ViaDaSalone 323: il documentario del gruppo scout Agesci Roma 8

Arianna, Valerio, Filippo, Maria Francesca e Leopoldo son i ragazzi del clan “Il Nomade” del gruppo scout AGESCI Roma 8 che ha realizzato il documentario “ViaDaSalone 323”.

Via di Salone 323 è l’indirizzo di uno dei campi dove Rom e Sinti hanno vissuto da anni. Si trova nella periferia Est di Roma, i containers ospitano circa 400 Rom e Sinti.  Dice Filippo, “Il campo nasce con la volontà di escludere il povero, il diverso, all’inizio i campi ospitavano gli italiani che emigravano verso il nord”.  I Rom e Sinti sono arrivati alla fine degli anni ’70 e lì sono rimasti.

Dai popoli senza terra ai Rom e Sinti

A settembre del ’24 i ragazzi del clan avevano cominciato a studiare il fenomeno dei popoli senza terra, per arrivare al popolo Rom. Dice Filippo, “Si trattava di una realtà che non era possibile studiare sui libri, è un nulla cosmico, l’unico modo per capire era diventare una parte attiva della realtà del popolo Rom”. Nel marzo 25, entrano nel campo di Via di Salone. All’inizio, il lavoro da fare è molto, c’è da pulire i containers, le strade, riparare i tetti.

 Chi vi ha aiutato ad entrare nel campo?

“Abbiamo contattato Carlo Stasolla presidente dell’Associazione 21 luglio, volevamo aiutare e conoscere i Rom” prosegue Valerio. Il documentario “ViaDaSalone”, si articola in cinque capitoli, “Una soluzione che ha facilitato il montaggio”, dicono:

  • pregiudizio
  • educazione
  • alloggio
  • sanità
  • lavoro

“All’inizio del progetto eravamo in 25, poi ci siamo divisi in mini-troupe e all’interno di ogni  troupe c’era chi si occupava della fotografia, chi del montaggio, dell’audio, della regia”.

Vedere ciò che è invisibile agli occhi, abitare nei campi non è una scelta

Quale è stato il primo impatto?

“Andare oltre il pregiudizio, vedere, come dice Carlo Stasolla, quello che è invisibile agli occhi” dice Filippo. Durante l’estate, i ragazzi sono andati a verificare di persona come vivono i Rom negli altri Paesi europei. “In Italia c’è più difficoltà ad integrare” spiega Valerio, “in Albania hanno una situazione disastrosa ma ci sono molti enti e persone che li aiutano, nei campi c’è elettricità e acqua corrente”. Maria Francesca è stata in una città della Transilvania, “C’è una strada, alle porte della città, abitata dai Rom, anche lì vivono in condizioni disastrose ma l’integrazione è maggiore, sono comunque degli insediamenti stanziali, la narrativa non è la stessa dell’Italia dove si pensa che i Rom abitino i campi per scelta”.

Se non sei un cittadino o un apolide non esisti

Quanto conta vivere in una condizione più dignitosa?

“Ovviamente tutto migliora” dice Maria Francesca “ma non basta vivere in un contesto più ordinato e pulito, c’è bisogno di un’integrazione reale, la casa è solo l’inizio, la realtà deve fare un passo verso l’integrazione, il pregiudizio in Italia è molto forte”. “Molte persone non si integrano nemmeno dopo aver ottenuto la casa” prosegue Valerio, “Molti degli adulti sono nati nel campo, i bambini sono tutti nati nel campo”. Molti non hanno documenti, la maggior parte sono apolidi. L’apolidia è una condizione limbica , l’apolide è una persona “senza stato”ma esiste Non è possibile avere numeri precisi di chi è cittadino, chi apolide e chi non lo è e, se non sei né apolide né cittadino, tu non esisti.

Prima di entrare nel campo, quale era la vostra idea dei Rom?

“Anche noi avevamo un preconcetto” ammettono i ragazzi. “Poi siamo entrati in confidenza con le persone del campo” racconta Arianna “avevamo paura di non essere accolti, anche se stavamo entrando per aiutare in primo momento abbiamo riscontrato una certa diffidenza, molti si vergognavano, i più giovani ci chiedevano – chi ve lo fa fare – c’è molta rassegnazione”.

