L’Orchestra di Piazza Vittorio: Il giro del mondo con l’ospite Luca Barbarossa

orchestra di piazza vittorioUna valigia, una canzone e uno strumento, di questo ha bisogno un musicista per imbarcarsi sulla zattera, per fare Il giro del mondo in 80 minuti 2014 con l’Orchestra di Piazza Vittorio, direzione musicale e artistica Mario Tronco. Lo spettacolo, dopo il grande successo della passata stagione, torna tra il 21 e 26 gennaio al Teatro Olimpico, con la sala piena tra tanti applausi e bis, arricchito dalla presenza di un ospite d’onore: Luca Barbarossa, un romano che viene a chiedere soccorso all’orchestra per riconquistare con una serenata l’amore della donna che ha tradito. „Un show autobiografico ed una struttura aperta dove si possono inserire ogni volta nuovi elementi in coerenza con il racconto. Quest’anno ci sono altre canzoni che narrano storie diverse”, spiega Mario Tronco. L’80% dello spettacolo è rimasto uguale, per la scenografia firmata Daniele Spanò si utilizza una tecnologia con delle scene virtuali. Le 3 lune rappresentano stati d’animo sia interiori che esteriori: „Mostriamo tanta umanità, ci mettiamo molto a nudo, addirittura in maniera imbarazzante perché raccontiamo in prima persona”. La grande presenza di bambini sia nel pubblico che tra i musicisti – sono coinvolti nello spettacolo attraverso la body percussion dal Maestro Ciro Paduano e i giovani allievi della Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia – viene offerta una caramella all’entrata ad ogni persona per eseguire una canzone insieme usando lo struscio della carta. „Far parte di un’orchestra è una cosa molto complicata, bisogna rinunciare a qualcosa di se stessi per l’arte. Ogni musicista sente il progetto suo perché ha un momento da protagonista. Non vedo dentro di loro la geografia, per me sono degli amici, fratelli. La maggior parte ha portato delle cose diverse ed importanti ed io spero di aver dato qualcosa a loro. Il nucleo ha ragione di essere quando tutti danno qualcosa per un risultato finale”. Tronco non capisce perché gli artisti vengono chiamati stranieri quando all’estero gli italiani sono chiamati italo-americano, italo-francese, italo-canadese. Con la crisi allargare l’organico è difficile, ma nonostante ciò, cercano nuovi giovani artisti appena arrivati dal loro paese, con voci, strumenti particolari che facciano parte della loro tradizione popolare.

orchestra di piazza vittorio„Se tutto il mondo fosse come l’Orchestra di Piazza Vittorio, il mondo sarebbe perfetto”, questo è il messaggio lanciato dal senegalese El Hadji Yeri Samb, voce, djembe, dumdum, sabar, che nello spettacolo Il giro del mondo in 80 minuti fa partire la zattera cantando una canzone preghiera. Uno dei primi fondatori dell’orchestra, persona sorridente e aperta, oltre una parte della sua Africa, ha portato lo spirito di gruppo: „Non ci sono differenze di colore della pelle tra noi, d’avanti a Dio siamo tutti uguali, il sangue è rosso, siamo fratelli qui dentro anche se abbiamo culture e religioni diverse”. In Senegal faceva parte di una troupe molto famosa Il circo dei giovani e spesso si esibivano in Europa, così ha deciso di venire in Italia a trovare suo zio e nel 2001 ha conosciuto Mario Tronco. Nell’Orchestra di Piazza Vittorio ha imparato tanto: a suonare il contrabasso, a cantare anche delle canzoni in indiano, portoghese, ne Il flauto magico era un Papagheno senegalese. Riesce a vivere di musica, anche perché è molto richiesto a suonare con grandi artisti. Prima o poi tornerà per sempre a casa sua, dove ha la famiglia. „Oggi ringrazio mio nonno musicista che mi ha insegnato a suonare con un baratolo di pomodoro. Se non suonavo bene, non mangiavo”, dice El Hadji e aggiunge: „La musica per me è una medicina, una cura. L’artista non deve mai arrabbiarsi, se non ti piace come ti senti dentro sul palco, non puoi piacere agli spettatori”. Il consiglio per gli artisti che arrivano dall’estero è di credere in se stessi, di non mollare mai la speranza e seguire il loro sogno.

