Come sta l’ora di religione nella scuola primaria?

Conoscere la religione cattolica è fondamentale per capire la cultura italiana. “Ma ci opponiamo al carattere confessionale di questo insegnamento nelle scuole e alla disorganizzazione e alla spesso totale assenza di attività alternative per gli allievi che si avvalgono dell’esonero.” Ai Nigasawa, trentanovenne giapponese da quindici anni in Italia, ha iniziato gli studi storico-religiosi per meglio interpretare il nostro paese, oggi fa parte dell’Uva-universolaltro associazione che riunisce laureati in Storia delle Religioni e organizza laboratori formativi nelle scuole.

Profumo: cambiare il modo di fare scuola. La dichiarazione di Ai sembra far eco a quella dell’insegnante di religione Rosanna Antonelli: “Ogni disciplina s’intreccia con il Cattolicesimo, la storia dell’arte ad esempio non sarebbe capita dai giovani allievi se non avessero conoscenza degli episodi biblici”. Rosanna Antonelli segue undici classi nella scuola elementare Giuseppe Mazzini di Roma, insegna dal 1985, ha una figlia che ha seguito le sue orme e ricorda tutti i momenti in cui l’ora di religione è stata motivo di contrasto come accaduto lo scorso 25 settembre. Durante l’apertura della biblioteca del Miur, il ministro dell’istruzione Profumo ha ripetuto per la seconda volta in pochi giorni che “bisogna rivedere i programmi di religione” per adattarli alla composizione ormai multiculturale delle classi e della società italiana.

Scuola primaria: i bambini stranieri. Dieci delle undici classi seguite da Rosanna Antonelli hanno alunni di cittadinanza non italiana. Ciò conferma i dati presentati dal Miur dove si legge che le iscrizioni nell’a.s. 2010/11 dei bambini stranieri nella scuola primaria sono state 254.644, il 9% sul totale, e di questi il 52,9% è nato in Italia. L’humus culturale e religioso in Italia è cambiato e i dati del Ministero segnalano come dalla fine degli anni ottanta il carattere multiculturale della popolazione cresca esponenzialmente: rispetto al 2005 solo nella scuola primaria l’aumento è di tre punti percentuali. Le nazionalità che hanno maggiore peso sono quella rumena (37,2%), albanese (35,1%), marocchina (39,4%) e cinese (36,4%). Nessuna di queste nazioni ha come confessione di maggiore diffusione il cattolicesimo.

Religione a scuola: identità o conoscenza? Nella scuola primaria sono due le ore settimanali dedicate all’insegnamento del cattolicesimo come per storia, geografia e scienze. In prima elementare per l’inglese è prevista solo un’ora, materia che di anno in anno conquista le tre ore settimanali sottraendole all’italiano. “Il cattolicesimo è una religione vivente, parla degli uomini, della ricerca della verità, è fondamentale per la formazione dell’individuo” e consente ai bambini stranieri di conoscere il paese in cui vivono. E i bambini italiani? Non è importante per loro conoscere i compagni che un giorno diventeranno vicini di casa, amici, colleghi e chissà anche partner e parenti? “In quarta elementare li portiamo a visitare la Sinagoga e in quinta la Moschea, inoltre invito i genitori di bambini di altre confessioni a parlare alla classe delle loro tradizioni”. Delle due fedi che insieme al cristianesimo compongono le cosiddette religioni abramitiche, l’ebraismo è privilegiato; previsto nel programma di studio in quanto origine del cattolicesimo. “E’ posto l’accento sulla dimensione interculturale della scuola. Ma prima di tutto bisogna decidere se questa materia è davvero importante per la crescita di un individuo” sottolinea Ai Nagasawa. “Se si decide che non lo è ed è quindi confermata la sua dimensione confessionale, e di conseguenza facoltativa, bisogna creare dei progetti per l’attività alternativa”.

Assisi 1986

L’astensione e l’ora alternativa. Sei delle undici classi di Rosanna Antonelli hanno alunni che si avvalgono dell’esonero. “Tre è il numero massimo di bambini per classe che è esonerato dalle lezioni di religione. Le motivazioni sono diverse, la maggior parte sono italiani atei. Ricordo il caso di un bambino che non seguiva l’ora di religione pur frequentando il catechismo. Evidentemente era una scelta politica.” Rosanna Antonelli non sa cosa fanno i bambini durante l’ora alternativa. “Spesso vanno in un’aula assistiti da un insegnante di un’altra materia che in quell’ora non ha lezione.” Racconta di aver accolto la richiesta di una coppia di genitori atei di includere il figlio nelle attività artistiche e gite nella capitale, veicoli di insegnamento che privilegia. “La scuola non ha soldi e non partono progetti ben strutturati. Molti genitori scelgono la frequenza perché non hanno alternative nonostante la legge preveda tre modi per occupare l’ora di astensione,” spiega Ai Nagasawa. “Siamo riusciti a portare due laboratori nelle scuole: ci concentriamo sulla tradizione legata alle diverse credenze, dalle feste all’abbigliamento e al rapporto con il corpo.”

“Lasciate che i bambini vengano a me”. Il dibattito sull’ora di religione si espande nelle università grazie al recente accordo tra il Miur e il presidente della CEI che prevede come obbligatorio il titolo accademico per chi intenda insegnare. Sia Rosanna Antonelli che Ai Nagasawa confermano che il possesso di tale requisito è già prassi. Formalizzazione di uno stato di fatto che viene comunque accolto con positività.

Due ore di religione cattolica alla settimana sono tante soprattutto se questi bambini dai sei ai dieci anni studiano solo il cattolicesimo. Non è forse un caso che la Chiesa ci tenga ai più piccoli, animi sensibili, ai quali dare un imprinting sembra essere più semplice. All’ingresso della scuola elementare poggiate su una scrivania ci sono una settantina di copie dell’Avvenire in distribuzione gratuita. Mentre mi accorgo di questo dettaglio una trentaduenne indiana (cattolica) madre di due bambini, entrambi nati in Italia, mi chiede di leggerle un avviso sul quaderno del più piccolo; ha sei anni ed è in prima. Si scusa: “non capisco bene italiano e non so leggere”. “Io invece si!” Esclama con entusiasmo il bambino “Capisco tutto!”. E aiuta la madre a dialogare con me. Un tipico bimbo italiano tutto pepe… pepe nero in questo caso.

M. Daniela Basile
(12 ottobre 2012)