Troppe volte non basta essere sfuggiti a guerre e violenze per sentirsi finalmente in salvo, se i traumi e le violenze vissute, che continuano ad abitare il corpo e la mente di un rifugiato, prendono la forma della sofferenza psichica e tornano ad emergere.
Ci sono poi le parole, le definizioni, le categorie che, anche se usate inconsapevolmente e senza riflettere, hanno sempre un peso e possono trasformarsi in armi, e anche queste ferire.
In occasione della XXII Settimana di azione contro il razzismo, il convegno “Discriminata-Mente” — nato dalla collaborazione tra Centro Astalli e Centro SAMIFO — ha voluto accendere i riflettori sul nesso profondo tra trauma migratorio, linguaggio e accesso alle cure. Se è vero che le parole possono escludere quanto i silenzi, cambiare il modo in cui raccontiamo la sofferenza mentale dei rifugiati è il primo passo, politico e umano, per garantire un diritto alla salute che spesso si incrina proprio dove la vulnerabilità è più presente.
Le Parole non sono mai neutre
Mongoloide, down, celebroleso, ritardato. Demente, schizofrenico, alienato, scemo. Vu cumprà, clandestino: “Il linguaggio non è mai neutro, è sempre connotato ed è in grado di ferire, esattamente come un’arma” ha voluto sottolineare durante il suo intervento la linguista ed accademica Valeria Della Valle.
Le parole si portano dietro un mondo di significati: hanno il potere di creare narrazioni, di influenzare il modo di guardare e di giudicare, il linguaggio organizza il mondo, lo crea, lo definisce. “Il potere delle parole va riconosciuto e cambiare il linguaggio è il primo passo se si vuole avviare un cambiamento sociale e politico, non solo per gli addetti ai lavori, ma per tutta la società”.
Come la mente, anche le parole vanno disarmate, perché “non sono mai soltanto parole ma fatti che costruiscono gli ambienti umani, e possono dividere quanto unire”. Discriminata-mente, il titolo scelto per il convegno, ne ribadisce la responsabilità.
“È necessario scegliere con cura le parole, bisogna educare a riconoscere i linguaggi discriminanti, acquisire consapevolezza del potere e dell’effetto che questi possono generare, anche se in modo inconsapevole, su chi si porta addosso fragilità nascoste, come chi ha cercato di ricostruire i cocci di un vaso d’argilla andato in frantumi”.
Come stigmatizzare un rifugiato
L’OMS, L’Organizzazione Mondiale della Sanità delle Nazioni Unite, condanna lo stigma perché, nel momento in cui alcune caratteristiche vengono attribuite a chi è diverso e connotate negativamente dalla società, si crea automaticamente una separazione artificiale tra un Noi e un Loro, ha ricordato Padre Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli.
L’omologazione, in tutte le sue forme, crea distanza: “Quando il fenomeno migratorio viene appiattito sul fenomeno e non riportato alle persone, si crea la spersonalizzazione del migrante. Quando si parla di morti in mare ed i cadaveri rimangono senza nome, vengono percepiti come numeri e non più come persone”.
I migranti vengono trattati come merci, ci si preoccupa di trovargli un posto, di risolvere i bisogni immediati, senza preoccuparsi di ricostruire le biografie, senza restituire loro una personalità, un nome, un’unicità culturale, famigliare, geopolitica: “vengono trattati come oggetti, il nome stesso che si usa per riferirsi ai centri di accoglienza come ad hubs, porta in sé il significato di luoghi di contenimento, quando invece dovrebbero essere casa. Nell’omologazione del bisogno gli aspetti più complessi, come quelli psicologici, vanno in secondo piano”. Astalli prova a fare l’opposto, cerca di ricostruire le storie di ognuno.
Curare con cura
La differenza la fanno le persone, i luoghi, le modalità di accoglienza ed ascolto. Poter parlare delle violenze subite, spesso indelebili sulla pelle, dei traumi e della paura, nascoste sotto la pelle. Saper accogliere il pudore, il silenzio. Poter parlare la propria lingua ed essere capiti, non solo linguisticamente, ma anche culturalmente. Sentirsi restituire la propria storia, un nome, la dignità. Sentirsi protetti e non giudicati, accolti e non respinti, non stigmatizzati.
Un paese democratico come interpreta l’accesso alle cure? I servizi sanitari come assorbono le migrazioni? Quanto ci si prende cura della sofferenza psichica, senza stigmatizzarla?
SaMiFo e Astalli
Da vent’anni SaMiFo (Salute Migranti Forzati) è un esempio virtuoso di come si possa curare “con cura”. Nato nel 2006 con un protocollo d’intesa tra la ASL Roma 1 e il Centro Astalli, è una Struttura Sanitaria a valenza Regionale, per l’assistenza e la cura di richiedenti asilo e rifugiati, con ambulatori di Medicina Generale, Psicologia, Psichiatria, Medicina Legale, Ginecologia e Ostetricia, Ortopedia e orientamento socio-sanitario.
Le persone che si rivolgono al SaMiFo presentano spesso problematiche complesse, dove le patologie fisiche si sommano alle sofferenze psichiche legate alle esperienze traumatiche passate, al traumi del viaggio e alla precarietà delle condizioni di vita in Italia.
“SaMiFo è nato dal basso, per rispondere ai bisogni diretti dei rifugiati, per rendere l’accesso alla salute un diritto negli anni in cui non era fruibile”, spiega il suo direttore, il dottor Giancarlo Santone. “Non è un esperimento isolato ma una risposta strutturata, che pone al centro la persona nella sua interezza biografica e culturale e dove l’accesso è privo di stigmatizzazione”.
Qualcuno ha avanzato, negli anni, la critica che ritagliare, all’interno del servizio pubblico sanitario, un settore dedicato ai soli migranti contribuisse ad alimentare ancora più separazione e a creare una sorta di ghetto. È stato ricordato, invece, di come spesso i pazienti, anche dopo aver ottenuto il medico di base o essere stati indirizzati presso strutture con maggiori servizi, preferissero tornare in un centro dove lavoravano anche i mediatori culturali, e dove l’assistenza non fosse solo medica ma anche giuridica, burocratica, logistica, per ritrovare le parole per raccontare e la possibilità di essere capiti.
Natascia Kelly Accatino
(28 marzo 2026)
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