orchestra di piazza vittorio„Le persone che arrivano a Lampedusa, sfuggendo alle guerre, dovrebbero avere automaticamente l’asilo politico. L’Italia non deve temere, gli immigrati non vogliono rimanere qui, per questo bisogna aiutargli a transitare verso altri paesi dove li aspettano parenti e amici. Non è facile essere clandestino e nessuno si vuole trovare in una situazione simile”, così esprime la sua solidarietà ai migranti il personaggio chiave, il più simpatico dello spettacolo, il cubano Omar Lopez Valle, voce, tromba, flicorno. Il gladiatore del Colosseo, che supera ogni difficoltà per arrivare ad imbarcarsi sulla zattera, collabora con l’orchestra da 12 anni, da quando si è formata e oltre l’allegria del suo carattere, porta nello show il ritmo della musica latina. „La bellezza è che qui siamo tutti autori, cantanti, artisti, critici, quasi tutti veniamo da lontano e abbiamo studiato musica a casa”.

orchestra di piazza vittorioLa storia di Omar è lunga, a Cuba faceva parte di una band ed è scappato insieme ad altri colleghi durante un tour in Europa. Ha chiesto asilo politico all’ambasciata americana in Austria e gli è stato accorato. Lì ha conosciuto una ragazza italiana ed è stato l’amore a prima vista, si sono sposati e trasferiti a Roma 20 anni fa, oggi è cittadino italiano e si mostra molto fiero della bellissima figlia diciassettenne. „Siamo stati dei traditori della patria per i miei paesani, ma per me era importante avere la libertà dei pensieri, non rimanere sotto la dittatura di Castro. Se ci prendeva la polizia potevamo passare grossi guai, di sicuro finivamo per 20 anni in galera”. Ne Il flauto magico faceva il narratore ed è rimasto impresso nella memoria degli spettatori per il suo forte dialetto romano. Come altri artisti dell’orchestra, vive di musica, ma è sempre alla ricerca di nuove collaborazioni, perché non è facile vivere di sola musica. „Siamo un orchestra che non centra niente con la politica, facciamo musica e basta. È vero che negli altri paesi molti si ammazzano per problemi di religione, noi qui conviviamo in pace cinque-sei religioni diverse. Ci vogliamo bene”.

orchestra di piazza vittorio„Lavorare con le persone di culture diverse è come fare un corso di musiche del pianeta, girando per tutto il mondo in una stanza sola”, parla Sylvie Lewis, la cantante protagonista di origini inglesi. Dopo aver viaggiato tanto e vissuto a Londra, in Sud Africa, a Boston, Los Angeles, Barcelona, è arrivata in Italia 7 anni fa. Sono stati i membri dell’orchestra a scoprirla ed a invitarla a collaborare: „Ho beccato questo gruppo di pazzi meravigliosi, che mi hanno chiesto di fare il ruolo di Pamina ne Il flauto magico. Sono rimasta in pigiama nel mio attico per 10 giorni per realizzare il ruolo, scrivere due pezzi, così mi hanno accettato”. Sylvie ha avuto la fortuna di studiare composizione e song writing all’università di musica a Boston, poi ha realizzato tre dischi negli Stati Uniti, però cercava un’opportunità per crescere artisticamente e personalmente. Nello spettacolo Il giro del mondo in 80 minuti ha un ruolo di ragazza romantica e il suo contributo è la musica folk: „La cosa bella di Mario Tronco è che riesce a tirare fuori l’essenza di ogni musicista, a far emergere un po’ della loro personalità dentro la musica, ci dà la possibilità di essere noi stessi”. Stufa di portarsi dietro nei viaggi la chitarra, Sylvie suona il pianoforte e l’ukulele (la pulce che salta in aria), un piccolo strumento hawaiano.

orchestra di piazza vittorio„Se c’è tensione dietro le quinte vuol dire che la performance sarà eccellente, perché il palco diventa un luogo di libertà e sfogo. Qui viviamo in una grande famiglia, ci sono momenti di grande onestà quando si dicono le cose in faccia e se me la prendo con qualcuno, mi metto in fondo al pulman durante il viaggio”. Sylvie riconosce che ci sono delle armonie artistiche dentro l’orchestra, specialmente con degli artisti completi, che sanno fare più cose. Il mondo sta diventando più internazionale ogni giorno, importante è sentirsi a casa ovunque. „Gli italiani sono molto ospitali, l’unico mistero che ho: con tutti i pani che esistono qui, come mai mangiano le fette biscottate?”

Raisa Ambros
(23 gennaio 2014)

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