Uscire dal campo fisicamente e mentalmente

Dopo la casa qual è il problema più urgente?

“Dopo la casa la sanità” dice Valerio che si è occupato del capitolo sanità “è folle che delle persone vivano in quelle condizioni, molti hanno impianti scoperti e se si allaga casa lì salta tutto, i medici che ogni tanto entrano nel campo, di solito i pediatri, non hanno esperienza e quindi fanno diagnosi sbagliate e fare una diagnosi sbagliata qui può essere fatale, le case si allagano, non ci sono i termosifoni, gli ambienti vengono riscaldati con la legna che brucia, all’interno di un container la situazione non è gestibile”. “Per me” dice Valerio “c’è un punto zero che è un fattore culturale, il campo è isolamento fisico ma anche mentale, c’è una discrepanza fra la realtà del campo e quella fuori dal campo, il compito di abbattere il muro è di chi vive fuori perché chi sta dentro cerca di sopravvivere”.

I social per entrare in contatto con chi vive nel campo

Chi è fuori ha modo di entrare on contatto con chi abita all’interno del campo?

“È difficile ma non impossibile” spiega Maria Framcesca “da questo punto di vista i social sono stati utili per entrare ma anche per uscire dal campo, ad esempio uno dei ragazzi che appare nel documentario, si è fidanzato con una ragazza che non vive nel campo”.  Avete fatto amicizia con qualcuno all’interno del campo? “I rapporti con i bambini sono stati facili” dice Maria Francesca “ma abbiamo stretto dei rapporti anche con alcuni adulti, non è proprio amicizia ma fiducia”. Le difficoltà maggiori le hanno avute però con i loro quasi coetanei, Arianna “Ad esempio, siamo entrati in confidenza con Stella che ha 15 anni” racconta Arianna “quello che emerge è la loro rassegnazione, pensano che nulla e nessuno possa fare la differenza”. È stato difficile convincerli ad apparire nel documentario.

In questo contesto l’istruzione o il lavoro non potrebbe rendere possibile uscire sia fisicamente che mentalmente dal chiuso del campo?

“In realtà, alcuni di loro lavorano ma sono quelli più diffidenti, non dicono che sono Rom. La maggior parte lavora come magazziniere, negli alberghi, fanno traslochi, alcuni hanno anche il contratto ma non vogliono mostrarsi, è stata l’associazione ad aiutarli a trovare il lavoro”. E comunque, se il datore di lavoro vede che abiti in via di Salone, non ti assume.
Per quanto concerne la scuola, “In realtà il racconto che non vanno a scuola è una fake news” spiega Arianna, “molti genitori mandano i bambini a scuola fin dall’inizio, il problema è la frequenza, quasi tutti non vanno oltre la terza media. Il pensiero che li accomuna, dice Arianna “è che tanto non cambierebbe niente”.
Uscire dal campo resta, peraltro, la priorità perché, dice Filippo, “Il campo non ti permette di sognare perché se tu sogni e cerchi di realizzare il sogno ma poi, se qualcosa non funziona, tu stai col culo per terra, vivere senza sogni non è facile”.  Il documentario ha il pregio di dare finalmente un’immagine reale di chi vive nel campo.

Continuerete ad occuparvi del campo?

“Noi siamo all’ultimo anno come clan, sarà il clan del prossimo anno a decidere se continuare. Ora noi entriamo nella comunità capi che gestisce il gruppo.”  “Il progetto è che il campo venga chiuso ad ottobre e quindi non si porrà il problema se continuare a lavorare all’interno del campo”.

Alla fine, i veri protagonisti sono loro, i Rom che si sono prestati a girare, come la signora Milanka, una signora che vive da sempre nel campo. Ha lo sguardo di chi ha capito che arrabbiarsi con la vita non serve a nulla, “Era felice di raccontare “ricorda Arianna “la vera realtà del campo”.

La prima del documentario si terrà il 22 maggio alle ore 19, presso il cinema Moderno – The Space Cinema in Piazza della Repubblica a Roma.

Livia Gorini
(08 maggio 2026)

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