Figli di tante patrie: come far crescere un movimento per la cittadinanza

Figli di tante patrie
Foto di Francesco Talarico

“È stata un’esperienza bellissima, abbiamo chiesto dei racconti brevi e ci sono arrivate vite intere scritte in poche righe” commenta Gabriella Sanna, responsabile del Servizio Intercultura delle Biblioteche di Roma, presentando i vincitori del concorso Figli di tante patrie. Le seconde generazioni raccontano le prime venerdì 13 aprile al Teatro Biblioteca Quarticciolo.

Si chiamarono con gli unici nomi che conoscevano. “Trattenendo le lacrime, ché gli uomini non piangono, Sayyid abbandona quello che rimane di un impero antico, quella terra che è sua, gli appartiene e gli scorre nel sangue, gli attraversa lo sguardo, gli trafigge il cuore. Saluta il padre, bacia la madre. Sale su quell’aereo con il sospetto che la sua vita sarebbe cambiata per sempre, ma senza sapere che avrebbe abbandonato tutto quello che fino ad allora era stato”.
Il racconto di Sara Robabeh Djelveh, prima classificata del concorso, è la storia di una ferita che si rimargina con l’arrivo di una nuova vita e della possibilità di separarsi restando uniti: “Di questo sono assolutamente certa
perché sono anni che vivo all’estero, soprattutto in Spagna e Belgio e secondo me in certi casi il distacco avvicina le persone. Assumi una consapevolezza diversa di cose che nella quotidianità dai per scontate. Quando sei lontano ti rendi conto che quello che ti manca è il buongiorno la mattina di tuo padre, di tua madre”. Grazie al premio, un viaggio offerto dall’agenzia Avventure nel Mondo, Sara potrà visitare per la prima volta l’Iran e conoscere i luoghi in cui è cresciuto suo padre.

Gabriella Sanna presenta la vincitrice del concorso Sara Robabeh Djelveh
Gabriella Sanna presenta la vincitrice del concorso Sara Robabeh Djelveh

Senza radici. Ashai Lombardo Arop racconta la fatica di una bambina nata in una società piena di contraddizioni, sostenuta dall’amore e dalla tenacia di una mamma coraggiosa, ma senza le risposte di quel papà: “Che doveva essere la controparte nera, che mi avrebbe resa partecipe del suo mondo, raccontandomi le nostre radici e facendomi sentire la forza della nostra tradizione”. Oggi quella bambina è una splendida donna, che ha trovato le sue risposte nell’arte della danza: “Un linguaggio che mi fa sentire protetta e vera perché per la prima volta non devo spiegare niente a nessuno”. I problemi però non sono finiti: “Ho dovuto lottare per essere italiana e ora la mia lingua mi penalizza. Ai provini non mi prendono, se voglio lavorare come attrice devo avere un accento straniero”. Secondo lei c’è ancora molto da fare: “Tanta gente è cambiata, ma la maggioranza non ha la minima idea di questi problemi. E la massa si sente nelle decisioni più profonde del paese”.

Cristina Ali Farah, Ashai Lombardo Arop, Veronica Orfalian, Jorge Canifa Alves
Cristina Ali Farah, Ashai Lombardo Arop, Veronica Orfalian, Jorge Canifa Alves

Meg, yergù, yerèk. “Molti professori incuriositi domandavano: ‘Che cognome importante! Sei veneta?’ Con una vocina timida rispondevo: ‘No… è un cognome armeno’, poi abbassavo leggermente la testa e con la coda dell’occhio mi guardavo attorno, scrutando velocemente tutti quegli sguardi vivaci posati su di me. ‘Cosa vuol dire che sei armena?’ mi chiedevano allora alcuni compagni di classe”. È da queste domande che per Veronica Orfalian inizia il percorso alla scoperta della propria identità: “I bambini sono curiosi, la prima difficoltà è proprio relazionarsi con i coetanei. Quegli stessi interrogativi ai quali io non sapevo rispondere li ponevo a casa. All’inizio c’era tanto imbarazzo, perché percepivo la diversità come un peso, con il tempo è diventato anche un punto di forza”.

Giovani menti, grandi temi. “Io sono come un albero che ha radici, origini e tradizioni in Romania, ma i miei rami sono cresciuti grazie all’Italia e alla cultura italiana”. Cristina Anisoara è una studentessa dell’ITCS Sandro Pertini. Nel suo racconto e in quelli dei suoi compagni si legge una capacità straordinaria di mettersi in gioco per mostrare una realtà fatta di permessi di soggiorno da rinnovare, anni trascorsi lontani dalla mamma e dal papà, dolorose separazioni, incomprensibili esclusioni. Questi ragazzi insegnano che è possibile trovare nuovi amici, imparare una lingua sconosciuta, bisticciare con i fratelli minori, lamentarsi, come ogni adolescente, dei divieti imposti dai propri genitori e amarli profondamente, perché “non importa se abbiamo mentalità diverse, l’importante è condividerle”.

Le studentesse dell'ITCS Sandro Pertini
Le studentesse dell'ITCS Sandro Pertini

Conosciamoci, saremo tutti più ricchi. “Le esperienze dei nostri genitori sono la storia di noi seconde generazioni” sottolinea lo scrittore Jorge Canifa Alves “ma sono soprattutto la storia di questo paese, dell’Italia”.
Per la scrittrice Cristina Ali Farah la condivisione ha un valore fondamentale: “Leggere libri di autori africani e parlarne con altri mi ha consentito di mettere ordine nella mia storia. Prima non avevo le parole per raccontarla”.
“Il rap mi ha permesso di tirare fuori le cose che avevo dentro” Amir Issaa spera in un futuro senza etichette: “Mi chiedono: ‘Come ti senti, italo-egiziano?’ Non ci ho mai pensato, sono nato qui, ho vissuto sempre qui, mi sento italiano. Ognuno di noi è il frutto di tutte le esperienze che ha vissuto”.

Una nuova sfida. “Il concorso è stato il primo passo per dare una voce artistica e personale ai giovani di seconda generazione” spiega Gabriella Sanna annunciando l’apertura di una nuova sezione del sito di Roma Multietnica interamente dedicata ai figli di tante patrie: “l’obiettivo è creare un’agorà dove tutti possano pubblicare, senza limiti di tempo, racconti, foto e video sulla propria esperienza di vita”. Avere la possibilità di esprimersi è un tassello cruciale nella costruzione di una società realmente inclusiva: “Un conto è parlare in generale della mancanza del diritto di cittadinanza, altra cosa è sentire le storie raccontate dal vivo. Entrare dentro le storie vuol dire riuscire a immedesimarsi e questo, secondo noi, crea un movimento di opinione che deve essere sempre più forte”.

Sandra Fratticci
(19 aprile 2012)