Spin Time Labs in attesa della mobilitazione: la testimonianza di Maria

Dopo un presidio durato tutto il mese di agosto, in cui gli abitanti dell’immobile posto sotto sequestro e gli attivisti di Spin Time Labs hanno vissuto e combattuto insieme, giorno e notte, patendo i forti disagi che ha comportato vivere per strada, aggravati da un caldo feroce, che non dava tregua, ora si prepara la mobilitazione generale.

Gazebo per continuare a fornire servizi

Tutte le famiglie hanno trovato un posto nelle strutture temporanee, messe a disposizione dal Comune di Roma, ed ora sono in attesa di un’abitazione definitiva. Al posto delle tende ora ci sono sette gazebo, che gli attivisti hanno installato con il permesso dell’ amministrazione capitolina, per rimanere in contatto con il quartiere e continuare a fornire i servizi mentre, nel fine settimana, possono occupare la via per organizzare attività culturali, musicali, artistiche, laboratori e dibattiti politici.

La comunità di Spin Time non si arrende

“Il tempo di Spin Time è ora” ricordano gli attivisti nell’appello diffuso sui social e sottoscritto da decine di sigle: dai sindacati ai movimenti ed altre realtà sociali, per richiamare alla mobilitazione nazionale, il 19 ed il 20 settembre. “Con la manifestazione del 19 e l’assemblea del 20 Settembre vogliamo costruire una coalizione ampia di reti civiche, movimenti sociali, sindacati, istituzioni locali, organizzazioni religiose e partiti, una vera forza che deve essere mantenuta e ampliata, perché solo un’alleanza trasversale può contrastare la finanziarizzazione delle città e sconfiggere il governo di destra loro alleato” ribadiscono, gli attivisti, nell’appello.”La manifestazione del 19 vuole mettere al centro una domanda di chi è la città? Da più territori arriva, già da tempo, una richiesta di città che vogliamo costruire: che metta il bene comune di fronte al profitto, governata da una politica che sappia vincere contro i grandi poteri finanziari e che non ne sia suddita. L’assemblea nazionale del 20 settembre sarà l’occasione per organizzarsi collettivamente, per continuare la mobilitazione e rilanciare la campagna politica per il diritto all’abitare e una città inclusiva, accogliente, in cui siano garantiti i diritti di ognuno e di tuttə.”

La voce di un ex occupante: Maria

Maria viene dall’Ecuador, ha 49 anni ed ha vissuto per 11 anni, insieme al figlio, nel palazzo occupato di via Santa Croce in Gerusalemme 55. Fa parte dei portavoce della comunità di Spin Time Labs ed é intervenuta spesso nelle assemblee pubbliche per raccontare la paura, la forza e la vita quotidiana delle circa 400 persone che vivevano nell’edificio. Dopo l’incendio e lo sgombero, Maria si è battuta per chiedere soluzioni abitative dignitose per le famiglie rimaste coinvolte. “Sono arrivata in Italia, a Roma, nel 1997 ed i primi tempi ho vissuto presso le famiglie per cui lavoravo, poi è nato mio figlio, ho cambiato lavoro e sono andata a vivere in un monolocale in affitto. Ho vissuto 15 anni in affitto ma, dopo i primi 7 anni, mi sono lasciata con il padre di mio figlio” racconta Maria, “successivamente ho perso il lavoro, il padre di mio figlio non è stato in grado di aiutarmi ed è proprio scomparso dalle nostre vite. Mi sono trovata davanti a problemi enormi: non riuscivo a trovare lavoro e sono stata quasi un anno senza pagare l’affitto. Dopo aver atteso un anno, il padrone di casa mi ha detto che dovevo trovarmi un altro posto. Ero disperata, finché non ho conosciuto Action, il movimento per il diritto alla casa. Grazie a loro, nel 2015, da maggio a novembre, abbiamo occupato la Tenuta Vaselli a Castel Gandolfo, proprio di fronte la residenza estiva del Papa e, quando l’occupazione è terminata, Action ha distribuite le persone di Castel Gandolfo in altri palazzi occupati. Così, a dicembre del 2015, sono arrivata nel palazzo di Spin Time.”

Spin Time: 11 anni di vita che sono sembrati un sogno

“Ero abituata già nel mio paese a vivere in spazi piccoli e a condividere con gli altri tutto quello che si faceva. All’inizio ho avuto qualche difficoltà perché eravamo di 27 nazionalità diverse e di età differenti, abbiamo dovuto imparare a conoscerci, ma dopo pochi mesi ho sentito che quella era la mia casa, era il luogo dove non vedevo l’ora di tornare, finito il lavoro, perché mi sentivo al sicuro.” afferma con una vena di nostalgia nella voce. “Come in tutte le famiglie, ci sono state anche discussioni ma se avevo bisogno di parlare con qualcuno trovavo sempre chi era pronto ad ascoltarmi, ho vissuto 11 anni in una specie di sogno. Ero sullo stesso piano con le altre famiglie di Castel Gandolfo, se avevo bisogno di qualcosa bastava bussare alla loro porta, eravamo una sola famiglia, anche se la nazionalità era diversa: africani, europei, italiani, sudamericani.“

