uno straordinario potere evocativo, perché scava negli strati più profondi della nostra storia e riattiva antiche memorie, risvegliando echi che sembrano appartenere ad un patrimonio comune condiviso che è universale.
Prima di essere un insieme di regole grammaticali e lessicali, un sistema creato per trasmettere informazione, ogni lingua è all’origine puro suono ed è proprio la sua musicalità ciò che rimane quando, di fronte a una lingua che non comprendiamo, abbandoniamo ogni pretesa di comprensione immediata e ci apriamo all’ascolto, quando il suono diventa la colonna sonora che accompagna la cultura di un popolo.

Foto e testo Natascia Kelly Accatino
(30 settembre 2026)

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