Con le letture di alcuni brani tratti da Cuore a metà- Vite tra due mondi, della scrittrice italo-bengalese Neeman Sobhan, edito da Armando Curcio Editore, ed interpretati dalla giovane attrice Luisa Rolli, insieme all’autrice, si è conclusa la bella e partecipata presentazione del libro al the Social Fest 2026 del Municipio II, nel giardino del Welcome Center.
Dopo l’introduzione di Amalia Ghisani, presidente di Piuculture, che ha promosso l’evento, ed il saluto dell’Assessore alle Politiche sociali, Giovanili, Pari opportunità e Comunità straniere del Municipio II, Gianluca Bogino, gli ospiti presenti, insieme all’autrice, hanno creato momenti di dialogo e riflessione sui temi dell’ identità, delle radici, delle trasformazioni e, in generale, sulle esperienze migratorie, cercando di dare una spiegazione su cosa significhi vivere “tra due mondi”.
L’importanza della lingua e della traduzione
“È la prima volta che un mio libro viene tradotto in Italiano, racconta Neeman, parlando delle sue traduttrici, Silvia De Matteis e Sara Zingarini, due sue ex allieve del corso d’inglese alla Sapienza. “L’editore mi aveva proposto un suo traduttore ma io l’ho rifiutato perché tradurre non vuol dire solo passare da una lingua all’altra ma vuol dire tradurre un’intera cultura in un’altra. Le mie traduttrici, avevano già un’idea di base della cultura e della lingua bengalese. La lingua ti dà la consapevolezza della cultura di un paese.” Neeman Sobhan è cittadina sia del suo paese d’origine, il Bangladesh, sia della sua patria adottiva, l’Italia. Il suo percorso l’ha portata negli Stati Uniti e poi, dal 1978, in Italia. Cuore a metà è il titolo italiano di una raccolta di racconti scritti in inglese e pubblicata, a suo tempo, con il titolo Piazza Bangladesh “Una piazza che in Italia non esiste,” racconta l’autrice, “ è uno spazio speciale dove vivono i miei personaggi.”
Un cuore a metà che diventa integro con la scrittura
“Non m’importa di essere considerata una scrittrice italo-bengalese o bengali-italiana, penso a me come ad un’autrice internazionale” dice ancora Neeman, senza confini ma non senza radici. Le mie radici non affondano in alcuna terra ma nel mondo dei miei ricordi e nel mondo multiculturale che condivido con parenti e amici. Nel mondo digitale in cui siamo immersi, le identità non sono più così ben definite e le famiglie sono spesso un mix di culture. Nei cinque decenni che ho passato lontano dal Bangladesh ho imparato che non è un lembo di terra che mi fa sentire a casa. È scrivere. La ricerca di quel luogo illusorio ha stimolato la mia creatività“ sostiene la scrittrice, “ogni volta che mi sento un cuore a metà, a cavallo tra diverse culture ed identità, è l’atto di raccontare storie a ricomporlo e a farlo sentire integro.”
La letteratura ci mostra la differenza tra culture e quanto simile sia l’umanità
“Tramite la letteratura possiamo sensibilizzare il lettore a temi e problemi sociali ma lo scopo della lettura è nel piacere del linguaggio e della narrazione. Dobbiamo incrementare la lettura nelle nuove generazioni, invogliarli a leggere libri di tutto il mondo”, afferma poi con convinzione “Scrivo per comunicare con gli altri e trasmettere le sfumature della mia cultura e la sua complessa storia anche ai miei figli e i miei nipoti. La letteratura ci mostra la differenza tra culture e allo stesso tempo quanto simile può essere l’umanità. ” conclude poi, prima di passare la parola agli altri ospiti.
Marco Bruno: superare il discorso pubblico delle identità stereotipate
“Come sociologo della comunicazione e dei media, ho lavorato sulle migrazioni e sulle varie forme delle identità, a partire da come il linguaggio della comunicazione non si limiti a rappresentare le identità ma le costruisca nel discorso pubblico e nella polarizzazione del dibattito” ha esordito Marco Bruno, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Sapienza. “Quando si lavora sul territorio, dobbiamo spesso fare i conti con un discorso pubblico che tende a ghettizzare, a discriminare e stereotipare. Il mio punto di vista è quello di chi cerca di capire il perché si costruisce questo discorso, sapendo che nella quotidianità ci sono tanti altri dialoghi, alcuni dei quali anche rappresentati in questi racconti.” Spiega ancora. “Siamo abituati a pensare alle persone che hanno fatto un percorso di mobilità come persone che devono ancora ricostruire un pezzetto di quel cuore con il luogo di destinazione. Questo viene visto come una mancanza, attribuita alla persona e non alla società. Le storie di donne dei racconti di Neemen, sono viste da una prospettiva femminile: storie singole, che si prestano ad essere lette come storie che hanno un portato collettivo”.