La vita in albergo in attesa di un alloggio

“L’alloggio era composto da due stanzette d’ufficio molto piccole, in una delle due avevo aperto una porta e allestito una cucina. Quando è cresciuto mio figlio ho fatto richiesta al Comitato interno di avere un’altra stanza, perché il regolamento lo prevedeva, quando i figli compivano 18 anni. Anche avere il bagno in condivisione con altre persone, alla fine non era più un problema. Sul nostro piano ce ne erano due e c’erano più lavatrici. Io avevo il lusso anche di avere un balcone” aggiunge con una certa soddisfazione Maria. “Ora vivo  “In un albergo a Torre Spaccata, un quartiere sulla Casilina. Purtroppo non ho neppure la cucina, per mangiare dobbiamo comprare tutto già cotto però, dopo un mese passato per strada, abbiamo un posto dove dormire e un bagno, ci sembra già un passo avanti” racconta ancora e le scappa un sospiro. “Ci hanno promesso che appena si libera una casa dell’edilizia popolare ne daranno una anche a noi” dice tra la speranza e la rassegnazione. “Sono stati assegnati già 6 alloggi popolari, ne arriverà uno anche per noi.”

L’esperienza di Spin Time con gli occhi di un ragazzo

Maria spiega che il figlio per tanto tempo non ha capito perché dovessero abitare a Spin Time, “ha vissuto i suoi primi 15 anni in un appartamento piccolo, ma dove eravamo soli, poi ha capito e ha sostenuto le mie battaglie, anche se mi chiede spesso da dove io prenda la forza per combattere.” aggiunge l’ex occupante, il cui coraggio si percepisce già dalla voce squillante, dal tono battagliero. “Lui, al contrario di me, è cittadino italiano da quando aveva 19 anni, perché è nato in Italia. Ha interrotto gli studi e non ha ancora un lavoro. Io lavoro per una cooperative di pulizie, ma con il reddito che ho non riuscirò mai ad ottenere la cittadinanza” spiega, “ci vogliono almeno tre anni di reddito costante, dovrei lavorare giorno e notte” dice sorridendo.

I ricordi di 11 anni di occupazione

Dei tanti ricordi degli anni di occupazione, Maria ha conservato momenti brutti, ma anche altri belli e commoventi, “L’episodio peggiore è stato sicuramente quando a maggio 2019 ci hanno staccato la corrente elettrica per 5 giorni. Avevamo alcuni malati che dovevano stare necessariamente attaccati a dei macchinari, ci siamo sentiti molto in difficoltà anche con i bambini. L’unico momento bello era alla sera, quando tutta la comunità si radunava nell’androne del palazzo, dove avevamo sistemato dei piccoli generatori per poter ricaricare i telefoni. Eravamo uniti e ci facevamo coraggio, anche se preoccupati. Se non fosse intervenuto l’elemosiniere del Papa, a riattaccare la luce, non so come sarebbe finita” dichiara Maria “Ugualmente difficile è stato il periodo della pandemia:400 persone, tutte costrette a stare chiuse nelle nostre stanzette. Ci salutavamo, per chi lo aveva, dal balcone. Ma l’ultimo momento veramente brutto lo abbiamo passato a dicembre scorso, quando è stato forte il rischio di sgombero e in quel periodo ho perso anche mia madre. Le festività natalizie le ho vissute con l’ansia che ci buttassero fuori.“ Fa una piccola pausa e poi, con un sospiro, aggiunge “I momenti belli sono stati tanti. Vivere in comunità è sempre bello; il semplice fatto di poterci incontrare, nei corridoi o giù, al “picchetto” , per conversare anche pochi minuti. Non stare da soli era la cosa più bella della nostra comunità, ma anche sentirsi accettato, nessuno ti guardava male se eri straniero o italiano, bianco o nero. Ci sentivamo parte di una famiglia. I momenti di convivialità erano tutti belli.” racconta con nostalgia “Ricordo le feste fatte con i bambini anche delle scuole del quartiere, il corteo per carnevale. Ora i ricordi belli fanno un po’ male però sono stati, per me, nonostante le difficoltà, undici anni di un bellissimo sogno.

Oltre il cancello rosso

“Negli ultimi anni ha iniziato a seguire l’organizzazione interna del palazzo e poi, dallo sgombero in poi, mi sono occupata ininterrottamente della comunità cercando di dare sostegno a tutti, a partire dai più fragili. Io sono sempre stata presente al presidio, sono rimasta sempre in contatto con tutti” afferma orgogliosamente per poi aggiungere “Spin Time era un posto dove ti sentivi visto, perché all’esterno di quelle mura eri quasi invisibile. Dietro quel cancello rosso io ho lasciato un pezzo del mio cuore, è stato un progetto, un’idea di abitare che sarà difficile ritrovare al di fuori da quelle mura.”

Nadia Luminati
(15 settembre 2026)

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