La bolla delle acque matte, un mondo possibile

La bolla delle acque matte è il film singolare e poetico di Anna Di Francisca, sulla rinascita di un piccolo borgo umbro distrutto dal terremoto del 2016.
Lorenzo, un possibile impatriato, Elsa, Augusta, abitanti del borgo, Koko e Laura immigrato prima del terremoto, Ibri, Talal, i pompieri che sono rimasti a protezione del territorio, sono i personaggi che animano il film, sono loro che decidono di non abbandonare il borgo, in questo caso Castelluccio di Norcia, ridotto ad un cumulo di rovine ma ancora denso di mistero e bellezza.
Il progetto del variegato gruppo è quello di  aprire un ristorante in cui le pietanze della tradizione umbra finiranno col contaminarsi con quelle di paesi lontani, il Senegal di Ibri e il Pakistan di Talal.

Come nasce il titolo “La bolla delle acque matte”?

“L’idea della bolla nasce prima del film, pensavo ad un elemento che non disturbasse le meraviglie della piana, un posto da cui poter vedere questa natura magica;  nel film la bolla diventa da un lato un gruppo di persone che hanno una loro dimensione e dall’altro il ristorante; ma anche una bolla di desiderio, di lotta; le acque matte sono le persone e le culture a confronto, il nostro attore pakistano dice alla fine, “le acque matte siamo noi”, come le acque dei torrenti che scendono dalla montagna si mescolano e non si sa dove vanno a finire, così si mescolano le persone per dare vita a qualcosa di nuovo”.

Qual è il ruolo delle Sibille che danzano fra i vicoli del paese, figure magiche che fanno parte delle leggende locali, tre fate di nazionalità diverse?

“Le Sibille” risponde la regista “rappresentano una sorta di protezione civile del territorio, sono loro a mettere in fuga gli speculatori” che nel film sono rappresentati dalle macchine nere che si aggirano nella piana, il drone che mappa il terreno, il bambino che viene mandato a seminare i semi dei papaveri d’oppio,  ma sono anche memoria storica che il terremoto non è riuscito a seppellire. “Del resto” prosegue Anna Di Francisca, “se le istituzioni falliscono e la burocrazie pone solo ostacoli, le persone hanno bisogno di miti e sogni per continuare a lottare e resistere”.

Quando la realtà si fa troppo dura e immobile, l’unica via di fuga diventa il sogno e l’immaginazione, il film è una favola moderna?

“Il termine favola non ha sempre un’accezione negativa, il mio film è una cosa, un’altra cosa è la realtà” risponde la regista, ma non significa che storia non rispecchi situazioni reali, “Castelluccio era un borgo che andava spopolandosi anche prima del terremoto ma aveva un suo fascino, col terremoto sono scomparse anche le case, lo spopolamento si è aggravato, il tessuto sociale è andato a pallino, anche in queste piccole realtà ci sono state speculazioni, io vivo in una piccola frazione – pochi chilometri da Norcia – si sa di persone che sono state incentivate a lasciare le case e le terre, a vendere per farci un centro residenziale; io non l’ho raccontata in questi termini ma ha creato delle situazioni che richiamano ciò che è avvenuto, il parallelismo che ho voluto fare è, innanzitutto, fra chi ha perso tutto in modo diverso, a causa del terremoto o perché è emigrato, e vuole ricostruire”.

Quindi, ha raccontato il reale in una chiave metafisica e non vuole dare soluzioni politiche, affida al magico la lotta contro il male, e al progetto del ristorante quello della “rinascita” non solo culinaria del paese.

“Penso che superare i pregiudizi ed avere empatia è l’unica speranza che abbiamo in questo mondo, il superamento di condizioni terrificanti deve avvenire sotto il segno dell’accoglienza”. Nel film Koko è un pastore sloveno, arrivato prima del terremoto, “molti immigrati dalla Slovenia, Macedonia, Albania vengono a fare i pastori in questi posti; qui c’era già un’apertura verso altre nazionalità”.  Perché chiudere la porta? “Forse, non è la soluzione ma bisognerebbe avere quel tipo di apertura mentale”.

Il sindaco Lorenzo, interpretato da Fausto Russo Alesi che ha ricevuto il premio come miglior attore al Film Festival di Bellaria, rappresenta il leader ideale, quello che non lascia indietro nessuno.

Per tutti i personaggi mi sono ispirata a persone che ho conosciuto, per Lorenzo mi sono ispirata alla figura di un caro amico che nella piana di Castelluccio aveva un ristorante in cui lavoravano persone di diverse nazionalità, era una figura positiva e attenta; per Elsa mi sono ispirata a sua moglie. I miei personaggi parlano con accento umbro perché mi piaceva che avessero questa dimensione terrestre”.

Per quale motivo Ibri e Talal sono dei vigili del fuoco?

“Molti dei vigili del fuoco che hanno fatto parte dei soccorsi erano di nazionalità diverse, loro sono i miei eroi, nessun altro corpo dello Stato ha lavorato come loro senza fare distinzione di chi e cosa salvare, i vigili poi sono rimasti per mesi a presidiare anche i piccoli centri”.

In questa dimensione sospesa tra il divino e il reale in cui si trova il borgo, come la montagna che resta lì fissa a guardare quello che accade, elementi favolistici e realtà si fondono dando vita ad un racconto che è sì favola moderna ma anche denuncia dell’abbandono in cui versano questi territori feriti dal terremoto e speranza che possano tornare a nuova vita sia attarverso l’accettazione di ciò che non conosciamo, dell’immigrato, di culture diverse ma anche decidendo di restare.

“Assolutamente sì” ribadisce la regista “la rinascita avviene grazie ad un ristorante” e alla decisione “dei miei personaggi di non abbandonare questi territori, proprio come molte persone del luogo hanno detto, non avremmo mai dovuto abbandonare questo posto”.

“La bolla delle acque matte” il film che in questi giorni viene presentato nella sale italiane, sarà di nuovo a Roma all’Azzurro Scipioni dal 21 al 27 maggio.

Livia Gorini
(18 maggio 2026)

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