Katiuscia Carnà: più identità possono diventare una ricchezza
“Parlare d’identità non è mai facile perché siamo abituati a categorizzare le identità mettendole tutte in una macro categoria di migranti e di stranieri, come se tutti si muovessero nel mondo per gli stessi bisogni e avessero tutti le stesse difficoltà” afferma anche Katiuscia Carnà, orientalista e ricercatrice a Roma Tre. “Invece le identità della diaspora femminile sono identità molto complesse. Gli indicatori sono tanti: la lingua, la religione e il cibo, che rimane uno strumento fondamentale per rimanere legati al sentimento, alla nostalgia del paese d’origine, trasmesso poi alle nuove generazioni. “Ancora più difficile,” prosegue Carnà “dare una completezza al discorso delle identità, quando si parla di seconde generazioni, coloro che sono nati o comunque cresciuti in Italia. Questi ragazzi dimostrano di sapere di avere bisogni differenti. Non vogliono scegliere da che parte stare. Come se fosse necessario scegliere un’ identità prevalente. Molti di loro chiedono perché non possono essere un incontro tra culture differenti.” sottolinea Katiuscia.
La lingua bangla elemento unificante delle donne della diaspora
“Cosa unisce tutte le migrazioni delle donne bangladesi?” si chiede, infine Carnà, “Il sentimento, l’affetto e il legame con il paese d’origine, ma anche la ferita che rimane, la storia della lotta per l’indipendenza dal Pakistan, ottenuta solo nel 1971, a difesa della propria lingua. La parola Bangladesh significa infatti paese della lingua bangla – un paese che fonda la propria identità sull’orgoglio della propria lingua, tanto è vero che ogni anno, il 21 febbraio, il popolo bangladese festeggia “la giornata internazionale della lingua madre.”
Sanjita Akther: le identità non si dimezzano ma raddoppiano
Sanjita Akther, operatrice e mediatrice interculturale, parla della sua esperienza con le donne di Asinitas “Per me che sono mediatrice bangla, l’identità e la migrazione non sono concetti astratti” racconta Sanjita, “si vivono sul corpo delle persone, ognuno di noi ha una storia diversa. Una sola cosa è in comune: la lingua. L’identità quando migriamo non si dimezza, ma si raddoppia. Quando una persona emigra dal Bangladesh porta con sé una radice del cibo, della religione, della tradizione e quando arriva qui inizia a costruire una nuova radice. Si crea un altro spazio.” E continua Akther ”Molte donne del Bangladesh vengono in Italia con il ricongiungimento familiare. Spesso vengono sole o con i figli, raggiungono il marito che lavora tutto il giorno e loro sono veramente sole. Con il lavoro che faccio ho imparato che loro vivono né qui né là, sempre cercano un terzo spazio. In Italiano si dice che abbiamo nostalgia di casa, in bangla si dice vivere o stare fuori casa, chi conosce entrambe vive in quello spazio in mezzo.”
Estratto dal racconto “L’ultima Lettera”
Rina: “Si ferma alla porta di Tanya. Le pareti di carta da parati color lavanda della cameretta da tipica ragazzina americana sono tappezzate dei poster d’ordinanza di divi della musica e del cinema. L’unico contributo di Rina all’allestimento è una rigida bambola abbigliata in un sari, che Tanya ha collocato sulla libreria per accontentarla, sapendo che si tratta solo di un gesto simbolico, un debole tentativo di trapiantare un po’ di ambiente bengalese in questa vita di espatriati. Più Tanya impara ad aggirare le manovre che Rina mette in atto per mantenere un qualche collegamento con un passato bengali – che è solo il passato di Rina e non quello di Tanya, nata americana –, più quel mondo evanescente diviene prezioso per Rina. Ha trovato rifugio nella sua lingua madre, che insiste a rendere la lingua franca di famiglia; nei cibi bengalesi, comfort food come il dal bhat; nelle canzoni in bangla e hindi-urdu che mette in macchina; nell’indossare il sari, sia pure a disagio, in occasione di eventi e cene; nella rassicurante regolarità delle preghiere e dei mormorii in arabo dei versetti coranici come l’Aytul Kursi. Ma persino Rina sa che, appena al di sotto della superficie del suo retaggio culturale meticolosamente preservato, su cui lei àncora la beccheggiante, oscillante, precaria casa galleggiante della “vita quotidiana”, si acquatta anche il terrificante risucchio del passato, che può facilmente mandare alla deriva il suo sfuggente senso di sé, se non sta attenta. È ciò che oggi minaccia di trascinarla sul fondo.”
Estratto dal racconto “Un giorno come l’altro”
Luisa: “Dopo che Shonju se ne fu andato, l’infermiera portò il bebè perché mangiasse. Husna toccò i piedini del piccolo Azeem, le sue dita come petali. Gli parlava con il linguaggio infantile. Sgorgava da lei, palline soffici di parole bengali spappolate e balbettate con amore materno, più dolci e tenere dei shondesh nella scatola.
Erano cominciate così tutte le lingue madri? Con sciocche madri piene d’amore che tubavano con i loro bimbi nella loro lingua? Creando per loro la casa che ci si portava dentro, perché era animata dai primi ricordi della voce della madre. Era un diritto di nascita che a nessuno poteva essere consentito di portare via, o minare. MA valeva la pena MORIRE per esso?”
Nadia Luminati
foto di Alessandro Guarino
(10giugno2026)
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