Guru Purnima: la festa indù che celebra la conoscenza

Il Gurupūrṇimā è una delle celebrazioni più importanti della spiritualità induista. In India, ma anche in Nepal e ovunque vivano persone di religione induista, buddista e giainista, i discepoli si riuniscono per rendere omaggio ai loro Maestri spirituali ed esprimere la loro gratitudine, per tutto ciò che da essi hanno ricevuto, per come la propria vita é cambiata grazie ai loro insegnamenti e alla conoscenza tramandata nella sacra relazione Maestro-Discepolo.
La festa commemora anche la nascita del saggio Maharishi Vyasa, il leggendario autore del poema epico Mahabharata e il compilatore dei Veda, i testi sacri e fondanti dell’Induismo. A Roma, Gurupūrṇimā si festeggia principalmente all’interno dei templi induisti cittadini frequentati dalla comunità indiana e nei centri yoga di tradizione ashramica.

Guru Purnima: sempre nel mese della luna piena

“Il calendario induista segue le fasi lunari, quindi di volta in volta le date delle festività cambiano, ma quello che rimane invariato per la celebrazione di Gurupūrṇimā, noto anche come Vyasa Purnima, è che cade, come dice la parola Purnima, nel giorno di luna piena, nel mese di Ashada, mese della luna piena, cioè in luglio. Quest’anno cadrà di mercoledì 29 luglio” spiega Svamini Shuddhananda Ghiri, monaca induista che vive nel monastero di Matha Gitananda Ashram, ad Altare in provincia di Savona.

La celebrazione della conoscenza da bocca ad orecchio

“Per chi è monaco o per chi segue un maestro, è la celebrazione più importante di tutte. Celebra la conoscenza che viene trasmessa da bocca a orecchio, poiché il sistema di insegnamento indiano tradizionale è appunto orale e prevedeva una trasmissione della conoscenza dalle figure dei Guru ai loro discepoli.” Racconta ancora Shuddhananda.

Guru: colui che rimuove l’oscurità

La parola “Guru” nella lingua sanscrita, significa “colui che disperde l’oscurità dell’ ignoranza” mentre “Purnima” significa luna piena, celebra quindi, in senso ampio, la conoscenza divina a cui il devoto aspira. Guru Purnima viene detta, per questo motivo, anche “il giorno dei maestri”. Dividendo la parola in sillabe, gu vuol dire “grotta l’oscurità” e ru vuol dire “ luce” quindi il guru è “colui che scaccia il buio” dell’ignoranza per portare la luce della conoscenza.” Continua a spiegare Shuddhananda, che ci tiene a fare chiarezza, perché non si cada nell’equivoco del significato che la parola ha assunto, ai nostri giorni.
“Nel mondo moderno La parola Guru viene spesso banalizzata, anche nei media troviamo, ad esempio, espressioni come “Il guru della finanza” per indicare una figura che ha una conoscenza approfondita in una materia, ma nella tradizione indiana Guru è più un principio di trasmissione di conoscenza piuttosto che una figura umana.”

Il Guru trasmette la conoscenza mentre l’acharya insegna

“Il Guru non è mai autoreferenziale, non punta mai il dito verso se stesso ma ti indica la via, la strada, poi è il discepolo che deve farla, camminando con le proprie gambe.” Specifica meglio l’ intervistata. “Non è una figura che crea dipendenza, piuttosto dà gli strumenti per mettere il discepolo o la persona alla ricerca di Dio, di realizzare quella verità che è il fine stesso dell’induismo. La particolarità del Guru è che, a differenza dell’insegnante, è colui che ha fatto esperienza, ha già realizzato la conoscenza e quindi la trasmette. il Guru è la guida spirituale che risveglia dall’ignoranza a differenza dell’acharya, che può essere un bravo insegnante ma che, non necessariamente, ha realizzato la conoscenza con la C maiuscola. Sembra una sottigliezza ma è una distinzione importante.” Sottolinea con fermezza Shuddhananda.

Il fine dell’Induismo: realizzare chi siamo veramente

“Si parla di percorso ma in realtà bisognerebbe chiamarla riscoperta di quello che in realtà noi siamo” ci tiene, poi a precisare, “perché il fine ultimo dell’induismo è riscoprire questa realtà divina che noi già siamo ma di cui ci dimentichiamo. Questa realtà immutabile trascende lo spazio, il tempo e ogni trasformazione materiale. E’ il principio di verità eterno dell’Induismo, il Sanatana Dharma accompagnato dai concetti di Sat (verità assoluta), Chit (coscienza pura) e Ananda (beatitudine pura, essenza della gioia che pervade tutto). Il cammino di risveglio è caratterizzato dalla nostra capacità di liberarci dai condizionamenti causati dai nostri sensi, dalla nostra mente, dal nostro ruolo nella società, per riprendere consapevolezza di chi siamo.

Una celebrazione con una dimensione intima

Il Gurupūrṇimā si celebra nei templi con rituali di gratitudine verso i maestri spirituali, tra cui la Guru Puja, la meditazione e l’offerta di doni simbolici, come ad esempio fiori, frutta, incenso, ai propri precettori spirituali, sia quelli viventi che quelli divini. “A differenza di altre festività indù, il Diwali, la festa delle luci, tra ottobre e novembre, Holi, la festa dei colori-che si celebra a marzo oppure Ganesh Chaturthi che cade tra agosto e settembre, che hanno una dimensione festosa e pubblica, Guru Purnima è una ricorrenza con una dimensione molto intima.” Spiega ancora Svamini Shuddhananda. “Ognuno ha un rapporto personale con il proprio cammino e la propria guida; è una celebrazione che avviene in forma meditativa, contemplativa. La comunità di devoti e discepoli, si riunisce, con momenti teatrali e canti devozionali che hanno lo scopo di approfondire le sacre scritture, sempre con una finalità formativa.”

L’induista nel periodo storico che viviamo

“Il periodo storico che stiamo vivendo nell’induismo si chiama Kali yuga , l’era oscura, caratterizzata da conflitti, ignoranza spirituale e perdita dei valori morali” racconta ora Shuddhananda “L’Induismo riconosce 4 ere cosmiche, che hanno un senso progressivo di degenerazione. Si parte dall’era d’oro o Satya yuga, era della verità, che degenera fino ad arrivare a Kali, la quarta e l’ultima, dove prevale l’ingiustizia. L’induista, in questo periodo, pratica la preghiera, uno strumento molto potente che dà ad ognuno di noi la possibilità di non sentirsi inutili. La preghiera induista ha una triplice invocazione alla pace, all’inizio e alla fine noi ripetiamo sempre la parola śāntiḥ (pace) tre volte, è un’invocazione che ci sia pace dentro di noi, pace intorno a noi e pace in tutto il mondo. Però c’è anche una parte di impegno concreto sociale, di interventi umanitari nei limiti del possibile, per difendere i principi di Pace e di non violenza.”

Il patto tra le religioni per favorire la pace

“In questo periodo è importante essere insieme, uniti da valori comuni non solamente tra induisti ma anche nel dialogo interreligioso, sentirsi coesi in un ideale di pace, può dare un po’ di respiro e di luce” afferma con convinzione la monaca induista “A proposito del dialogo interreligioso, il 25 giugno scorso è stato firmato, alla presenza del Presidente Mattarella, il patto tra le religioni. I 15 firmatari, i responsabili delle religioni che sono in Italia, si sono impegnati ad essere uniti nonostante le differenze che comunque ci sono e che potrebbero sorgere nel percorso. Tutti si impegnano a favorire il processo di pace.”
Il patto è stato siglato dal presidente dell’Unione Induista Italiana, Avv. Franco di Maria- Jayendranatha, che ha osservato “Per ritrovare ciò che si è dimenticato, il primo passo è il risveglio alla consapevolezza che tutto, il cosmo, ogni essere, ogni specie, costituisce una sola famiglia.”

Nadia Luminati
(28 luglio 2026)

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